Il pizzo non parla solo siciliano. Ecco chi lo chiede e chi lo paga a Milano

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È l’ora dell’aperitivo. Lo struscio dei ragazzini alla moda è appena cominciato. Seduti al tavolino di un bar all’aperto ci sono un uomo sui quarant’anni, grande e grosso, e il proprietario di un paio di locali della strada più fashion della città, che ha partecipazioni in una trentina di altre ben avviate attività commerciali. Non vuole problemi. E paga. Mette sul tavolo una busta bianca, dentro ci sono 10 mila euro in banconote da 500. Non siamo a Catania, ma in corso Como a Milano, il cuore della movida meneghina. Non è la mafia a riscuotere il racket. Il taglieggiatore stavolta è tunisino.

I 10 mila euro sono la prima tranche di un pagamento più consistente. Jalel Titouhi ne pretende 90 mila. Ha preso di mira il commerciante, vuole che gli ceda gratuitamente uno dei suoi locali. Poi decide di accontentarsi del denaro e cominciano le telefonate minatorie al titolare, ai suoi soci e ai suoi familiari. Inizialmente la vittima cerca di uscirne pagando, ma quando capisce di essere finito nelle mani di un criminale davvero pericoloso ha paura e chiede aiuto ai carabinieri. Questa storia dello scorso novembre è a lieto fine: dopo pedinamenti e intercettazioni gli investigatori del nucleo operativo di Milano arrestano il tunisino con ancora la busta bianca nella tasca della giacca. Ma non va sempre così bene.

Confindustria minaccia di espellere gli imprenditori che cedono al racket in Sicilia e sembra quasi che il pizzo sia una questione soltanto meridionale. Invece anche a Milano sono moltissimi i commercianti e i titolari di aziende vittime di estorsione. Secondo una ricerca di Confcommercio ed Eurisko, nel Nord-est il 15,6 per cento dei titolari di pubblici esercizi ritiene che le estorsioni siano aumentate negli ultimi tre anni, l’11,1 per cento la pensa così nel Nord-ovest. Le percentuali dei commercianti che conoscono un collega che ha ricevuto minacce o intimidazioni è superiore all’8 per cento, mentre quella degli esercenti che ammettono di averle ricevute personalmente è del 5 per cento.

Alcuni denunciano, la maggior parte paga e tace. Al Nord gli aguzzini raramente fanno parte di organizzazioni che controllano il territorio e le richieste di pizzo sono meno capillari che al Sud. Ma spesso i metodi sono altrettanto violenti.
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Il settore più colpito, in città e nell’hinterland, è quello dell’edilizia. I taglieggiatori usano una strategia ormai collaudata: collaborano con un piccolo imprenditore, da cui prendono in subappalto alcuni lavori. Lavori che non hanno nessuna intenzione di portare a termine, ma per cui pretendono di essere pagati ugualmente e con cifre altissime. La prima ritorsione è l’occupazione del cantiere e il blocco delle attività. La ditta di costruzioni si trova così con l’acqua alla gola. Ma il peggio deve ancora arrivare.

Lo sa bene il titolare di un’impresa di viale Certosa, periferia est del capoluogo, con cantieri sparsi in Brianza. L’incubo comincia con una gru che gli aguzzini si rifiutano di smontare e che blocca i lavori per un anno e mezzo. La richiesta è di 150 mila euro “e ogni giorno che passa, sono 1.000 in più”, incalzano. L’imprenditore arriva a pagarne 46 mila, ma le minacce, al telefono e via sms, non cessano. E dalle intimidazioni presto si passa ai fatti. Gli estorsori di origine calabrese si presentano sempre più spesso al cantiere, uno di loro grida: “Qui è tutto nostro, lo facciamo saltare in aria”, e ancora “ti sparo”. Il cantiere viene incendiato due volte in due giorni.

L’imprenditore edile subisce aggressioni, pestaggi, minacce con un martello e con un coltello puntato alla gola. Una mattina due dei suoi taglieggiatori tentano di caricarlo in macchina e di sequestrarlo. Lui si barrica dentro un bar e questa volta, ormai in preda del terrore, chiama i carabinieri. Alla fine delle indagini vengono arrestate cinque persone di origine calabrese ma residenti a Milano e dintorni, tutti con diversi precedenti penali.

E se il business al Nord scopre nuove frontiere, il racket delle estorsioni si adegua: tra le vittime è finito anche un imprenditore che commerciava integratori alimentari online. A pretendere il pizzo proprio l’uomo cui aveva affidato la gestione del sito di e-commerce. Che però, per minacciarlo, aveva a disposizione sicari tutt’altro che virtuali. Risultato: una jeep incendiata e un pizzo di 10 mila euro consegnato in una stazione di servizio sull’autostrada.

