
“Basta demagogia, facciamo sul serio”: il tesoriere dei ds, Ugo Sposetti, con la sua intervista al Giornale vuol lanciare una “battaglia democratica per reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti”. L’ex ferroviere è uno che guarda al sodo, dice pane al pane e vino al vino senza farsi condizionare dagli umori della pubblica opinione. Anzi.
Del resto, chi meglio di lui (che ha praticamente ripianato i debiti dei Ds) sa quanti soldi e fatica ci vogliono per mandare avanti l’enorme baraccone dei partiti?
E così, in pieno trend “anti casta”, senza nemmeno preoccuparsi di nascondere la mano, ha lanciato il suo sasso: nello stagno della politica e anche contro chi a quella casta ha fatto i conti in tasca. Ben sapendo che si sarebbe attirato gli anatemi di molti, anche nel suo schieramento. E pur ridimensionando in parte il tono dell’intervista al Giornale (”Io non ho mai chiesto di tornare al finanziamento pubblico dei partiti così com’era prima del referendum radicale del ‘93″) ha addiritttura rilanciato sostenendo che ”non c’è alternativa: o si lascia spazio solo ai grandi patrimoni o alla corruzione…”. Una sorta di minaccia all’elettore.
Ma la verità è un’altra: i partiti ricevono molti più soldi ora con il rimborso elettorale di quanti ne percepissero prima con il finanziamento pubblico.
Ecco perché questo saltare sulla sedia da parte dei politici italiani (di entrambi gli schieramenti) per il caso Sposetti è sorprendente, visto che il meccanismo del finanziamento pubblico ai partiti non è mai stato abrogato davvero. Era stato introdotto con la legge del maggio 1974 n. 195, all’indomani dello scandalo petroli, uno dei primi clamorosi casi di tangenti, in nome della trasparenza e delle pari opportunità nella competizione politica. Ma quasi venti anni dopo, sempre in piena bufera Tangentopoli era stato bocciati: la stragrande maggioranza degli italiani (più di 31 milioni, cioè il 90,3% di quelli che andarono a votare il referendum radicale) si erano espressi per la sua abrogazione nel ‘93.
Risultato? Per i quattro anni successivi i partiti italiani si sono finanziati grazie alle donazioni dei privati, al tesseramento, alle feste e ai compensi che gli eletti giravano ai loro movimenti. Troppo poco per sopravvivere. E così lo spirito referendario venne di fatto tradito con la legge 2 del gennaio ‘97, quello che i radicali definirono “il pasticcio del 4 per mille”. Cioè: non più un finanziamento decretato per legge, ma legato ai contributi volontari dei cittadini che, attraverso la destinazione ai movimenti e partiti politici del quattro per mille dell’Irpef, potevano esplicitamente dichiarare la propria volontà di finanziare l’attività politica. Ma sulle cifre che gli italiani avrebbero sottoscritto nelle loro denunce dei redditi non sono mai stati forniti dati certi. Anche perché i fondi anticipati preventivamente dallo Stato non corrispondevano mai a quelli versati volontariamente dai cittadini (qualcuno parlò di un anticipo di 110 miliardi a fronte di una ventina di miliardi volontariamente versati dai contribuenti nel ‘98).
A rimpinguare le casse ormai allo stremo dei partiti ci pensò nel 1999 una nuova legge, che introduceva il rimborso elettorale, voluta e varata dal primo governo dell’Ulivo, appena in tempo per le elezioni europee del 13 giugno e per le regionali dell’anno successivo. La norma abbassava dal 4% all’1% la soglia minima di voti per partecipare al “banchetto” delle risorse pubbliche.
Vinte le elezioni nel 2001, è stato poi il governo di centrodestra, con la nel 2002, a preoccuparsi di aumentare il rimborso elettorale, innalzandolo a 1 euro per elettore per ogni anno di durata della legislatura. E a stabilire che le somme fossero corrisposte in unica soluzione, anziché frazionate di anno in anno. Cioè: se fino ad allora era previsto un finanziamento di 4 mila lire per ogni elettore, da dividere in proporzione ai consensi ottenuti dai partiti che avessero almeno un parlamentare eletto, la nuova legge stabilisce che il contributo ammonti a un euro per ciascun elettore ma il fondo totale viene ripartito non una volta sola a legislatura, ma per ogni anno dei cinque cui la legislatura è composta (quindi, in una legislatura, è prevista una cifra di 5 euro a elettore). Inutile dire che passò a larghissima maggioranza nei due rami del Parlamento.
Tirando le somme, le forze politiche hanno intascato 125 milioni di euro nel 2002 e nel 2003 mentre negli ultimi tre anni della legislatura, dal 2004 al 2006, la cifra è salita a 153 milioni.
