Ichino: La legge Biagi? Certo non una svolta epocale

Il prof. Pietro Ichino, esperto di diritto del lavoro
Nato a Milano nel 1949, è stato dirigente sindacale della Fiom-Cgil dal 1969 al 1972; dal 1973 al 1979 è stato responsabile del Coordinamento servizi legali della Camera del lavoro di Milano. Nell’VIII legislatura (1979-1983) è stato membro della commissione Lavoro della Camera dei deputati, eletto nelle liste del Partito comunista italiano. Ricercatore dal 1983 all’Università statale di Milano, dal 1986 al 1991 è stato professore straordinario di Diritto del lavoro all’Università di Cagliari; dal 1991 è professore ordinario della stessa materia all’Università Statale di Milano. Nel 1985 ha assunto l’incarico di coordinatore della redazione della Rivista italiana di diritto del lavoro di cui è direttore responsabile dal 2002. Dal 1997 è editorialista del Corriere della sera.
L’8 settembre a Bologna Beppe Grillo l’ha mandata (per dirla eufemisticamente) a quel paese. Lei tace?
Preferisco ignorare gli insulti. Su alcune cose Grillo ha ragione. Sulla legge Biagi, invece, sbaglia clamorosamente il bersaglio. L’ho invitato a un confronto pubblico in televisione, ma lui ha rifiutato.
Non le pare che sulla Biagi ci sia troppo conformismo? Solo a parlarne si fa peccato.
È il risultato di un fenomeno di faziosità bipartisan. Ne hanno fatto un simbolo: a destra e a sinistra, come se quella legge avesse segnato una svolta epocale. Che invece non c’è stata affatto.
In fondo contro la legge non c’è solo la sinistra radicale. Ma anche qualche imprenditore che ha storto il naso perché complica il mercato del lavoro più che semplificarlo.
Per certi aspetti è così. Soprattutto, ma non soltanto, sui co.co.co.: qui la legge ha portato una restrizione drastica, tant’è vero che questi rapporti di lavoro precario si stanno riducendo.
Si fa un grande elogio della flessibilità. Ho paura che talvolta il termine sia il sinonimo alla moda di precariato.
La sicurezza è un bene della vita. Il problema è come conciliarla con la flessibilità del sistema produttivo. In altri paesi si sono fatte delle esperienze interessantissime su questo terreno.
Baratterebbe l’abolizione della legge Biagi con l’obbligo dell’assunzione a tempo indeterminato, ma con libertà di licenziare?
Baratterei volentieri tutti i rapporti di lavoro a termine, “a progetto”, e simili con un contratto di lavoro unico a tempo indeterminato, nel quale l’imprenditore può licenziare per motivi economici pagando un indennizzo al lavoratore proporzionato all’anzianità di servizio e garantendogli un trattamento di disoccupazione efficiente e moderno. Al giudice solo il controllo sui licenziamenti disciplinari e quelli discriminatori.
A sinistra si esagera, e spesso si dicono infamie. Ma i comunisti non hanno tutti i torti a sostenere che nel programma dell’Ulivo c’era un esplicito impegno a modificare la legge.
Sì: era il frutto di una demonizzazione faziosa e disinformata. Altrimenti, nello stesso spirito, avrebbero dovuto parlare piuttosto di superamento della legge Treu del 1997. Ma questo non potevano farlo, perché la legge Treu era stata voluta da una coalizione di centro-sinistra di cui faceva parte anche Rifondazione, e sulla scorta di accordi firmati da tutti i sindacati, compresa la Cgil.
Marco Biagi, giuslavorista, il 19 marzo 2002 venne ucciso, a 51 anni, dalle Nuove BR, in un agguato a Bologna sotto casa sua
Sulla flessibilità a parole sono tutti d’accordo. Poi le varie indagini sociologiche sui giovani dicono che sognano ancora il posto fisso in banca o in un ministero.
Come dicevo prima, la sicurezza è un bene della vita. Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto.
In Italia (come in Europa) la disoccupazione è scesa. In percentuale, quanto è merito della Biagi e quanto della ripresa economica?
Non sono un economista. Però starei attento a individuare nella legge Biagi la causa di questa riduzione. La realtà è che le retribuzioni della fascia bassa si sono ridotte; e quando cala il prezzo aumenta la domanda.
Soddisfatto che i suoi reiterati appelli a licenziare i nullafacenti stiano cominciando a dare qualche frutto?
Soddisfatto è una parola grossa. C’è ancora molta strada da fare.
Alla fine hanno rimosso persino quell’insegnante campione di “fannullonismo” cui lei ha fatto riferimento in molti dei suoi interventi.
Rimosso, ma non licenziato. Prende ancora lo stipendio senza far nulla.

