“Non uno, ma trecento indizi. Eravamo convinti che fosse stato lui”. Così Claudio Sanfilippo, il capo della squadra mobile di Genova, spiega chi è Luca Delfino e quanto quella di Maria Antonietta Multari, accoltellata ieri a Sanremo, possa dirsi una morte annunciata. Perché Sanfilippo, Delfino lo conosce da 16 mesi, da quando si è trovato a indagare sull’omicidio di Luciana Biggi, 36 anni, uccisa nella notte tra il 27 e il 28 aprile 2006 in un vicolo del capoluogo ligure. “Le nostre conclusioni erano chiare: Delfino era un soggetto pericoloso. Ne abbiamo chiesto la custodia cautelare, proprio perché per noi c’era il rischio che uccidesse ancora”. Ma il fermo non scattò. Per il procuratore capo di Genova, Francesco Lalla, non c’erano prove sufficienti per la custodia in carcere del principale indiziato.
La presunzione di innocenza, certo. L’onere della prova. Ma Delfino ieri pomeriggio è andato a cercare la sua nuova-ex fidanzata, Maria Antonietta Multari al negozio di abbigliamento dove lei lavorava, a Vallecrosia. L’ha seguita con un motorino rubato fino al centro estetico di Sanremo dove era andata con un’amica. E l’ha colpita con un coltello da cucina alla gola, all’addome, alle braccia: lei ha cercato di difendersi. Ha gridato. Se non fosse morta poco dopo in ospedale, oggi avrebbe compiuto 33 anni.
Maria Antonietta aveva lasciato Delfino quattro mesi fa, dopo una convivenza di qualche mese. Lui la picchiava e i suoi genitori erano stati da subito contrari alla relazione con quello strano giovane sospettato di omicidio. Di più. Delfino era stato anche denunciato ai carabinieri per un’aggressione che l’aveva mandata all’ospedale. Ma dire “è finita” non è bastato. Lui ha continuato a cercarla, a tormentarla con gli sms. La voleva e la minacciava.
Ieri Luca le aveva portato un regalo di compleanno. Maria Antonietta non aveva nessuna intenzione di accettarlo. Un regalo di sangue.
Le indagini sull’omicidio di Luciana Biggi, sgozzata con un coccio di bottiglia, si erano chiuse quasi un anno fa. Tutti gli elementi raccolti dalla polizia portavano a Delfino. La sera del delitto i due erano usciti, anche se non stavano più insieme da due settimane, e una telecamera li aveva ripresi mentre passeggiavano. “Ci siamo visti”, aveva ammesso lui, “ma a un certo punto lei se ne è andata. Aveva ricominciato a drogarsi e voleva la cocaina. Frequentava marocchini, individui pericolosi. Io le ripetevo di stare attenta, ma non sono riuscito a salvarla”. Parole di un assassino.
Il fascicolo su quel delitto in procura è ancora aperto e gli inquirenti sono convinti che alla chiusura delle indagini preliminari, a fine ottobre, il pm Enrico Zucca chiederà il rinvio a giudizio. Se sarà così, qualcuno dovrà spiegare come mai invece non venne arrestato un anno fa. Luca Delfino, 31 anni, è descritto da tutti come un uomo violento. Si sfogava sulle sue fidanzate, sempre più grandi di lui di qualche anno. La polizia ne ha interrogate altre e tutte raccontano la stessa storia. Quella di un ragazzo che all’inizio sembra normale, affascinante, un po’ tenebroso forse. Luca non ha molti amici, è sempre solo. E quando incontra una ragazza, sta con lei giorno e notte. Fino a diventare ossessivo. Hanno raccontato di essere state pedinate, chiamate a tutte le ore del giorno e della notte. L’idillio si è trasformato presto in incubo e tutte hanno finito per allontanarlo. O almeno ci hanno provato.
