La Margherita perde petali? Dini a un passo dall’addio


Non finiscono mai i problemi per il Presidente del consiglio Romano Prodi. La sinistra radicale decide di manifestare contro il (suo) governo il 20 ottobre? Beppe Grillo guida la rivolta degli elettori delusi dall’Unione? I consensi per la (ex) maggioranza sono ai minimi storici ? Ecco che sul premier s’abbatte un’altra tegola. Infatti il centro-sinistra potrebbe presto perdere uno dei suoi pezzi più pregiati. A quanto risulta a Panorama.it l’ex premier Lamberto Dini, avrebbe annunciato ai suoi fedelissimi l’intenzione di abbandonare la Margherita e l’Ulivo. Una decisione che, salvo ripensamenti dell’ultima ora, non sorprenderebbe i commentatori più attenti: da tempo i diniani protestavano per i pochi cromosomi liberali del nascente Partito democratico (monopolizzato dalla cultura cattolica-popolare e da quella socialista-diessina) e per il presunto strapotere dell’ala radicale del governo. Ma se Dini lascerà davvero la maggioranza, Prodi dovrà iniziare a preoccuparsi. Infatti il suo ex ministro è un autorevole membro dell’Ulivo al Senato (oltre che presidente di commissione), dove il centro-sinistra rischia di finire sott’acqua a ogni votazione. Insomma la politica italiana potrebbe scoprire di avere un nuovo ago della bilancia. Ma con quali prospettive? Dini utilizzerà il suo nuovo ruolo per provare a traghettare il paese verso un governo tecnico e centrista? O Prodi riuscirà a parare anche quest’ultimo colpo?

Commenti

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Il 17 Settembre 2007 alle 17:36 Corrado Buccieri ha scritto:

Rieccolo,speriamo che la maturità,cioè
l’età gli porti buon senso e senno.

Il 17 Settembre 2007 alle 19:36 sandra.masoncelli ha scritto:

Il termine “maturità”, nel caso di Dini, mi pare riduttivo.

Il 18 Settembre 2007 alle 12:21 gustaveflaubert ha scritto:

Dice che l’ottuagenario Dini sta fondando un altro partito. Se ne sentiva la mancanza, quelli già esistenti sono pochi: ora nasce anche il PLD, Partito LiberalDemocratico, lo fonda Dini insieme a Valerio Zanone (ve lo ricordate? era il segretario del PLI, il partitello fondato dal grande Benedetto Croce e distrutto negli anno ‘80 da Zanone ai bei tempi di Altissimo, delle percentuali elettorali vicine alle 0%, delle tangenti).
Insomma, il nuovo che avanza.

Il 18 Settembre 2007 alle 20:20 Carlalberto Iacobucci ha scritto:

Sempre loro, ma vogliono tornare alle loro famiglie oppure albergheranno vita natural durante in Parlalmento ?

Il 19 Settembre 2007 alle 12:26 Autunno scivoloso per Prodi: Dini, l’ennesima foglia che cade dal Pd » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Nomen omen. Forse stavolta hanno rinunciato alla botanica (Quercia, Margherita, Ulivo) per scongiurare il rischio che, nascendo in piena stagione autunnale, il Pd venga su già spoglio di molte delle sue fronde. Premura vana: l’albero democratico, dopo aver perso le foglie rosse di Mussi e della Sinistra democratica, ora perde anche quelle liberal di Lamberto Dini. E anche il governo Prodi rischia di scivolarci sopra. Già, perché Dini ha fatto tante cose nella sua lunga carriera politica, cominciata al Fondo Monetario Internazionale: il direttore della Banca d’Italia (ai tempi di Ciampi governatore); il premier (nel ‘95, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, di cui era ministro del Tesoro); il ministro degli Esteri nel governo Prodi del ‘96 (al quale aveva consegnato il milione e mezzo di voti di Rinnovamento Italiano); il senatore della Margherita, dopo aver sciolto il suo partito nel 2001; il saggio del Comitato dei 45 per la costituzione del Partito Democratico. Ma quest’ultima cosa, Lambertow non ce la fa proprio a farla: aderire al Partito democratico, così come si sta delineando. Una scelta condivisa dalla sottosegretaria alla Giustizia, Daniela Melchiorre, e dai due senatori Natale D’Amico e Giuseppe Scalera (già di Rinnovamento italiano e animatori della corrente liberale del partito di Rutelli). Motivo: quello che nascerà dopo il 14 ottobre sarà un partito egemonizzato dai Ds e dai Popolari, dice il senatore, con poco spazio per le idee liberali. In particolar modo, le sue. Il divorzio, tra l’ex presidente del Consiglio e il sindaco di Roma - e leader in pectore del nuovo soggetto di centrosinistra - sembra una separazione consensuale: niente rancori, nessun litigio. Anzi, per Dini, Veltroni è l’uomo giusto per guidare il Pd. Anzi, la nuova formazione del senatore, i Liberaldemocratici (debutto in pubblico il prossimo 7 ottobre, a Roma), resterà nel centrosinistra. O almeno così assicura il saggio, salutando. Perché lui sul carro del Pd non sale. Dal momento che, dice, il nuovo partito “guarderà a sindacati e cooperative, mentre noi guardiamo al lavoro autonomo, ai professionisti, al lavoro non sindacalizzato”. E visto che il Pd, a livello europeo, avrà come punti di riferimento l’eurosocialismo, “mentre noi ci rifacciamo al liberalismo europeo”. Musica per le orecchie dei centristi dell’altra sponda. Il programma di Dini è fatto di 12 punti: un dodecalogo “per fermare il declino, per rilanciare lo sviluppo”. “L’Italia” secondo il presidente “è indietro perché le politiche adottate non sono adatte. Non siamo disponibili ad avallare ulteriori slittamenti a sinistra, che sono alla base del baratro in cui il paese si trova oggi”. Dodici idee, anzi dodici spine, per la già ballerina compagine di governo, dove ha un certo peso l’ala sinistra di Prc, Sd, Pdci e Verdi, che di questi punti non vogliono proprio sentir parlare. Così sarà interessante vedere come si comporteranno Dini e i suoi già nella discussione della finanziaria, che inizia l’iter parlamentare proprio dal Senato, dove Rinnovamento Italiano può contare su due voti sicuri, necessari perché la maggioranza tenga: “Attendiamo il governo al varco. Non voteremo nulla a scatola chiusa”. L’ex saggio del Pd insomma non firma assegni in bianco: se il protocollo sul welfare (del 23 luglio) viene modificato, i diniani non voteranno a favore, nemmeno se venisse messa la fiducia. [...]

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