
C’erano molti motivi per non mandare in prigione di Luca Delfino. Lo scrive al ministro della Giustizia il pm Enrico Zucca che, nel 2006, mise sotto indagine l’uomo per l’omicidio dell’ex fidanzata, Luciana Biggi, senza chiederne l’arresto. Quindici mesi dopo, il 10 agosto 2007, Delfino ha ammazzato un’altra donna, Maria Antonietta Multari, 33 anni. Ma perché Zucca non ha fatto arrestare Delfino, come aveva chiesto la polizia?
Per il pm non c’erano elementi sufficienti, anche per colpa dell’inquinamento della scena del crimine da parte dei soccorritori e dei poliziotti, come dimostra il video del primo intervento, visibile sul sito «Panorama.it». Non basta. Nella relazione di 16 pagine inviata al ministro, per spiegare la sua decisione, Zucca mette in fila gli indizi contrari e quelli a favore del presunto omicida. Tra questi, per il pm, c’è anche l’esame autoptico che consente di formulare l’ipotesi di un tentativo di violenza e la presenza di più aggressori (come confermerebbero le numerose ecchimosi alle braccia e alle gambe). Una pista che non viene smentita neppure dalla «relazione tecnica» del gabinetto regionale della polizia scientifica che Zucca ha allegato al fascicolo.
Nel documento del 7 settembre 2006 (cinque mesi dopo l’omicidio e quasi tre mesi dopo la prima relazione della squadra mobile che individuava come probabile assassino Delfino) vengono presentate due «ipotesi ricostruttive» della dinamica del delitto: la prima ipotizza un’aggressione da dietro. Ma in questo caso i tecnici della scientifica non riescono a spiegare «le ecchimosi da afferramento e i segni di costrizione che allora potrebbero risalire a un’epoca sia pure recente, ma antecedente all’evento». L’ipotesi più plausibile, per gli esperti, è un’altra, ovvero che «l’aggressione sia avvenuta frontalmente». Qui gli «scienziati» della polizia non escludono «un tentativo di violenza sessuale», che sarebbe suggerito dai pantaloni abbassati della vittima, né un’aggressione da parte di più persone. Scrive la polizia: «Le ferite da difesa relativamente modeste indicano una scarsa capacità reattiva da parte della Biggi giustificata dallo stato di ubriachezza o dal fatto di essere stata sorpresa dall’aggressore o da più aggressori». Non viene escluso neppure il movente della rapina: «Analogo modus operandi, ossia afferramento e immobilizzazione della vittima con conseguente produzione di ecchimosi contestualmente all’evento, potrebbero ricondurre a un’aggressione premeditata per altro movente (rapina, vendetta) con sottrazione della borsetta probabilmente perché dal suo contenuto si poteva risalire all’autore o agli autori».

Luciana Biggi e Maria Antonietta Multari, le due vittime
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- Giovedì 6 Settembre 2007
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