Luca Delfino, che ha solo il diploma di terza media, non ha un lavoro, pare che viva di espedienti. Abita con la sua famiglia, gente semplice: il padre operaio, la madre casalinga e un fratello più piccolo che ancora studia. Ma è stato visto spesso dormire alla stazione di Brignole, trasandato e malvestito. Dev’essere passato pericolosamente vicino a droga e alcol, si è fatto beccare dai carabinieri mentre rubava i tergicristallo di un’auto. Ora sulla sua fedina pedinale non c’è scritto più solo furto. Ma è stato necessario arrestarlo con le mani ancora sporche di sangue.
- Sabato 11 Agosto 2007


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Commenti
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Il 12 Agosto 2007 alle 17:39 Carlalberto Iacobucci ha scritto:
Affermare che in questo Paese esista la legge è consono,tuttavia la stessa se ne va in contraddizione con la giustizia e questo lascia tutti sgomenti.
Il 12 Agosto 2007 alle 20:07 Maria Antonietta, Silvia e le altre: molestate da morire » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Sanremo: le mani sporche di sangue del ragazzo che ossessionava le donne [...]
Il 13 Agosto 2007 alle 11:27 axelia ha scritto:
che orrore…non doveva succedere ancora…Maria Antonietta, Silvia e Luciana tre vite uccise e chissà quante ce ne saranno ancora, perchè????? fate qualcosa…cambiate le leggi..arrestateli e buttate per sempre la chiave della loro cella…non meritavano di morire…
Il 13 Agosto 2007 alle 15:13 xbox ha scritto:
una morte annunciata perche?cerano tutti i presuposti x poter almeno allontanare ,delfino con un foglio di via,un presunto omicidio alle spalle,denuncie di percosse di botte,sms di minacce,neanche queste prove bastavano x allontanare quel mostro da maria antonietta.e allora come facciamo a sentirci protetti,chi e che ci ascolta,non voglio esprimere altri commenti,ma penso che l’avvocato che per la seconda volta provera a rimettere al più presto in liberta il signor DELFINO ,faccia pure il suo lavoro,ma si astenga da rilasciare interviste dove dice ,che l essere normali e un altra cosa..,si prenda la sua parcella e faccia il suo lavoro,augurandogli ,di non avere una figlia,xche vorrei propio pensare da che parte stà,
Il 13 Agosto 2007 alle 15:38 Delitti senza castigo? Una soluzione c’è » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “E poi dovremmo accettare l’idea che ci sono professioni ad alto rischio di errore, come il medico o il magistrato”. Parola di Francesco Saverio Borrelli, ex capo della Procura di Milano, a proposito del delitto di Sanremo, dove un pm, Enrico Zucca, non ha accettato la richiesta di arresto cautelare per Luca Delfino avanzata dalla polizia con un dossier di 200 pagine. Delfino nel 2006 era stato indagato per l’omicidio di Luciana Biggi, sgozzata con un coccio di bottiglia, e pochi giorni fa ha ucciso di nuovo, la fidanzata Maria Antonietta Multari. Ora la mamma di Maria Antonietta accusa di assassinio il giudice Zucca per aver lasciato libero un più che probabile serial killer. Il dossier della polizia presenta elementi che appaiono schiaccianti per l’opinione pubblica, ma il pm si difende affermando che non c’era abbastanza per mettere in carcere una persona. È una storia che ricorda moltissime altre, recenti o meno: dal guidatore killer ubriaco, scarcerato in pochi giorni, all’omicidio Mele. Storie di delitti senza castigo, o di delitti che avrebbero potuto essere