Ambiente, l’Italia lascia un buco nella Rete e ignora la direttiva Ue

Foto di A. Gariboldi
Il Parlamento sta per chiudere per ferie, e tra una riforma della giustizia e un Dpef ha deciso di rimandare a settembre una normativa che le associazioni ambientaliste chiedevano a gran voce di approvare subito. Lipu, Italia nostra e Wwf sono inferocite.
Claudio Celada, Direttore Conservazione Natura Lipu-BirdLife Italia, spiega a Panorama.it le sue ragioni: “Era importante che il decreto Rete Natura 2000 passasse adesso. Ci sono due direttive europee ormai decennali (“Uccelli” del 1979 e “Habitat” del 1992) che chiedono di fissare dei criteri minimi uniformi per tutelare le cosiddette zone di protezione speciale (ZPS), importanti per la conservazione della biodiversità, in particolare degli uccelli”. Queste zone andrebbero a far parte della Rete di tutela ambientale voluta dall’Europa.
“L’Italia spezza la continuità della rete”, lamenta Celada: “non fissando delle semplici misure di conservazione per queste aree”. Che il decreto sia stato rimandato a settembre “è certamente per qualche giorno di caccia in più”, rincarano in una nota congiunta Lipu, Italia Nostra e Wwf: “Un provvedimento di questa portata, relativo allo strumento comunitario più importante per l’attuazione della Convenzione Biodiversità e contenente norme per la tutela di fauna, flora, habitat naturali e quasi 3mila aree di altissimo valore naturalistico, merita ben altra sorte che quella di ritrovarsi condizionato dai cacciatori italiani e dalle Regioni, condizionamento che ha portato il nostro Paese a subire procedure di infrazione a iosa e che non ci permette di uscire dalla violazione comunitaria”.
Celada chiarisce: “L’Italia ha la maglia nera del numero di procedure di infrazione a suo carico: ben 80 solo in materia ambientale al giugno 2006. Questo è un Paese che si ostina a non accettare il fatto che le direttive sull’ambiente dell’Unione europea sono una garanzia per il nostro benessere e vanno prese sul serio”.
C’è da precisare che per ogni caso di condanna della Corte di Giustizia europea si rischia una multa fissa di 10 milioni di euro più svariate centinaia di migliaia di euro al giorno fino a quando non verrà ripristinato lo stato di cose precedente al danno subìto.
“Se scatterà la multa, con le sue ripercussioni sulle tasse dei cittadini, qualcuno dovrà prendersene la responsabilità”.

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