I travagli di Ugo Sposetti: tutti nel Pd e io resto fuori coi debiti

L'onorevole Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra
Ugo Sposetti, classe 1947, da Tolentino (Macerata), è tesoriere dei Democratici di sinistra (qui il profilo tratto da Wikipedia). Senatore della Repubblica nella X e XI legislatura, dal 2006 è membro della Camera dei deputati. Lavora come ferroviere fino al 1976, quando diventa segretario della federazione di Viterbo del Pci. Nel 1978 viene eletto presidente della Provincia di Viterbo. Nel 1987 entra per la prima volta al Senato, dove resta fino al 1994. Nel 1995 si candida come sindaco alle elezioni comunali di Bassano in Teverina (Vt) vincendole, per poi essere riconfermato nella seguente amministrazione. Dal 1996 al 2001 ha fatto parte della segreteria tecnica del ministero delle Finanze, con il governo Berlusconi II ha dovuto lasciare l’incarico ed è stato nominato tesoriere dei Democratici di sinistra.
Sposetti, tutti nel Pd puntano alla cassa. La metta al sicuro, prenda i soldi e scappi.
Questi credono di scherzare, ma il portafoglio è una cosa seria. E poi è strano che mi tirino per la giacchetta, perché io non ho cassa, ma solo debiti. E anche molti.
Molti, ma meno di una volta. Onore al merito. Solo un pazzo poteva accettare di raddrizzare i conti dei Ds.
Siamo partiti con un debito di oltre 1.000 miliardi di lire. A dicembre dell’anno scorso eravamo a 160 milioni di euro. Ad agosto del 2008 arriveremo a 110. Non male, no?
Caspita. E nessun’azienda privata le ha proposto l’assunzione? Che so, l’Alitalia…
Guardi, il merito è collettivo. È un percorso che abbiamo impostato con i tesorieri locali. Abbiamo fatto, come si dice in gergo, massa critica.
È vero che non vuole dare un soldo al nascente Partito democratico?
Ma no, questo lo scrivono i giornali per farci litigare. Ho solo detto che io con Piero Fassino e Luigi Lusi con Francesco Rutelli abbiamo lavorato come tesorieri di partito per sei anni. Ora è giusto che il futuro segretario del Pd scelga un suo uomo.
Si parla molto di fusione politica, poco di come sarà quella economica. Chi detta le regole, l’acquirente o l’acquisito?
Per fortuna non si tratta di banche. La nostra idea è che sin dalla nascita il Pd non debba avere problemi economici. E siccome i problemi verrebbero dai Ds, visto che scompare il partito ma non i suoi debiti, stiamo lavorando perché ciò non avvenga.
Sarebbe bello, ma non è che i debiti scompaiono per magia.
Quei debiti è sicuro che non andranno a pesare sul Partito democratico. Abbiamo ancora qualche mese per vedere come fare. Ma di certo è l’ultimo dei miei pensieri.
Qual è il primo?
Mettere le cose in ordine prima della fusione. Ovvero fare le fondazioni regionali e di federazione dove far confluire archivi, immobili, i loghi e i beni immateriali. Anche i quadri. Chiaro che quelli di Palmiro Togliatti o Enrico Berlinguer non adorneranno le pareti di alcuna sezione del Partito democratico.
Peccato, almeno per Berlinguer. Ma anche Togliatti di questi tempi insulsi ci farebbe la sua figura. Scusi, e tutto il personale?
Con Lusi abbiamo ragionato su cosa fare, arrivando a una proposta per i futuri vertici del Pd: vi trasferiamo man mano i dipendenti e voi decidete chi vi serve per dare forma compiuta al nuovo partito. L’intenzione è di non lasciare per strada nessuno.
Ma tutto questo ambaradan di primarie, preprimarie, primarie delle preprimarie, chi lo finanzia?
Se lo finanziano i candidati e le organizzazioni territoriali che nel giorno delle primarie, il 14 ottobre, incasseranno 5 e 2 euro per votante. Io e Lusi avevamo proposto 10 euro, metà per le casse nazionali del Pd e l’altra metà per quelle locali. ‘Sti bischeri non hanno accettato. Ma era la cosa giusta. Il nuovo segretario si sarebbe ritrovato una cospicua dote, e senza spese.
E sui giornali, L’Unità ed Europa, voi non mettete becco?
Non mettiamo becco perché la proprietà e la gestione sono fuori. Ma L’Unità vende 50 mila copie giornaliere e ha 350 mila lettori. Io mi auguro che il giornale fondato da Antonio Gramsci sia il giornale del futuro Partito democratico. Ci sono tutte le condizioni perché ciò accada.

