
In Italia si usano 150.000 tonnellate di pesticidi ogni anno. Residui di questi veleni raggiungono l’acqua. Lo dimostrano i risultati del monitoraggio coordinato dall’Apat (Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici) tra il 2003 e il 2005. Tra gli oltre 3500 punti di raccolta, (2500 superficiali e circa 1000 sotterranei) dove sono stati fatti i prelievi, sono state trovate tracce di vari tipi di pesticidi, soprattutto diserbanti. Panorama.it ha intervistato Roberto Mezzanotte, capo del Dipartimento dell’Apat che ha svolto il monitoraggio.
A che livello di preoccupazione ci dobbiamo assestare?
Non ci dobbiamo assestare a un livello di preoccupazione, ma di occupazione. Ovvero ce ne dobbiamo occupare. Purtroppo non abbiamo un’idea dell’andamento della presenza di queste sostanze nell’acqua. Questa è la prima fotografia disponibile della situazione perché è il risultato del primo piano di monitoraggio su scala nazionale. Sicuramente bisogna continuare a verificarne la presenza anche in futuro.
Esistono molte differenze tra le varie regioni?
Non tutte hanno la stessa rete di monitoraggio. Ci sono regioni come quelle della pianura padana che ci hanno trasmesso molti dati. Altre meno, di altre ancora , specialmente al Sud, non abbiamo ancora dati disponibili. Ma i dati sono tra loro omogenei. Bisogna evitare il pericolo della lettura distorta. Se troviamo infatti una forte concentrazione di prelievi “critici” lungo l’asse del Po e degli affluenti è solo perché qui sono stati fatti più prelievi.
Quanti pesticidi avete trovato?
Dei 2500 punti di prelievo superficiali (laghi, fiumi e corsi d’acqua) quasi la metà dei campioni ha residui di almeno una sostanza. Il 28% presenta una quantità di uno o più pesticidi che supera il livello di potabilità. Questo non significa che beviamo acqua contaminata, perché per l’acqua potabile esiste una rete di controlli e misure specifiche. Ma è un peccato dover constatare che più di un quarto delle acque superficiali sono di fatto inutilizzabili per questo scopo. Anche circa 1/4 dei campioni provenienti dai circa 1000 punti di campionamento dell’acqua sotterranea presenta qualche residuo.
Quali sostanze avete trovato?
Alcune sostanze sono diffuse ovunque, come la terbutilazina (diserbante usato nella coltivazione del mais). Ma il dato interessante è che, a distanza di quasi 20 anni dal divieto che è stato posto sul suo uso, abbiamo trovato ancora tracce di atrazina: nel 20% dei campioni delle acqua superficiali e nel 15% di quelle sotterranee. In qualche caso si supera addirittura ancora il livello di potabilità.
Che riflessione si può fare, per l’ambiente e per la salute?
Sono sostanze che hanno una notevole persistenza nell’ambiente. Questo ci deve far riflettere, dobbiamo pensare nella prospettiva dei decenni a venire. Oggi il rischio di bere acqua inquinata non c’è. La preoccupazione è di tipo ambientale, e deriva dalla limitazione di una risorsa preziosa a causa della presenza di questi veleni. Dobbiamo considerare l’acqua come un unicum e salvaguardarla in tutti i suoi aspetti, non solo sul fronte della potabilità. Inoltre bisogna pensare che, come i farmaci, anche i pesticidi hanno effetti secondari: al di là degli “organismi bersaglio” incidono anche su altri organismi viventi. Dobbiamo ridurre al minimo questi effetti.
Quali sono le contromisure possibili?
Il rapporto che sarà presto disponibile integralmente sul nostro sito (qui, una sintesi in .pdf), è stato già trasmesso ai ministeri dell’Ambiente e della Salute: a loro spetta il bilancio tra la situazione descritta e i benefici che l’uso di queste sostanze comporta. Potranno arrivare alle conclusioni necessarie. Ma vale la pena fare una considerazione di buon senso: spesso, nell’uso di questi prodotti, si eccede nelle dosi, anche perché il loro prezzo è in calo costante. Bisogna invece fare di questi prodotti l’uso strettamente necessario, nella consapevolezza che si tratta di sostanze nocive per l’ambiente.
L’Italia come si colloca nel quadro europeo?
Per i dati a nostra disposizione, il livello di pesticidi nelle acque italiane è paragonabile a quello di altri Paesi simili al nostro. Ma il fatto di non essere il fanalino di coda dell’Europa non è un dato che deve rincuorarci.
- Martedì 31 Luglio 2007
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