evitati con un po’ più di sagacia, coraggio e responsabilità da parte dei magistrati. I quali si difendono mettendo avanti la legge: non avevano elementi sufficienti. Spesso hanno ragione, ma c’è un dettaglio: sono loro gli unici giudici di se stessi. Sia prima, quando devono prendere certe decisioni, sia dopo, quando le decisioni assunte si rivelano tragicamente sbagliate. E dunque? In realtà una via di uscita ci sarebbe, neppure troppo complicata: applicare quella legge, che esiste e che è stata confermata a furor di popolo da un referendum, che sancisce la responsabilità civile dei magistrati che sbagliano. Perché proprio qui sta la falla del ragionamento di Borrelli: se un medico uccide per sua colpa un paziente, paga. Se è un magistrato a scarcerare un killer o impedire un delitto, non paga mai. O meglio: non risponde ad altri che non siano i suoi stessi colleghi, e in tutti questi anni non è mai accaduto che il Csm abbia condannato per colpa un pm o un giudice. Accade così che il ministro di turno invii la consueta ispezione, facendo gridare (spesso giustamente) alle interferenze della politica. Accade anche che i politici stessi possano difendersi dale iniziative, sbagliate o meno, dei pm, attraverso le garanzie previste per gli onorevoli. Ma i politici non possono essere garantisti quando sono in ballo i loro onorevoli colleghi, e limitarsi a un’alzata di spalle, o all’ispezione di turno, quando ci vanno di mezzo i comuni mortali. Ecco, nelle varie riforme della magistratura tentate in questi anni, in quella targata Mastella come in quella targata Castelli, è sempre mancato questo elemento: applicare ai giudici le norme sulla responsabilità civile. È così difficile? Qualcuno dovrebbe spiegarlo. [...]
Il 13 Agosto 2007 alle 17:39 xbox ha scritto:
Sono state circa 40 le coltellate che hanno raggiunto il corpo di Maria Antonietta Multari, la 33enne di Ventimiglia, uccisa venerdì scorso in via Volta a Sanremo da Luca Delfino. La maggiorparte delle coltellate sono risultate superficiali, durante l’autopsia eseguita oggi dal professore di medicina legale Francesco Ventura, di Genova. Il medico ha stabilito che la donna è morta per dissanguamento e per la recisione delle vie respiratorie. Secondo l’esame autoptico sarebbero state solo alcune le coltellate da definire mortali. Il medico ha confermato che le altre coltellate sono state inferte dall’assassino, oppure è stata la vittima a procurarsele, nel disperato tentativo di parare i colpi e strappare il coltello dalle mani di Delfino. Dall’autopsia sono anche emerse lesioni cardio-vascolari e che la donna è stato colpita sia alla parte posteriore che anteriore del collo, ma anche al seno e all’addome.
Il 17 Agosto 2007 alle 9:40 Il pm Zucca: Perché non ho arrestato l’assassino di Maria Antonietta » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Vuole sapere la verità? La polizia l’assassino lo aveva già trovato 24 ore dopo l’omicidio di Luciana Biggi”. Il pm di Genova Enrico Zucca spiazza così il cronista. La famiglia di Maria Antonietta Multari lo accusa di non aver fermato l’assassino di loro figlia, l’ex fidanzato Luca Delfino? La polizia rivela che in un rapporto del giugno 2006 aveva indicato Delfino come probabile omicida della Biggi e aveva sottolineato il rischio che potesse uccidere ancora? E Zucca che fa? Ammette che gli investigatori gli avevano fatto il nome dell’assassino 24 ore dopo il primo delitto. Dottor