LEGGI ANCHE: Volete il Pd? Non basta, diteci anche il perché. In video

Commenti

Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.

Il 12 Agosto 2007 alle 17:45 Carlalberto Iacobucci ha scritto:

Il Pd, come dice Veltroni, dovrà essere ispirato in prevalenza nell’alleanza.Questi sono sogni. L’ispirazione è figlia della DC e supporre che correnti diverse, trovino accordi sarà certamente non solo sfavorevole, ma distanzierà ancor di più i differenti partiti mandando in declino il progetto stesso.

Il 20 Agosto 2007 alle 20:25 Il finanziamento dei partiti e la faccia tosta della politica » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] “Basta demagogia, facciamo sul serio”: il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi. [...]

Il 22 Agosto 2007 alle 18:07 Ds al bivio: a Bologna l’ultima festa dell’Unita? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Bisogna cambiare il nome alla Festa dell’Unità, o no? Cioè: essendo stato il quarto congresso diessino (a Firenze, lo scorso aprile) l’ultimo della Quercia, anche la Festa Nazionale del giornale del partito di Fassino e D’Alema (a Bologna, in via Stalingrado: dal 24 agosto al 17 settembre) sarà l’ultima, prima di lasciare spazio a quella unitaria con i margheritini di Rutelli? Un dilemma non da poco: che attiene alla storia, al senso di appartenenza e alle casse dei democratici di sinistra. Dilemma sollevato da un’analisi, come al solito stringente, di Ilvo Diamanti su La Repubblica. A risolverlo ci hanno pensato però due Margheritini, provocando lancinanti crampi allo stomaco ai militanti diessini, già irritati dall’idea di dover condividere il partito e patrimonio (culturale) con i seguaci di Rutelli e Parisi. Antonio La Forgia, ora parlamentare di area prodiana, dopo una vita passata dal ‘62 al ‘99 nel Pci e nel Pds, il nodo lo rompe così: “È evidente come con il Partito democratico le Feste de l’Unità devono cambiare nome”. Ma La Forgia in realtà ha copiato: l’idea originaria è stata del professore Salvatore Vassallo, anch’egli prodiano, che dalle colonne dell’edizione bolognese del Corriere della sera, stilando niente meno che un decalogo per il nascente Pd, al punto 10, dedicato a costine&politica, ha buttato lì: “I momenti unificanti non possono essere segnati da simboli che dividono”. All’ombra della Quercia, insomma, “i democratici potranno essere ospiti ma mai sentirsi a casa propria”, ha osservato il politologo prodiano. Apriti cielo. Il tesoriere del Botteghino, Ugo Sposetti, gli ha risposto rabbioso: “Vassallo abbaia, gli mettano la museruola…”. Dal canto suo, incapace di decidere, ed evidentemente desideroso di scaricare la spinosa rogna sulle spalle di qualcun altro, il responsabile nazionale delle feste dell’Unità dei Ds, Lino Paganelli, ha tirato fuori l’idea. Geniale. Se il leader del Partito democratico sarà scelto con le primarie, si è detto Paganelli, perché non utilizzare questo sistema anche per la scelta del nome della festa? Così le migliaia di volontari che da anni sudano per arrostire salsicce sapranno con chi prendersela quando dovranno servire ai tavoli con l’etichetta “Festa dell’Ulivo” o “Festa democratica” o altro. “Ci vuole un percorso democratico: il nome della Festa del Pd si deciderà insieme”, dice Paganelli, “senza circolari che partono da cattedre universitarie. Le feste sono di chi le fa”. Una trovata condivisa in parte anche dal capo della segreteria politica di Rutelli Donato Mosella: “Le feste nascono dal cuore del popolo per cui serve molta cautela quando si trattano certi argomenti. Capisco che, nella simbologia classica, la festa dell’Unità è legata al passato, ma chi ha girato questi luoghi sa che si tratta di spazi plurali e aperti. Il superamento di queste iniziative deve nascere dal basso”. Ma se a decidere saranno davvero i volontari delle Feste dell’Unità, la risposta è scontata ed è già stata data attraverso tutti i canali mediatici possibili: il nome non si deve cambiare, pretendono i tanti tesserati che si collegano col sito della festa. “Assolutamente impossibile rinunciare all’Unità - scrivono Roberto e Pieralberto -, siamo pronti a convertire la tessera da Ds in Pd, ma le Feste dell’Unità non si toccano”. Anche perché, soprattutto grazie al loro sacrificio, girano un bel po’ di soldi. Un paio di conti: ogni anno circolano 350 milioni di euro e, tolte le spese, restano 100 milioni che servono a finanziare tutta l´attività politica delle federazioni. Per questo, almeno sul marchio “Festa Unità” i Ds non sono disposti a cedere. La paura che attanaglia base e dirigenza diessina è quella di perdere definitivamente la vecchia identità senza averne ancora trovata una nuova. Ingolfati da divisioni e problemi e non sapendo come risolverli invocano ogni volta le primarie come panacea di tutti i mali. Quella di Bologna sarà davvero l’ultima? I militanti sanno di dover aspettare il comizio di chiusura di Piero Fassino per saperlo. [...]