Per inquadrare il fenomeno basterebbero i dati dei vigili del fuoco del Comando provinciale di Milano. Nel 2006 gli incendi dolosi sono stati 254. Di questi, 128 appiccati ad auto, camion, moto o mezzi da cantiere, 67 ad attività commerciali e 37 ad abitazioni (il resto riguarda attività agricole e rifiuti accatastati). Al Comando spiegano che non tutti gli episodi sono ritorsioni o avvertimenti degli estorsori, ma di certo una buona parte. La Prefettura infine nel 2006 ha registrato 300 casi denunciati di estorsione.

LEGGI ANCHE: Confcommercio: aumentano le estorsioni ma denunciano solo 5 su cento

Commenti

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Il 20 Settembre 2007 alle 13:15 robertodinapoli ha scritto:

Il problema del racket e dell’usura in Italia ci sarà sempre in assenza di una normativa efficace e di strutture efficienti per combattere tali fenomeni. Come si fa a dissuadere l’imprenditore dal pagare il pizzo e incentivarlo a denunciare se, poi, resta privo di tutela??? Basta che denuncia e si arresta l’usuraio o l’estorsore e, in più, riceverà anche il ristoro dell’eventuale danno patito??? E se il denunciato o, addirittura, l’imputato è un rappresentante di un istituto di credito? E se l’usuraio o l’estorsore fosse più veloce dello Stato e facesse fallire l’imprenditore, quest’ultimo avrebbe diritto ugualmente ai benefici oppure dovrebbe pentirsi di avere denunciato il criminale? Nel caso che ha coinvolto la mia famiglia il Comitato di solidarietà e il Commissario del Governo sembra abbiano optato per la tesi (che, a dire il vero, mi pare sia poco poco superata dalla giurisprudenza oltre che contrastante con un’interpretazione letterale nonchè sistematica della normativa) dell’impossibilità di accesso ai benefici per l’imprenditore soggetto ad una procedura fallimentare instaurata dagli stessi estorsori ed usurai. Mio padre, se fosse stato in Sicilia, sarebbe stato espulso da Confindustria se non avesse denunciato. Ebbene!!! E’ in Puglia ma il senso della legge e delle Istituzioni lo ha incentivato a denunciare ugualmente coloro che, dopo dieci anni dalle denunce, non sono stati nemmeno sfiorati da arresti e sono semplicemente “imputati”. Risultato: è stato sbattuto, con la sua famiglia, fuori di casa malgrado avesse ottenuto pure il parere conforme, ex art. 20 l.44/99, del prefetto del luogo in cui pende uno dei processi, del Presidente del Tribunale e del Procuratore della Repubblica che, secondo ciò che prevede la legge e la Corte Costituzionale, avrebbe dovuto determinare la sospensione per 300 giorni di ogni esecuzione a suo carico. Un mese prima aveva chiesto formalmente al Commissario del Governo per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura di fare rispettare quella sospensione. Ecco, invece, cosa è successo il 19 Ottobre a Gallipoli a casa della vittima (tra l’altro, portatrice di handicap da oltre 18 anni). Spieghi, chi pubblicizza che denunciare conviene, in cosa ca…spita sia convenuto denunciare!!! E se pensi di non avere gli strumenti (ma a ciò non credo),….. se ne vada a casa!
Il 19 Ottobre 2006 la mia casa è stata invasa da circa una dozzina di poliziotti e carabinieri che hanno invaso, perfino, le stanze da letto per sbattere fuori la vittima di usura ed estorsione, cioè, mio padre. Credo che Bernardo Provenzano sia stato trattato con più umanità. Mio padre, invece, vittima di un attentato rimasto impunito e costretto, da 19 anni, a camminare con le stampelle, dopo circa sette ore di esecuzione e di indebite interferenze di agenti della Polizia di Gallipoli nell’attività degli ufficiali giudiziari (come, recentemente, testimoniato da uno degli avvocati presenti) e dei medici che si rifiutavano di trasportare fuori la vittima se non dopo avere effettuato degli accertamenti radiografici, è stato percosso dalle Forze dell’Ordine che gli hanno strattonato la gamba spezzata fino a farlo urlare e farlo entrare in stato catatonico (è disponibile un video). L’abitazione, insieme ad altri 52 lotti, era stata venduta -con una vendita, a dire della vittima, nulla ed oggetto di ricorso per cassazione- nell’ambito di una procedura fallimentare i cui istanti sono gli stessi imputati di usura ed estorsione. Mio padre, l’anno scorso, aveva ottenuto, da parte del Prefetto di Roma e del Presidente del Tribunale di Roma, i pareri concordi previsti dalla legge affinchè la vittima possa beneficiare della sospensione, ex art. 20 l. 44/99, per 300 giorni, di ogni esecuzione a suo carico. Sin dal 15 Settembre 2006, inoltre, avevamo formalmente invitato il Commissario straordinario per il coordinamento delle iniziative antiracket ed antiusura a far rispettare la sospensione già efficace ex lege avendo ottenuto i pareri conformi sia da parte dell’autorità giudiziaria che da quella amministrativa. Il parere del Prefetto e del Presidente del Tribunale sono stati ritenuti carta straccia e la vittima, con la sua famiglia, sbattuti fuori di casa. Cosa ha fatto, nel frattempo, il Comitato di solidarietà ed il Commissario Straordinario per la lotta all’usura ed all’estorsione? NULLA. La famiglia, a distanza di quasi un anno, non ha ottenuto nemmeno un centesimo dal Fondo. I Poliziotti ed i Carabinieri, dopo avere fatto le veci dei medici che si rifiutavano di trasportare la vittima, sono ancora al loro posto . Ho letto che altre vittime sono rimaste prive di ogni tutela. Tante si sono, perfino, suicidate. Viene pubblicizzato che denunciare l’usuraio conviene: ma a chi? Tra i tanti pretesti forniti, nel corso dell’anno, alla mia famiglia non è mancata la ridicola giustificazione -tra l’altro smentita dalla giurisprudenza- secondo cui chi ha a suo carico una sentenza di fallimento non può ottenere i benefici previsti dalla legge 44/99. A prescindere dai provvedimenti giurisprudenziali in senso contrario, cosa succederebbe, allora, se, come nel caso della mia famiglia, gli stessi istanti il fallimento sono gli estorsori e gli usurai? Le conseguenze di simile pretesa, assurda ed inconcepibile giustificazione sarebbero che denunciare l’usuraio conviene ma se quest’ultimo minaccia il fallimento lo si dovrebbe pagare per evitare di perdere i benefici. Mi pare che affermazioni simili si commentino da sole. Fino a quando, però, le vittime di usura ed estorsione devono essere umiliate o istigate al suicidio (Vedi mio post: http://www.robertodinapoli.spl.....inder.com … a%2C+le+v?) E’ ammissibile in un Paese civile che una famiglia che ha ottenuto dall’autorità giudiziaria e da quella amministrativa competenti la sospensione per 300 giorni, prevista dalla legge, sia sbattuta fuori casa e lasciata priva di ogni tutela da chi, pubblicamente, stimola la gente a denunciare? Venti anni fa, Leonardo Sciascia scrisse un articolo che suscitò polemiche sui professionisti dell’antimafia: spero, ora, che non ci siano anche i “professionisti dell’antiusura” “. Roberto Di Napoli. http://www.robertodinapoli.spl.....inder.com

