Il supermercato e la Ruota dei bimbi abbandonati: Giorgio e i suoi fratelli

Lo hanno lasciato in un carrello della spesa lunedì 13 agosto all'ipermercato Carrefour di Nichelino (Torino)

Piano piano scompare dalle cronache, com’è giusto che sia. Gli ultimi accenni per poi lasciarlo a una nuova vita, fatta di privacy e - speriamo - affetto, con una nuova famiglia e un volto di donna a cui ripetere “mamma”, l’unica parola che ora sa sillabare, sospinto dalle infermiere dell’ospedale Santa Croce di Moncalieri. Il bambino di Nichelino (Torino), piovuto dal nulla nel carrello di un Carrefour in un frenetico giorno di agosto, ha lasciato venerdì scorso il reparto di pediatria dell’ospedale, dove è rimasto per quattro notti, per essere trasferito in una comunità protetta. Qui attenderà che i suoi secondi genitori, quelli che l’adotteranno, lo riporteranno a casa, nella casa che dovrà imparare a riconoscere come sua.
Quegli occhioni sgranati che per una settimana hanno riempito tg e giornali, e soprattutto i cuori di un po’ tutti gli italiani, ora hanno bisogno di rinascere e non essere più collegati al “bambino del supermercato”.

“Ma non si può parlare di vero abbandono nel caso di Giorgio (come è stato ribattezzato il piccolo di Nichelino, ndr)”, dice Alessandra Maggi, presidente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, che da sei secoli si impegna per la tutela dei diritti dell’infanzia. “Lasciare un bambino in un supermercato è un po’ come lasciarlo, come veniva fatto un tempo, nel nostro istituto o nella ruota dei conventi: non è abbandonarlo, è far sì che altri se ne prendano cura. Ma c’è da chiedersi cosa ci sia dietro alla rinuncia di una madre. Quali disagi spingano a tanto”.

Anche se il caso di Giorgio, per le sue modalità e per l’età del piccolo (che non è un neonato ma ha circa 18 mesi), ha richiamato tanta attenzione, secondo i dati dell’Istituto degli Innocenti, solo in Toscana sono circa 30 i bambini abbandonati e dati in adozione ogni anno. In termini generali, in Italia, si può fare una stima di 300-400 piccoli all’anno.

Sono sufficienti in Italia le istituzioni a supporto della maternità?
La legge che tutela il parto anonimo - risponde la Maggi - è ottima. Nei luoghi, come in Toscana o in Piemonte, dove è stata attuata, è possibile soccorrere le mamme in difficoltà. Ma bisognerebbe lavorare in tutto il Paese perché la legge venga attuata e si instauri la rete necessaria. C’è bisogno delle istituzioni pubbliche, del volontariato, degli operatori di strada… Spesso queste donne sono straniere e bisogna metterle a conoscenza della possibilità del parto anonimo, e non bastano gli opuscoli tradotti, occorre arrivare direttamente a loro e contattarle. Ma al di là di ciò, le ragioni che spingono a questi gesti estremi sono povertà, disagio, difficoltà a farsi carico di una famiglia.

Fanno fatica anche le mamme italiane?
Oggi le difficoltà sono per qualunque tipo di famiglia. E il disagio va ascoltato. Separarsi da un bimbo è sempre un dramma. E lasciarlo in un luogo pubblico è un po’ come ripetere quello che avveniva quando i bambini erano lasciati nella ruota, con addosso segni di riconoscimento che ancora conserviamo nei nostri archivi, come una mezza medaglia di cui la mamma conservava l’altra metà, nella speranza un domani di poter ritornare a riprendere il figlio.

Giorgio ha mosso tante richieste di adozioni…
Così come c’è ora per Giorgio, lo slancio di solidarietà per questi bimbi è sempre forte. Noi abbiamo una lunga lista d’attesa, e non solo per le adozioni, anche per gli affidi. C’è molta sensibilità sul tema.

Commenti

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Il 21 Agosto 2007 alle 20:45 La sacralità della vita e la libertà della disperazione » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] “Io non me la sento di giudicare” dice Giovanna Zucconi, giornalista culturale de La Stampa che nei giorni scorsi ha provato a vestire i panni della donna che ha abbandonato il proprio bambino in un supermercato di Torino. Una madre, ha immaginato Zucconi, che ha sentito crescere il rifiuto nei confronti di un figlio nato da uno stupro. “Credo sia giusto ribadire la sacralità della vita, ma bisogna trovare l’umiltà di mettersi nei panni dell’altro e riconoscergli anche la libertà della disperazione e del rifiuto. Non può esserci un’altra imposizione in cui vittima sia ancora la donna, che ospita nel ventre qualcosa che è per metà suo e per metà del suo nemico. Il rapporto della madre con il figlio è fisico. È carne. Di fronte a questo dilemma credo che la scelta giusta sia uno sgomentato rispetto”. [...]

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