Il 8 Gennaio 2008 alle 7:39 Cari compagni, è ora di andare in archivio » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] I Democratici di sinistra finiscono in archivio. Letteralmente. Fondato il Partito democratico, grazie alle nozze tra i Ds e la Margherita, carte, documenti, email, perfino la memoria dei semplici militanti del vecchio partito si avviano a trovare posto in “scatole di misura agevole per la movimentazione e collocazione”, opportunamente etichettate con “tabella adesiva”. Il tutto sotto l’autorevole direzione di Linda Giuva, docente di archivistica e consorte del ministro degli Esteri Massimo D’Alema, che ha già provveduto a tenere un corso di formazione a Roma per i futuri archivisti del partito. Era stato proprio D’Alema, nel 1998, a tenere a battesimo, a Firenze, la neonata formazione dei Democratici di sinistra, creata sulle ceneri del Pds con l’ambizione di riunire tutte le anime della sinistra italiana. Ora che i Ds spariscono nella nuova formazione, i dirigenti si preparano a conservarne le carte. Istruzioni per la raccolta del materiale, regole e procedure sono state illustrate, alla vigilia di Natale, in tre paginette fitte fitte spedite dalla direzione nazionale a segretari e tesorieri delle strutture regionali e provinciali del partito. L’interesse della direzione riguarda in modo particolare la “storia dell’organizzazione: creazione/chiusura di strutture, ampliamento/depauperamento di competenze, passaggi di dirigenti; eventuali traslochi di sedi, dislocazione di materiali, casi di distruzione volontari o accidentali delle carte”. Per dare ordine all’opera di costruzione dell’archivio, a Roma è già stato insediato un gruppo di lavoro, che potrà contare sui “referenti di progetto” indicati dalle singole federazioni. Il tesoriere ds Ugo Sposetti e il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca fanno affidamento sulla memoria di “compagne e compagni” che “hanno lavorato nel Partito e per il Partito”. Ai ricordi dei militanti la direzione Ds affida il compito di integrare le notizie sulla storia dell’organizzazione: toccherà a loro mettere per iscritto ciò che ricordano “per ricostruire le vicende delle carte, per dare una risposta alla presenza e, molto di più, alla mancanza e ai vuoti di documentazione, per spiegarsi come mai vi è la firma di un dirigente e non di un altro che pensavamo di trovare” a ricostruire, insomma, tutto ciò che serve per “una conoscenza non formalizzata né riprodotta in documenti ufficiali o di lavoro”. Ne verrà fuori, alla fine, una storia segreta dei Ds? [...]