E a quanto ammonta il gruzzolo per le elezioni dell’aprile 2006? La prima tranche del rimborso è già stata deliberata dai presidenti delle Camere ed è una cifra strabiliante: 487.273.610 euro. Per ottenerla basta moltiplicare 1 euro per tutti i cittadini italiani iscritti nelle liste elettorali della Camera e del Senato (cioè 97.454.722 di euro annui), che vanno poi moltiplicati per i 5 anni di attività parlamentare.
Un ultimo paradosso? La legge dispone che i partiti percepiscano il rimborso proporzionalmente ai voti ricevuti, ma che questo è calcolato in base all’intera platea elettorale, cioè agli aventi diritto al voto. E ciò vuol dire che i partiti prendono i soldi anche per chi, magari per protesta contro l’attuale panorama politico, rientra nel sempre più numeroso esercito degli astenuti.
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Commenti
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Il 21 Agosto 2007 alle 8:21 Corrado Buccieri ha scritto:
Non pretendano almeno il contributo
degli astenuti.Già si dovrebbe rivedere
quello in atto,ma per i non votanti,
quello è già un segno di protesta.
Il 28 Settembre 2007 alle 18:08 Tex Willer Bordon: Attento Romano, ora ho le mani libere e potrei colpire » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Ora rivendico la mia libertà d’azione, senza sconti a nessuno per nulla”. Prima annuncia che non entrerà nel Pd. Poi abbandona il gruppo dell’Ulivo a Palazzo Madama. Quindi fonda un nuovo movimento, Unione democratica. E tutti a domandarsi: ma che avrà in mente, l’inquieto senatore Willer Bordon, farà cadere il governo? Chi la seguirà in questa nuova avventura? Il senatore Roberto Manzione e i due leader dei consumatori, Elio Lannutti e Bruno De Vita. E non escludo un raccordo parlamentare con Lamberto Dini e con gli ex ds che non aderiscono al Pd, a cominciare da Gavino Angius. Strizza l’occhio a Beppe Grillo? Beppe è un amico. Un carissimo amico. Non ha bisogno di imitatori. Farà cadere Prodi? Romano è l’unico che non lo merita. Gli voglio bene. Però, se insisteranno con i voti di fiducia impropri, potremmo anche mandarli a quel paese. Vuole le mani libere… Ci sono alcune questioni su cui non faremo più sconti. Bisognerà ridurre drasticamente il numero di ministri e sottosegretari. Abolire una serie di enti inutili. Limitare la durata del mandato parlamentare: dopo due legislature, a casa. Ridurre il numero del parlamentari. Smascherare la truffa del finanziamento pubblico ai partiti: è stato abolito con un referendum ma è rientrato attraverso i rimborsi elettorali. E ci sono anche il costo della vita, la questione Rai e altri problemi su cui daremo battaglia. Cominciando da? Subito. Alcune nostre richieste devono stare già in Finanziaria. È per questo che ha disertato il vertice di maggioranza? Ma ha visto che roba? Quattordici partiti. Noi non vogliamo essere il quindicesimo. Allora è proprio rottura… È rottura, ma non con Prodi. Lui è coraggioso: cerca di andare avanti nonostante il disastro intorno a lui. Cosa aspetta che faccia? Che prima raccolga tutte le obiezioni e le proposte sulla finanziaria. E poi presenti al Parlamento un testo non più modificabile. La si voti, oppure tutti a casa. Lei non sembra avere molta stima del ceto politico del centrosinistra… Anche il centrosinistra ha fallito: non è in grado di recepire la domanda di cambiamento. Il Pd, che doveva essere il primo partito nuovo, si rivela un’autentica contraffazione e rischia di essere l’ultimo dei vecchi. Non crede nell’autoriforma della politica? Non più, ormai. Il cambiamento può avvenire solo per pressioni esterne. L’ultima occasione per cambiare è stabilire che non si possono fare più di due legislature. Ha idea di che ricambio ci sarebbe, in Parlamento? Almeno l’80 per cento. Ma li guardi: sembrano la fotografia di 20 anni fa. Non compare anche lei, in quella foto? È vero. Vale anche per me. Abbandonerò anch’io. Abbandona la politica? Ma se ha appena fondato un nuovo partito… No, la politica non l’abbandono. Ma la si può fare anche fuori del Parlamento. [...]
Il 16 Aprile 2008 alle 21:43 “è più vicino il dente che il parente” « Luca Tartaglione (Blog personale) ha scritto:
[...] 16, 2008 · No Comments Il finanziamento dei partiti e la faccia tosta dellapolitica [...]
