Autunno scivoloso per Prodi: Dini, l’ennesima foglia che cade dal Pd


Nomen omen. Forse stavolta hanno rinunciato alla botanica (Quercia, Margherita, Ulivo) per scongiurare il rischio che, nascendo in piena stagione autunnale, il Pd venga su già spoglio di molte delle sue fronde. Premura vana: l’albero democratico, dopo aver perso le foglie rosse di Mussi e della Sinistra democratica, ora perde anche quelle liberal di Lamberto Dini. E anche il governo Prodi rischia di scivolarci sopra.
Già, perché Dini ha fatto tante cose nella sua lunga carriera politica, cominciata al Fondo Monetario Internazionale: il direttore della Banca d’Italia (ai tempi di Ciampi governatore); il premier (nel ‘95, dopo la caduta del primo governo Berlusconi, di cui era ministro del Tesoro); il ministro degli Esteri nel governo Prodi del ‘96 (al quale aveva consegnato il milione e mezzo di voti di Rinnovamento Italiano); il senatore della Margherita, dopo aver sciolto il suo partito nel 2001; il saggio del Comitato dei 45 per la costituzione del Partito Democratico.
Ma quest’ultima cosa, Lambertow non ce la fa proprio a farla: aderire al Partito democratico, così come si sta delineando. Una scelta condivisa dalla sottosegretaria alla Giustizia, Daniela Melchiorre, e dai due senatori Natale D’Amico e Giuseppe Scalera (già di Rinnovamento italiano e animatori della corrente liberale del partito di Rutelli).
Motivo: quello che nascerà dopo il 14 ottobre sarà un partito egemonizzato dai Ds e dai Popolari, dice il senatore, con poco spazio per le idee liberali. In particolar modo, le sue.
Il divorzio, tra l’ex presidente del Consiglio e il sindaco di Roma - e leader in pectore del nuovo soggetto di centrosinistra - sembra una separazione consensuale: niente rancori, nessun litigio. Anzi, per Dini, Veltroni è l’uomo giusto per guidare il Pd. Anzi, la nuova formazione del senatore, i Liberaldemocratici (debutto in pubblico il prossimo 7 ottobre, a Roma), resterà nel centrosinistra. O almeno così assicura il saggio, salutando. Perché lui sul carro del Pd non sale. Dal momento che, dice, il nuovo partito “guarderà a sindacati e cooperative, mentre noi guardiamo al lavoro autonomo, ai professionisti, al lavoro non sindacalizzato”. E visto che il Pd, a livello europeo, avrà come punti di riferimento l’eurosocialismo, “mentre noi ci rifacciamo al liberalismo europeo”. Musica buona per le orecchie dei centristi, anche quelli dell’altra sponda. Parecchio stonata per i massimalisti della squadra prodiana.

Il programma di Dini è fatto di 12 punti: un dodecalogo “per fermare il declino, per rilanciare lo sviluppo”. “L’Italia” secondo il presidente “è indietro perché le politiche adottate non sono adatte. Non siamo disponibili ad avallare ulteriori slittamenti a sinistra, che sono alla base del baratro in cui il paese si trova oggi”. Dodici idee, anzi dodici spine, per la già ballerina compagine di governo, dove ha un certo peso l’ala sinistra di Prc, Sd, Pdci e Verdi, che di questi punti non vogliono proprio sentir parlare.
Così sarà interessante vedere come si comporteranno Dini e i suoi già nella discussione della finanziaria, che inizia l’iter parlamentare proprio dal Senato, dove Rinnovamento Italiano può contare su due voti sicuri, necessari perché la maggioranza tenga: “Attendiamo il governo al varco. Non voteremo nulla a scatola chiusa”. L’ex saggio del Pd insomma non firma assegni in bianco: se il protocollo sul welfare (del 23 luglio) viene modificato, i diniani non voteranno a favore, nemmeno se venisse messa la fiducia.

Forse per dissimulare la paura, da Palazzo Chigi si applaude comunque alla scelta di Dini di restare nell’attuale maggioranza. Per quanto tempo, però, è tutto da valutare. Come sta facendo Silvio Berlusconi: d’altra parte, l’ex direttore generale della banca d’Italia, un governo tecnico l’ha già guidato una volta.

Commenti

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Il 19 Settembre 2007 alle 15:40 Corrado Buccieri ha scritto:

Questo PD, o nasce come un partito
ripulito,o sarà solo una nuova stelletta
della bandiera rossa.

Il 19 Settembre 2007 alle 15:54 ermete_di_fraia ha scritto:

Per il PD mi pare un’ottima notizia: un barbogio in meno cui affidare poltrone.

Il 19 Settembre 2007 alle 15:55 zelda__ ha scritto:

Che percentuali elettorali si prevedono per il nuovo partito di Dini?
Sopra o sotto lo 0,2%?