Il 11 Febbraio 2008 alle 11:23 Veltroni, l’arte di vincere perdendo » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] “Non c’è più tempo per gingillarsi tra statuto e altre formalità. Per chi non l’avesse ancora capito, ci sono le elezioni. E ci giochiamo tutto”. Pronunciate nel loft del Circo Massimo, le parole di Goffredo Bettini hanno sbattuto in faccia agli altri azionisti del Partito democratico la scomoda verità. Altro che primarie, altro che candidature scelte collegialmente: nel partito comanda lui, Walter Veltroni, detto Walterissimo. Tutto il resto è noia. Dunque il Partito democratico sarà a immagine e somiglianza del suo leader. Le elezioni anticipate sono un’occasione troppo ghiotta. A cominciare dalle candidature. L’escamotage per ridimensionare le correnti di Massimo D’Alema, Franco Marini e Romano Prodi, che attraverso Enrico Letta insistevano sulle primarie per selezionare i candidati, è già stato individuato: saranno i segretari regionali, regolarmente eletti appunto attraverso le primarie, a produrre delle proposte di lista, che poi verranno limate a livello centrale. Liste, insiste Veltroni, che dovranno certificare l’alternanza tra uomini e donne; molto più del rapporto 65-35 proposto anche dal viceleader, Dario Franceschini. Una novità che da sola porterebbe al rinnovamento di circa un terzo del personale parlamentare del Pd. Una rivoluzione rosa, anzi rosa shocking. A pagarne le conseguenze saranno senatori e deputati con tre mandati alle spalle, tranne una trentina di big tra i quali vanno compresi, oltre a D’Alema e Marini, ministre, ex ministre e donne di punta come Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Barbara Pollastrini. Non riotterranno la poltrona personaggi come Luciano Violante, Ciriaco De Mita, Anna Serafini, Sergio Mattarella e altri. Resteranno fuori dalle liste anche molti di quei parlamentari (e sono circa il 75 per cento) alla loro prima o seconda legislatura. Dalemiani e mariniani, in gran parte. Sostituiti dall’onda lunga veltroniana. E già, perché la base organizzativa del programma elettorale democratico è sintetizzabile in un titolo: “Veltroni pigliatutto”. E non solo nel partito. Il sindaco di Roma uscente punta anche a liquidare quel che resta della vecchia Unione, a cristallizzare la sua influenza nel sindacato, a imporsi nella società civile, imprenditori compresi. Con l’obiettivo di conquistare il controllo assoluto della sua metà campo, consacrando la sua leadership a danno del resto del mondo politico. Pazienza se a spese degli amati-odiati compagni di sempre. Compagni che sbagliano, per la nuova dottrina veltronista. Come D’Alema, che insisteva sull’alleanza con la sinistra radicale almeno per il Senato. Ma Walterissimo lo ha stoppato, e con lui ha stoppato prodiani e mariniani che lo sostenevano. “Niente pasticci, andremo da soli anche a Palazzo Madama” ha imposto. “A fronte di 18 partiti ci sarà il Pd, che correrà da solo”. Punto. Il segretario democratico intende usare le elezioni per distruggere i “nanetti” (corresponsabili con le loro intemperanze e i loro diktat del fallimento prodiano), mettendoli di fronte a un dilemma: entrare dentro il Pd ammainando le loro bandiere o misurarsi con le severe soglie di sbarramento del Porcellum per le forze non coalizzate (3 per cento alla Camera e 8 al Senato). Quanto alla sinistra radicale, che si è appena federata nella Sinistra arcobaleno, a Veltroni proprio non interessa: “Le nostre posizioni sono obiettivamente diverse”. Anzi, contro Bertinotti e compagnia il Partito democratico è pronto a lanciare una campagna di propaganda sul voto utile. À la guerre comme à la guerre: si spiegherà che dare consenso alla Cosa rossa significherebbe in definitiva rafforzare il centrodestra. Peraltro, secondo le proiezioni in mano a Bettini, la corsa in solitaria consentirebbe al Pd di conquistare addirittura più parlamentari degli attuali 280. Più liste non riusciranno a superare gli sbarramenti, meglio sarà per il Pd, che potrà utilizzare anche i loro resti. Né a Veltroni mancheranno i soldi, finalmente. Grazie alle elezioni anticipate, i rimborsi elettorali (tra 6 e 8 milioni di euro per le elezioni politiche) finiranno da subito nelle casse del Pd rette dal veltroniano Mauro Agostini. Se invece la legislatura fosse andata avanti, i rimborsi avrebbero continuato a finire in quelle, ancora funzionanti, della Quercia e della Margherita, poiché il finanziamento “fotografa” per tutta la legislatura il panorama del giorno successivo al voto. E i rispettivi tesorieri, il rutelliano Luigi Lusi e il dalemiano Ugo Sposetti, si sono rivelati fin qui piuttosto tirchi con Veltroni; soprattutto il secondo, ancora alle prese con i debiti milionari da ripianare del vecchio Pci-Pds-Ds. Non solo: grazie a una leggina del 2006, anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura le forze politiche incassano i rimborsi per l’intero quinquennio. Per gli ex Ds-Margherita fanno un “regalo” di circa 20 milioni, gran parte dei quali non potrà che essere girata ad Agostini. Procede, intanto, la campagna acquisti di Walter. Alla Rai, il punto di riferimento veltroniano più recente è David Sassoli (il prodiano direttore del Tg1 Gianni Riotta è avvisato). Per il mondo delle imprese è invece Pierluigi Toti. Insieme a Francesco Gaetano Caltagirone, Toti è il massimo rappresentante della genia di costruttori romani assai contenti della gestione urbanistica del sindaco di Roma. Non a caso, Veltroni ha annunciato che si dimetterà da sindaco “subito dopo aver approvato il piano regolatore”. E magari dopo aver controllato lo stato dei lavori della linea C della metropolitana e della Città dello sport in costruzione a Tor Vergata, entrambe affidate al tandem Toti-Caltagirone. Il secondo è anche patron di Messaggero, Mattino e Gazzettino; sebbene nella versione di editore Veltroni preferisca Carlo De Benedetti, tessera del Pd “numero uno”. La ricca tornata di nomine pubbliche prevista per il dopo voto consentirà a Veltroni di rinsaldare la presa sul mondo economico. Anche se al governo ci sarà il centrodestra, l’interlocutore di Palazzo Chigi per la scelta dei nuovi boiardi sarà lui. Poi c’è il sindacato. Cisl e Uil, o almeno i loro gruppi dirigenti, sono certamente non ostili al Partito democratico. La Cgil, invece, sembrava prendesse una rotta ancor più di sinistra. Ma grazie al lavoro silenzioso del segretario Guglielmo Epifani, uno che sente Veltroni tutti i giorni, le cose hanno preso una piega diversa. Il sigillo alla fatica veltroniana è la rinuncia di Paolo Nerozzi, potentissimo uomo di tessere e d’apparato, a sostenere la Sinistra democratica di Fabio Mussi e con essa la Cosa rossa. A Bertinotti non resta che mezza Fiom, quella dei metalmeccanici di Gianni Rinaldini. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio (fondata esattamente 40 anni fa, nel ‘68), sta invece curando i rapporti (piuttosto tesi ma in via di chiarificazione) con il Vaticano. Quanto agli economisti, Michele Salvati resta il numero uno. Ma avanza come un carro armato Tito Boeri, inventore del sito Lavoce.info, il più autorevole diffusore di opinioni di politica economica in Italia, spesso controcorrente. E Veltroni, si sa, ama internet e andare controcorrente. Un po’ come Prodi. Il Prof ha scelto di non ricandidarsi. “Mi dedicherò ai nipoti” ha annunciato. E però è già pronta per lui la presidenza del Mulino, il think-tank più influente d’Italia. Poltrona culturale e di prestigio, dalla quale il Prof potrà discettare sulle sorti del Paese in attesa di una rivincita politica e personale, si può star certi, che egli medita. Approdo futuribile al Quirinale. Veltroni permettendo. [...]

