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- Un commento
di Francesco Carrer*
“La lotta all’illegalità è una cosa seria”. Può sembrare una battuta questa frase attribuita dai giornali al Ministro dell’Interno. Ma conoscendo la sua serietà mi auguro sia il segnale di una svolta che molti, non tutti, da tempo si augurano anche nel nostro paese. Spero che il progetto annunciato, il cui testo, per ora solo annunciato a grandi linee e non ancora pubblico, possa andare avanti e non finire “al binario 4″.
Non so neppure se si possa parlare di “giro di vite” o piuttosto solo di “ritorno alla normalità”, per un paese che la normalità, in molti campi l’ha persa da tempo. Forse il problema non è quello di una sicurezza di destra e una di sinistra; c’è una sola sicurezza giusta; e, al di là dei 26 partiti esistenti o giù di lì, forse c’è una sola politica senza molte distinzioni percepibili, quanto meno di posizioni e di colori.
È certamente vero che non si devono confondere i writers con i mafiosi, ma lo è altrettanto il fatto che il permissivismo totale e il non rispetto per l’altro (e per la cosa pubblica) agevolano la cultura dell’illegalità. Quella che nutre l’acquisto di oggetti rubati, giustifica l’utilizzo dell’autobus senza pagare il biglietto, l’assunzione di droga o il diploma facile come diritti, favorisce ogni pretesto ed ogni tipo di cultura in quanto alternativa, quella mafiosa compresa.
Da anni scrivo che la qualità della vita è strettamente correlata alla percezione della sicurezza, che a sua volta non è sempre connessa, per il cittadino normale, alla criminalità, reale o ufficiale che sia. E che per costui la strada illuminata e pulita incide più delle filiere criminali transnazionali. Sul piano della sicurezza e della sua percezione, i problemi della gente normale - quella della “quarta settimana”, del mutuo, quella che, in gran parte, paga le tasse o non le paga perché non lavora, quella meno protetta - sono rappresentati anche dalle categorie ricordate in questi giorni: lavavetri, graffitari, prostitute, vandali, scippatori, bulli, vagabondi, tossicodipendenti e piccoli spacciatori di contorno. Comportamenti che, in gran parte, grazie alle leggi degli ultimi anni, non costituiscono più un reato. E questo, per inciso, spiega il non intervento delle forze di polizia.
È certo un atteggiamento ipocrita e perbenista, ma oggi “la gente”, la maggioranza dei cittadini poco consapevole ed egoista, “il popolo” - che quando fa comodo viene invocato come base e baluardo di ogni democrazia - vuole eliminare anzitutto l’aspetto visibile del problema, quello che colpisce i cinque sensi senza arrivare all’intelletto. Coloro che salutano con maggiore entusiasmo l’arresto per quanto momentaneo del piccolo tossico-spacciatore di quello, ovviamente molto più importante, del grande capo mafioso. Certo, a molti fa male l’idea della prostituta tredicenne - altri comunque la usano senza problemi come un oggetto a perdere - ma, “intanto, cominciate a togliermela da sotto casa”.
A proposito della prostituzione, è giusto che, se esercitata in piena libertà e disponibilità, non sia un reato. Ma perché, oltre a colpire tutte le forme di sfruttamento, non rendere reato tout court quella visibile, quella stradale?
D’altra parte, non si tratta di “categorie astratte che evocano l’allarme sociale” come sostenuto da qualcuno; sono concreti l’orina, i preservativi e gli escrementi (di cane?) lasciati a diverso titolo sui marciapiedi; sono concreti i muri ed il selciato sbertucciati per nasconderci le dosi; sono concreti gli schiamazzi notturni. Credo che il diritto (dei più) a non essere disturbati e vivere un’esistenza un (poco) meno travagliata sia un diritto più diritto, orwellianamente parlando, di quello di farsi i comodi propri.
È pur vero che convivono fra noi enti, società e categorie che scippano milioni di euro a milioni di cittadini, ma un problema non elimina l’altro. Forse, potrà essere il caso di un impiego più oculato delle forze di polizia secondo le proprie specificità.
A proposito di queste ultime, credo che meritino più solidarietà e attenzione, se non altro per il lavoro ingrato che svolgono. Forze di polizia che, a loro volta, devono essere messe in condizione di lavorare meglio, di poter aumentare la loro professionalità, di poter allontanare rapidamente chi, al loro interno, non è degno di starci e che non devono essere considerate la poubelle di altri enti e ministeri in esubero di dipendenti.
La criminalità va combattuta tutta con la stessa decisione e incisività; la “macro” in coppola o colletto bianco, la “micro” perché colpisce i cittadini meno difesi, perché spesso proprio al suo interno si nasconde anche la grande illegalità. Sono noti i collegamenti fra minori strafottenti, economia sotterranea delle periferie (e non solo), reclutamento delle grandi organizzazioni criminali e dei movimenti terroristi. La dose di eroina venduta all’angolo del centro storico arriva dal papavero afgano e i soldi con cui viene pagata tornano alle bande di criminalità organizzata che ne gestiscono il traffico. Ma anche l’autoradio, rubata dalla mia auto e montata sulla tua, arricchisce una specifica filiera (elettrauto-ricettatore-ladruncolo) e, forse, livelli superiori di criminalità.
In parallelo all’intervento repressivo, è fondamentale quello di carattere preventivo e riparativo, quello che rassicura, fa conoscere e socializzare, riduce la solitudine e l’incomprensione. D’altra parte, i legami sociali, nuovi o vecchi che siano, si intrecciano solo con chi vuole e può farlo.
Come ho sempre scritto, lo scontro si vince sul sociale. La gente - bianca, nera, gialla, quando arriverà anche verde - si deve incontrare, conoscere, apprezzare se possibile. Ma per fare ciò è necessaria una base di partenza che non a tutti va bene. È inutile aprire un centro sociale di quartiere, se viene colonizzato da bande di prepotenti; una biblioteca, se c’è chi ruba i libri; ripristinare un giardino pubblico, se chi lo ha sfasciato prima è ancora libero di tornare a sfasciarlo. Non si può chiedere agli anziani di uscire di casa se il “fuori” è disselciato, buio, sporco, pericoloso e non offre spunti di socializzazione. Ed è chiaro che interventi di questi tipo chiamano in causa, nobilitandolo ulteriormente, l’impegno dei sindaci, interlocutori privilegiati dei loro concittadini.
Inoltre, non si può non intervenire in altri settori - dev’essere questa la collegialità di un governo - bonificando la Pubblica Amministrazione e garantendo alla Giustizia la certezza della pena, l’abolizione dell’indulto, del condono e delle leggi ad personam; restituendo dignità ad una scuola che, a fianco delle materie, nuove o vecchie che siano, torni ad educare alla legalità e alla responsabilizzazione. Voglio pensare che anche il decreto del Ministro della Pubblica Istruzione vada in questo senso.
Per finire, una sola sbavatura nell’intervento del Ministro: la sociologia è “d’accatto” nella misura in cui vengono dati voce, ascolto e potere a “sociologi d’accatto”; anche loro, come le prostitute, non mancano.
*criminologo, esperto per il Consiglio d’Europa
- Giovedì 6 Settembre 2007
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Il 6 Settembre 2007 alle 18:04 Lo chiamano pacchetto sicurezza, ma è il solito pacco » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Il criminologo Carrer: niente leggi straordinarie, la sicurezza sia “normale” Panorama Canali Italia Lo chiamano pacchetto sicurezza, ma è il solito pacco [...]
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