Zucca, sta dicendo di essersi sbagliato? No. Dico che inizialmente per gli investigatori l’autore del delitto Biggi era un minorenne marocchino che faceva parte di una banda del centro storico accusata di molestare le ragazze. Secondo una fonte confidenziale della polizia, un parente del presunto omicida, il colpevole era quel ragazzino. E per questo avevano trovato persino una prova: un paio di pantaloni macchiati di sangue. Ma allora come si è arrivati a Delfino? Chiesi, tra gli sguardi di sufficienza degli investigatori, di non trascurare quell’elementare protocollo di indagine che impone di ricercare nella storia personale della vittima il possibile movente dell’omicidio e che volevo comunque sapere quali fossero stati i movimenti di Biggi negli ultimi due giorni. Così siamo arrivati a Delfino. Ma, dopo che la polizia le ha consegnato la relazione su Delfino, perché non ha chiesto di arrestarlo? Purtroppo io non posso rivelare dettagli investigativi, ma in quel fascicolo c’erano ipotesi alternative da smontare. E un quadro indiziario non è grave se ci sono altri possibili assassini. Questo la polizia lo sa bene. Ciò non toglie che, visto che avevo conosciuto Delfino direttamente durante i lunghi interrogatori, non fossi convinto, come e più degli investigatori, che questa persona fosse il killer e che potesse reiterare comportamenti criminali. In quella direzione erano diretti i miei sforzi per assicurarlo, definitivamente, alla giustizia. Purtroppo, nonostante questo, alla fine il quadro indiziario era insufficiente e chi ha lavorato con me lo sapeva benissimo. In quei giorni non c’era frattura tra me e gli investigatori: la polizia giudiziaria stava indagando su direzione del magistrato e il magistrato conosceva tutti gli atti. Ora si fa un gran parlare degli elementi di pericolosità che ha questa persona. Non del resto. Nessuno sottolinea che c’è differenza tra la pericolosità sociale di un uomo e la prova che abbia commesso un delitto. È l’abc del nostro sistema giudiziario. Con le prove che avevamo in mano la sua difesa di fronte a un giudice ci avrebbe spazzato via. Come mai mancavano gli indizi? Diciamo che la scena del crimine, fondamentale nel reperimento delle prove, era stata inquinata, a partire dall’intervento dei soccorritori. Il dirigente della squadra mobile di Genova, Claudio Sanfilippo, ribatte che lei aveva elementi sufficienti per fare arrestare Delfino… All’inizio ho pensato a una dichiarazione un po’ avventata. Ma additarmi all’opinione pubblica in questo modo mi ha messo in una situazione pesante. E onestamente in tutto questo vedo della malafede. Per fortuna ora gli atti sono passati al ministro Clemente Mastella e finalmente si discuterà di questioni tecniche. Lasciando alle spalle il clima di sciacallaggio che mi circonda in questo momento. [...]
Il 6 Settembre 2007 alle 18:50 Chi difende il pm Zucca nella polemica con la polizia? La polizia scientifica » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] C’erano molti motivi per non mandare in prigione di Luca Delfino. Lo scrive al ministro della Giustizia il pm Enrico Zucca che, nel 2006, mise sotto indagine l’uomo per l’omicidio dell’ex fidanzata, Luciana Biggi, senza chiederne l’arresto. Quindici mesi dopo, il 10 agosto 2007, Delfino ha ammazzato un’altra donna, Maria Antonietta Multari, 33 anni. Ma perché Zucca non ha fatto arrestare Delfino, come aveva chiesto la polizia? [...]