Il 16 Aprile 2008 alle 21:58 “è più vicino il dente che il parente” « Luca Tartaglione (Blog personale) ha scritto:

[...] il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi. [...]

Il 26 Gennaio 2010 alle 14:29 Bnl-Unipol, Consorte chiama Bersani, D’Alema e mezzo Pd. Come testimoni - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] chiedono che sfilino davanti al giudice tutta la nomenklatura del Pd: Massimo D’Alema, Ugo Sposetti, Nicola La Torre e Piero Fassino con una motivazione decisamente imbarazzante: “Potranno [...]

Devi aver fatto log-in per inserire un commento.

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
CLAUDIA DA CONTO
Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
assicurazione.it Risparmia fino a 500€
mutui.it Risparmia fino a 15.000€
prestiti.it Risparmia fino a 2.000€
 
FacebookTwitter
MobileFeed rss
FacebookTwitter

Il video del direttore, di Giorgio Mulè
L'arcitaliano, di Giuliano Ferrara
Cane sciolto, di Vittorio Feltri
L'editoriale, di Giorgio Mulè
L'europeo, di Sergio Romano
Fatti & credenze, di Luca Ricolfi
Fuori Porta, di Bruno Vespa

  • Aspettando Sanremo
  • Calendari
  • Panorama su iPad
  • Cerca casa
  • Le nostre newsletter
  • Abbonati
  • Meteo
  • Le uscite al cinema
    • Viaggio nell'antico Egitto
    • Applicazioni Mondadori
    • Immobiliare.it
      Case  |  Uffici  |  Case Vacanza

      Provincia
      Tipologia
    • R101
  • Promozione

  • Abbonati subito a Panorama!