Il 19 Settembre 2007 alle 16:00 sanvito ha scritto:

Per quanto mi riguarda, il bel Dini può andare in pensione anche domattina, insieme a Prodi e a tutti gli altri ottuagenari in grisaglia: sarebbe ora. Piuttosto dispiace per Daniela Melchiorre, la sottosegreria alla giustizia che da diversi mesi turba i miei sogni… Dico:
http://photogallery.tiscali.it.....hp?id=9152

Il 21 Settembre 2007 alle 11:01 Storace salva Prodi in Senato. E Berlusconi se la ride » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Se il 20 settembre 2007 non sarà ricordato come il giorno della fine del suo governo, Prodi deve ringraziare Francesco Storace e gli altri due senatori de La Destra. In Senato il Professore si è salvato sulla Rai solo per l’assenza in Aula dell’ex governatore del Lazio (uscito da An e approdato al Gruppo Misto). Di certo, per la maggioranza la ripresa dei lavori dopo la pausa estiva non poteva cominciare in un modo peggiore: se possibile, ancora più in difficoltà di prima delle vacanze. La giornata a Palazzo Madama è stata davvero convulsa e pericolosa per l’esecutivo: il dibattito sulle 12 risoluzioni sulla nomina del consigliere Fabiano Fabiani (in sostituzione di Angelo Maria Petroni) finisce con il ritiro di cinque documenti. La maggioranza vota parte della risoluzione dei due dissidenti della Margherita, Willer Tex Bordon e Roberto Manzione, l’opposizione non riesce a far approvare le sue mozioni per la defezione dei tre senatori legati a Storace. Ma con la decisione di ritirare la risoluzione dell’Unione è sembrato ormai chiaro e ufficiale il venir meno della maggioranza in Senato. E siccome il percorso delle prossime settimane è lastricato di mine e trappole (la manifestazione del 20 ottobre sul protocollo del welfare, le pensioni, la discussione Finanziaria con la destinazione del tesoretto e l’elezione dell’assemblea costituente del Pd), quella di Prodi sembra una via crucis annunciata. Tanto che la profezia di Silvio Berlusconi sulle elezioni in primavera ha da oggi molte più chance di rivelarsi azzeccata: “La maggioranza non c’è più. Temo che presto avremo di nuovo la responsabilità di governare questo grande Paese che è l’Italia” ha detto il leader della Cdl, al congresso dell’Internazionale democristiana in corso a Roma, dove ha ritrovato anche il suo alleato più riottoso, Pier Ferdinando Casini. Al Cavaliere basta aspettare e vedere. Vedere come il centrosinistra si sta lentamente spaccando in una miriade di satelliti. Rifondazione Comunista, dopo la bagarre di oggi, non può escludere altri casi Turigliatto, così come il Pdci rischia altri casi Rossi. La Sinistra Democratica di Mussi, Salvi e Angius teme che la nascita del partito democratico trasformi l’esecutivo in monocolore Ds-Dl. Per non parlare del centro: il ministro Antonio Di Pietro, cavalcando l’onda antipolitica di Grillo, dice a Panorama che è ora che Prodi faccia un passo indietro, tra i liberal che non hanno aderito al Pd stanno in agguato anche i tre diniani. Senza contare l’assenza in Aula, al momento del voto sul congelamento delle nomine di Viale Mazzini, di Follini (ex Udc) e Fisichella (ex An) e di tutto il partito del ministro Clemente Mastella, che ha disertato il voto al grido: “O c’è un chiarimento politico o si va alle urne”. A fine giornata, dopo una telefonata con il Guardasigilli che gli ha confermato lealtà e sostegno, Prodi ha commentato: “Il tentativo di spallata è stato respinto”. [...]

Il 26 Settembre 2007 alle 15:12 Finanziaria leggera e poi alle urne? Intanto ci sono da superare queste trappole » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Se davvero la Finanziaria passerà liscia per poi aprire la strada a nuovi scenari, lo si capirà da tre cose cose: il 3 ottobre dal voto al Senato sull’affaire Visco, chiesto da Antonio Di Pietro contro il viceministro; dalla condotta, sempre a palazzo Madama, del drappello di Lamberto Dini, in marcia verso il centrodestra; e dalla manifestazione del 20 ottobre indetta dall’estrema sinistra contro il piano Welfare. Manifestazione alla quale, nonostante promesse e divieti, sembrano voler partecipare anche segretari di partito e forse ministri in carica. E nel frattempo si terrà il referendum nelle fabbriche promosso dalla Cgil dopo la ribellione della Fiom: un vittoria del no metterebbe in crisi il sindacato, e probabilmente anche il governo. Che in questo caso non arriverebbe a Natale. [...]