Commenti

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Il 13 Settembre 2007 alle 15:57 clator ha scritto:

Ma quanti sono i sindacalisti che appestano questo disgraziato Paese e che hanno fatto carriera finendo in tutte le pubbliche amministrazioni , nelle Università , in Parlamento, al Governo ecc… ecc… . Tutte persone che non hanno mai lavorato veramente ma che si sono solo preoccupate di ostacolare il lavoro degli altri ricavandone soldi, prestigio, carriere.
Non credo esista un Paese al mondo con tanti sindacalisti come in Italia.

Il 17 Settembre 2007 alle 15:24 Vespa: S’avanza il qualunquismo di sinistra » Panorama.it - Opinioni ha scritto:

[...] Grillo è un comico intelligente e un furbacchione di tre cotte. Riempie i teatri facendo il verso o insultando – con indiscutibile mestiere – una fascia di politici o di potenti reali e supposti che il pubblico ama veder derisi e insultati. A questa prima fase se n’è aggiunta una seconda ancora più magistrale: quella del blog. C’è una quantità di gente largamente superiore a ogni immaginazione che passa ore davanti al computer partecipando al rito collettivo del dialogo virtuale. Il blog di Grillo è diventato un formidabile circo del qualunquismo di sinistra. E già, perché la novità è proprio questa. Il qualunquismo, da quando è nato nel 1944 con Guglielmo Giannini, ha sempre pescato a destra. Ma Grillo è un uomo di sinistra. Alla cena di gala della sua manifestazione bolognese di sabato c’erano Marco Travaglio (che nasce a destra, ma scrive sull’Unità ed è il più fiero e violento avversario di Berlusconi) e Sabina Guzzanti, che contesta da sinistra la sinistra mollacciona (a suo dire) che ci governa. Che cosa scrive Grillo nel suo libro Schiavi moderni? “Le legge Biagi ha introdotto in Italia il precariato. Una moderna peste bubbonica che colpisce i lavoratori, specie in giovane età… La legge Biagi crea i nuovi schiavi moderni”. Naturalmente non è vero. Le migliaia di precari dei call center finalmente assunti con pienezza di diritti grazie alla legge Biagi sono la testimonianza vivente del contrario. Ma larga parte del popolo di sinistra, convinto della nefandezza della legge Biagi fin dall’ultima campagna elettorale, gode a sentir gridare a pieni polmoni affermazioni al tempo stesso così false e così accattivanti. Da qui nascono l’attenzione dell’Unione e la comprensione di Fausto Bertinotti per le iniziative di Grillo. “Non è colpa sua se la politica non dà risposte” ha detto il presidente della Camera. Quali risposte? Abolire la legge Biagi, per esempio. Peccato che Grillo non voglia affrontare in un pubblico dibattito Pietro Ichino, il giuslavorista (certo non di centrodestra) che vuole dimostrargli che quella legge è tutt’altro che una peste bubbonica. Le 300 mila firme per la legge d’iniziativa popolare contro l’elezione dei condannati sono un serbatoio troppo importante per essere ignorate. Non fa niente se presenta forti dubbi d’incostituzionalità, perché potrebbe violare il principio d’uguaglianza. O se è il popolo che elegge i condannati, quando sarebbe liberissimo di bocciarli. Quali condannati, poi? Anche quelli come Grillo che, riferisce Il giornale, lo furono per un brutto omicidio colposo di tanti anni fa? Il qualunquismo è di destra, ma la preoccupazione a sinistra è fortissima. Non a caso Pancho Pardi, il padre dei Girotondi, vuole allearsi con lui. Non a caso Antonio Di Pietro, che ha sempre pescato nel giustizialismo, ha plaudito all’iniziativa. Non a caso Alfonso Pecoraro Scanio esige “risposte concrete” alle invocazioni di Grillo. Il comico tribuno assicura che non farà un partito perché lui i partiti vuole distruggerli. Per sostituirli come? Intanto fa un mucchio di soldi riempiendo i teatri, mentre c’è da giurare che Schiavi moderni sarà un fantastico best-seller. Complimenti. Davvero. [...]