Il 20 Settembre 2007 alle 19:45 vincenzod ha scritto:

Avevo un amico che lavorava in una zona calda di Milano, io invece, abitavo proprio dove questi criminali erano nati e cresciuti che da “grandi ” pascolavano per ingrassarsi del pizzo: causa?
I ) molti nascono così.
II) La Giustizia Italiana li Premia.
II) La Politica ha chiusi gli occhi forse tutti e due!
IV) La chiesa che ti chiede di porgere l’altra guancia! Fatto stà alla mia domanda: “ Ma tu paghi il pizzo? “ Risposta: “Vincè, ma cosa stai pensando, mica sono scemo! “ Un giorno ad un Meeting CB, lo incontrai tutto ingessato per le botte subite, mi accennò che, era solo un incidente! Ma di notte fece bagagli e se ne andò in un’altra zona, proprio sotto il naso d’allora Di Pietro, Poliziotto! Un dì sbottò: “ Mi sono trasferito in un posto tranquillo, invece, mi chiedono 200 mila lire di pizzo a settimana! Tutto questo a Milano negli anni ‘70. Un rimedio efficace che proposi ad imprenditore, cartucce calibro 12 caricate a pepe nero e sale grosso! Risultato che il ladro non si fece più vedere: era un suo conoscente!
Vincenzo Alias Il Contadino

Il 26 Ottobre 2009 alle 15:52 Dagli usurai per pagare il pizzo « Malitalia ha scritto:

[...] il racket non è solo un problema del Meridione. La “palma sale a Nord” : http://blog.panorama.it/italia.....de-e-chi... Tags: banche, mafia, Palermo, pizzo, racket, usurai This entry was posted on lunedì, ottobre [...]

Il 13 Febbraio 2010 alle 13:07 Imprenditori Campani abbandonati dallo Stato - Politica in Rete Forum ha scritto:

[...] che interessa tutti, di certo non solo il Sud Italia. Il Pizzo non si paga di certo solo al Sud. Il pizzo non parla solo siciliano. Ecco chi lo chiede e chi lo paga a Milano - Italia - Panorama.it L’indifferenza o il non voler vedere certi fenomeni ha portato e porter sempre di pi queste [...]

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