Il 3 Settembre 2008 alle 19:25 betta82 ha scritto:
delfino…. devi morire…. una morte lenta e molto sofferente… ecco cosa ti meriti! BASTARDO
Il 3 Marzo 2009 alle 13:24 Rose al veleno, stalking: storie d’amore e odio » Panorama.it - Libri ha scritto:
[...] Mentre l’Italia introduce il reato di stalking, andando a coprire un vuoto legislativo tutto nostro, esce il libro Rose al veleno, stalking - Storie d’amore e odio. Edito da Bompiani e realizzato dai giornalisti de La Repubblica Federica Angeli ed Emilio Radice, raccoglie storie, tutte assolutamente vere e narrate dai protagonisti, di chi “per avere accettato un fiore, uno scambio di sorrisi, una gentilezza, talvolta un po’ d’affetto, si è trovato poi trascinato in un incubo, ostaggio di un predatore chiamato stalker”. Secondo l’Istat sono oltre 7 milioni in Italia le vittime di violenza fisica e/o psichica, soprattutto donne, e poco meno della metà, 2 milioni e 777 mila, ha dovuto sopportare un’azione di stalking. Nelle prime pagine del libro la psicologa Marina Di Pasquale, consulente della Procura della Repubblica di Palermo per i reati a natura sessuale, spiega cosa si nasconde dietro al termine inglese (”to stalk” si traduce con “perseguitare”) che porta con sé un insieme di comportamenti ossessivi, inizialmente gentili e via via maniacali, finalizzati al sequestro psicologico di una vittima, che non sempre conosce il suo molestatore. Seguono poi i toccanti racconti, scritti dai diretti interessati in prima persona: vittime di stalking, parenti delle vittime, stalker, poliziotti che si sono sentiti impotenti per la carenza normativa italiana… Apre la voce della mamma di Maria Antonietta Multari, la trentatreenne ligure uccisa a coltellate a Sanremo dall’ex fidanzato Luca Delfino, già indagato per l’uccisione di una sua ex, cronaca abbastanza recente che aveva inorridito perché morte prevedibile - tante erano state le segnalazioni alla polizia contro Delfino - per cui non era stato fatto nulla. Sono riportate anche le innumerevoli telefonate con cui Delfino perseguitava la giovane intimandole di tornare con lui, gli sms, i pedinamenti, le minacce, le botte. “Mia figlia ha fatto una morte atroce, ma soprattutto annunciata. Una morte - e lo dico a voce alta - che poteva essere evitata”, scrive la signora Multari. [...]
Il 3 Marzo 2009 alle 13:29 Rose al veleno, stalking: storie d’amore e odio ha scritto:
[...] Mentre l’Italia introduce il reato di stalking, andando a coprire un vuoto legislativo tutto nostro, esce il libro Rose al veleno, stalking - Storie d’amore e odio. Edito da Bompiani e realizzato dai giornalisti de La Repubblica Federica Angeli ed Emilio Radice, raccoglie storie, tutte assolutamente vere e narrate dai protagonisti, di chi “per avere accettato un fiore, uno scambio di sorrisi, una gentilezza, talvolta un po’ d’affetto, si è trovato poi trascinato in un incubo, ostaggio di un predatore chiamato stalker”. Secondo l’Istat sono oltre 7 milioni in Italia le vittime di violenza fisica e/o psichica, soprattutto donne, e poco meno della metà, 2 milioni e 777 mila, ha dovuto sopportare un’azione di stalking. Nelle prime pagine del libro la psicologa Marina Di Pasquale, consulente della Procura della Repubblica di Palermo per i reati a natura sessuale, spiega cosa si nasconde dietro al termine inglese (”to stalk” si traduce con “perseguitare”) che porta con sé un insieme di comportamenti ossessivi, inizialmente gentili e via via maniacali, finalizzati al sequestro psicologico di una vittima, che non sempre conosce il suo molestatore. Seguono poi i toccanti racconti, scritti dai diretti interessati in prima persona: vittime di stalking, parenti delle vittime, stalker, poliziotti che si sono sentiti impotenti per la carenza normativa italiana… Apre la voce della mamma di Maria Antonietta Multari, la trentatreenne ligure uccisa a coltellate a Sanremo dall’ex fidanzato Luca Delfino, già indagato per l’uccisione di una sua ex, cronaca abbastanza recente che aveva inorridito perché morte prevedibile - tante erano state le segnalazioni alla polizia contro Delfino - per cui non era stato fatto nulla. Sono riportate anche le innumerevoli telefonate con cui Delfino perseguitava la giovane intimandole di tornare con lui, gli sms, i pedinamenti, le minacce, le botte. “Mia figlia ha fatto una morte atroce, ma soprattutto annunciata. Una morte - e lo dico a voce alta - che poteva essere evitata”, scrive la signora Multari. [...]
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