Il 27 Settembre 2007 alle 10:22 Il miglio verde del Governo: ma sarà davvero la Finanziaria a farlo cadere? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] La rottura sulla Finanziaria tra estrema sinistra e Romano Prodi ha messo in moto il conto alla rovescia per il premier. La domanda è: cadrà subito, entro fine anno, quindi prima dell’approvazione della legge di bilancio, oppure dopo, all’inizio 2008? Benché siano stati Rifondazione, Pdci e Verdi ad andare all’attacco del testo predisposto da Tommaso Padoa-Schioppa, chiedendo che venga riscritto di sana pianta, non è detto che le vere insidie si annidino davvero nell’ala radicale. Anche se incombono la manifestazione del 20 ottobre e il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil. In questo momento il malumore principale, anche se meno vistoso, è nell’area del Partito democratico. Ds e Margherita, ma soprattutto i primi, in particolare Walter Veltroni, diffidano sia di Prodi sia di Padoa-Schioppa. Al ministro dell’Economia i Ds addebitano di aver complicato una manovra già pronta, alla quale avevano contribuito non poco due loro uomini: Vincenzo Visco, con i maxi introiti fiscali, e Cesare Damiano, con gli accordi su Welfare e pensioni. E la posizione di TPS si fa ora dopo ora più difficile. Quanto a Prodi, Veltroni e alleati temono che il capo del governo, notoriamente vendicativo, prima di affondare trascini con sé anche il candidato alla guida del Pd. Mentre Veltroni, a sua volta, ha sempre più paura di essere infettato dall’impopolarità del governo. A palazzo Chigi ha fatto scalpore un’intervista di Marco Follini, ex Udc transitato alla corte di Veltroni. Follini chiede a Prodi di varare la Finanziaria e subito dopo chiudere bottega “agevolando” le elezioni nel 2008. Si può star certi che all’opinione pubblica queste iniziative non dicono nulla, o quasi, ma nello staff di Prodi tutto ciò è stato letto come un messaggio veltroniano affidato a un postino compiacente. Tornando invece a ciò che più incide sulla vita quotidiana della gente, cioè ai provvedimento economici, ciò che chiede la sinistra massimalista è di tassare subito le rendite finanziarie, in primo luogo Bot e azioni, aumentando l’aliquota dal 12,5 al 20%. In linea di principio non hanno torto, visto che un’armonizzazione a livelli europei sarebbe logica. Ma non ha torto neppure Prodi quando ribatte che con le attuali tempeste di borsa è meglio attendere. Inoltre il capo del governo non vuole aggiungere un altro prelievo ai molti già attuati nel 2007. Il secondo cavallo di battaglia di Rifondazione e Pdci è il Welfare. Chiedono modifiche consistenti alla legge Biagi, in particolare l’abolizione di alcune forme di flessibilità. Qui Prodi è più disponibile: ma il tutto è già stato inserito nel pacchetto sul Welfare che comprende anche la riforma delle pensioni. Il capitolo è stralciato dalla Finanziaria, ma se si riapre la trattativa e non si approva in Parlamento l’accordo sul Welfare entro poche setimane, dal primo gennaio entra in vigore lo scalone Maroni. A livello politico sono Ds e Margherita a chiedere di blindare l’accordo sul Welfare: per questo Piero Fassino, segretario uscente dei Ds, chiede di infilare nella Finanziaria anche queste misure. Nella destra della maggioranza i transfughi di Lamberto Dini, l’Udeur di Clemente Mastella, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro attendono al varco soprattutto al Senato. Non marciano compatti - soprattutto Mastella e Di Pietro - ma al Senato i loro voti, sommati, sono più che sufficienti per far cadere il governo. E tutti quanti hanno una gran voglia di scendere da un treno che a loro avviso non li porta più da nessuna parte. Magari per prenderne un altro che li conduca in qualche stazione più sicura: capotreno, Silvio Berlusconi. Qual è la differenza se Prodi riesce a fare o non fare la Finanziaria? Nella prima ipotesi, con crisi di governo all’inizio 2008, è quasi scontato il voto nella prossima primavera. Nel secondo occorre un governo-ponte che faccia approvare la legge di bilancio. Paradossalmente se il Professore cade prima, si vota dopo. [...]

Il 5 Dicembre 2007 alle 17:21 Sindacati, sinistra e Confindustria: chi avvelena il panettone di Prodi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Nel merito, le confederazioni non hanno torto: oltre 7 milioni di lavoratori sono da mesi in attesa di contratto, e tra questi il gruppo più numeroso (3 milioni) sono i dipendenti pubblici. Ma non ha torto neppure Montezemolo quando denuncia che al comune di Bolzano , all’Agenzia delle Entrate o all’Inpdap si fanno 30 e anche più giorni di assenza l’anno, escluse le ferie e i permessi. Il problema sollevato dal capo di Confindustria non riguarda tanto i “fannulloni” (già bastonati da Pietro Ichino) quanto l’incapacità delle loro amministrazioni a contrastare questo fenomeno, ed il governo a proporre o applicare leggi adeguate. [...]

Il 20 Agosto 2011 alle 13:57 Giavazzi: “E’ stata una buona giornata per il capitalismo”. Il fallito cura il fallimento « Il Blog Di Giuseppe Aragno ha scritto:

[...] Parlando di lavoro in anni non sospetti, Pietro Ichino l’ha scritto con onestà che va riconosciuta: “la sicurezza è un bene della vita”. Subito dopo, però, chiamato all’ordine dal feticcio che adora – dio ci scampi dall’integralismo degli economisti! – e sentendo sulla coscienza l’intollerabile peso dell’eresia, come ogni credente peccatore, cosparso il capo di cenere, s’è presentato a Canossa, precisando: “Ma costa, come costano tutte le polizze assicurative. I giovani italiani devono valutare questo costo; e rifiutarsi di pagarlo se è troppo alto”. [...]

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