Il 12 Ottobre 2007 alle 16:40 Veltroni e la vittoria annunciata: ma che fare con Prodi? » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Ma è chiaro a Veltroni che per ogni voto conquistato al centro ne perderà altrettanti alla sua sinistra; senza contare gli alleati già persi nell’area moderata, tipo Lamberto Dini. A livello nazionale, insomma, sarà difficile ripetere l’esperienza di Roma, dove Walter governa con Rifondazione in giunta e l’appoggio, nei sondaggi, dei ceti medi e medio -alti, nonché di gran parte del giro imprenditoriale della capitale. [...]

Il 3 Novembre 2007 alle 10:30 Passato il ponte di Ognissanti, Prodi li invoca tutti per la Finanziaria » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Non deve ingannare il fatto che la Finanziaria abbia superato (dopo una maratona di 18 ore e con l’assenza dei rappresentanti dell’opposizione) il primo scoglio in Parlamento: l’approvazione da parte della commissione Bilancio del Senato nella notte tra giovedì e venerdì. Lo stesso Romano Prodi, soddisfatto dopo il primo ok incassato, sa bene che da lunedì 5 novembre in Aula, a Palazzo Madama, dove la maggioranza conta su un pugno di senatori in più ma è parecchio sensibile alle trappole, sarà battaglia: o la va o la spacca. Prendere o lasciare. Il premier si gioca tutto proprio sulla manovra economica e sul protocollo welfare-pensioni. Diversi i nodi controversi che andranno sciolti, su tutti il piano per la stabilizzazione dei precari del pubblico impiego, passato in Commissione, ma sul quale Lamberto Dini, che con la sua pattuglia di LiberalDemocratici è la vera “mina vagante”, ha già annunciato di volersi tenere le mani libere. Su questo tema, così come sugli altri capitoli portanti del disegno di legge della manovra, si giocherà quindi la compattezza della maggioranza, la tenuta del Governo e il destino politico di Prodi. E considerato che i segnali accumulati durante l’iter, a partire dai sette schiaffi presi la settimana scorsa, durante l’approvazione del documento collegato, non sembrano incoraggianti, è ipotizzabile che alla fine si scelga la strada (ormai un classico della stagione prodiana), di blindare parte del provvedimento in un maxiemendamento e chiedere la fiducia. Ed è per questo che il premier si sta concentrando per recuperare i dissidenti dell’Unione. Appena riconquistata la coppia di Unione Democratica, Willer Bordon e Roberto Manzione, accontentati in Commissione grazie all’emendamento che abbassa a 60 il numero di ministri, viceministri e sottosegretari (ma dal prossimo governo), ha fatto scoppiare un’altra grana sulla “class action”. Manzione aveva presentato un emendamento per introdurre anche in Italia l’azione legale collettiva. Ma il governo gli ha chiesto di ritirarlo e trasformarlo in ordine del giorno. E lui: “Sono profondamente deluso dal mio governo e dalla mia maggioranza, che vorrei vedere impegnati nel mettere in campo scelte coraggiose che cambiano il Paese”. Sul piede di guerra anche i deputati dell’Italia dei Valori: “Se come denuncia Manzione, Bersani intende rifilare di soppiatto il suo modello di class action in Finanziaria, blindandone in maniera dirigista il testo, sappia che abbiamo già raccolto un milione di firme per questa proposta e siamo pronti a mobilitarci per raccoglierne anche cinque milioni”, ha detto Stefano Pedica. [...]

Il 13 Novembre 2007 alle 14:48 Finanziaria verso il voto finale. Conto alla rovescia per Berlusconi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Il gruppetto di Dini, che conta anche il senatore Manzione, resta al centro delle chiacchiere. Con lui Fisichella ed il senatore “estero” Luigi Pallaro. Il suo collega italo-australiano Nino Randazzo ha raccontato con dovizia di particolari dei pranzi e delle promesse offertigli da Berlusconi per convincerlo a mollare l’Unione. Ma anche per Dini i margini di manovra si riducono: gli argomenti sui quali c’erano contrasti con il governo (copertura dell’abolizione dei ticket farmaceutici, assunzione dei precari nello Stato, persino le ricette sui farmaci generici) vengono via via risolti grazie alle elargizioni di Prodi. La sensazione è che Dini sia ancora alla ricerca di un motivo o di un pretesto per sfilarsi almeno da voto finale. Ma per ora c’è solo, appunto, qualche segnale. Salvo sorprese la Finanziaria verrà dunque votata domani sera, in anticipo sulla tabella di marcia. Giovedì infatti non potranno essere presenti i senatori a vita Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro. È in atto un pressing su Carlo Azeglio Ciampi per convincerlo a tornare a palazzo Madama. L’ex presidente è alquanto titubante. Se la Finanziaria passa dovrà andare alla Camera, dove subirà qualche emendamento e dove si incrocerà con il protocollo sul welfare, altro terreno a rischio. [...]

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