Il 15 Luglio 2009 alle 17:38 La crisi e i partiti: a sinistra è profondo rosso » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Ironia della sorte (e della politica): sempre sprezzanti verso il primato del dio denaro, le forze italiane della sinistra radicale rischiano di chiudere bottega non perché mancano gli elettori (che peraltro negli ultimi tempi si sono ristretti), ma perché mancano i soldi. “La situazione” confessa a Panorama il tesoriere di Rifondazione, Sergio Boccadutri, “è drammatica. I soldi incassati alle elezioni del 2008 li abbiamo già tutti spesi per le europee. Dalle quali però, disgraziatamente, non ci arriveranno rimborsi”. E se il partito di Paolo Ferrero è alla canna del gas, sono preoccupanti anche le condizioni degli altri “nanetti” accampati alla sinistra del Pd, ossia i comunisti italiani di Oliviero Diliberto, Sinistra e libertà di Nichi Vendola, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini. L’incubo, per tutti, è rimanere senza più un soldo già nel 2010. Per capire la situazione occorre ripassare il machiavello del finanziamento dei partiti (qui la Legge 3 giugno 1999, n. 157, qui le nuove norme per il finanziamento dei partiti europei). Che in verità sarebbe stato abolito da un referendum nel 1993, e che invece venne resuscitato 8 mesi dopo travestito da “rimborso “; con inganno anche lessicale, perché l’erogazione avviene senza bisogno di documentare le spese e dunque di finanziamento si tratta e non di rimborso. Le (ricche) torte a disposizione sono quattro: elezione della Camera, del Senato, elezioni europee e regionali. Per accedere alla spartizione delle prime due basta raggiungere l’1 per cento. Per la torta europea l’asticella è più in alto, sta al 4 per cento. Ogni torta vale all’incirca 250 milioni di euro, e le fette, distribuite in rate annuali, sono proporzionali ai voti conseguiti. Va aggiunto che, grazie alla generosità che i partiti dimostrano sempre verso se stessi, i rimborsi per Camera e Senato vengono erogati per 5 anni anche nel caso la legislatura (come accadde a quella scorsa) duri di meno. Il guaio per la sinistra radicale è che ormai colleziona un flop elettorale dietro l’altro. Alle politiche del 2008, tutti intruppati nella Sinistra arcobaleno, Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica (un gruppo di scissionisti ds guidato da Fabio Mussi) hanno raccolto un misero 3 per cento. Non sono quindi riusciti a eleggere né deputati né senatori (il che ha la sua importanza perché le trattenute sugli stipendi degli eletti sono un’importante voce di entrata), ma hanno almeno incassato i rimborsi; i quali però, divisi in quattro parti, si sono rivelati una miseria. Speravano di rifarsi alle europee succhiando voti al Pd e si erano baldanzosamente divisi in due squadre, ciascuna convinta di superare lo sbarramento del 4 per cento. È andata male di nuovo: la Lista comunista (Prc e Pdci) si è fermata al 3,3 per cento mentre Sinistra e libertà (gli scissionisti del Prc capitanati da Nichi Vendola, Verdi, Socialisti e Sd) al 3,1. Niente eletti e, stavolta, zero finanziamento. Con le banche che, non vedendo entrate certe per i prossimi anni, cominciano ad alzare i ponti levatoi. Conseguenza: crisi nera e rischio di finire l’ossigeno già l’anno prossimo, quando invece ci sarà da tirare fuori un mucchio di soldi per la campagna regionale. A viale del Policlinico, sede del Prc, girano cifre da brivido. La curva delle entrate è quella di un’azienda in crisi: 21 milioni di euro nel 2007, 15 nel 2008, 9,5 milioni nel 2009, 6,5 nel 2010, per finire a “zero euro” a partire dal 2011. Le uscite (mettendo da parte il buco di Liberazione, il quotidiano ufficiale) non scendono altrettanto velocemente: 13 milioni nel 2008, 10 milioni nel 2009 e altrettanti nel 2010. Quanto a Liberazione, le perdite ammontano, solo per il 2008, a 3 milioni. “Negli ultimi 5 anni ” si dispera Boccadutri “gli abbiamo dato 10 milioni: ora basta!”. [...]
Il 30 Ottobre 2010 alle 10:27 Nuovo IMAIE: ancora tra i piedi? | NIBBLE ha scritto:
[...] Evidenza, Lex ott 30, 2010 (Link) (0) Mi ricorda tanto i finanziamenti ai partiti e la loro lunga storia: al voto, il 90 per cento dei cittadini avevano detto di volerne l’abolizione. Ma a questi [...]
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