
La nuova frontiera della caccia ha la forma di un prezzario e la sportività di un baro. E chi è ancora convinto che portare a casa una beccaccia o un cinghiale dopo una battuta in mezzo ai boschi o nelle campagne di tutta Italia sia una questione di bravura e/o fortuna, dovrà ricredersi. Da qualche anno, infatti, sono nate nel nostro Paese decine di aziende faunistico-venatorie e agrituristico-venatorie. Di cosa si tratta? Semplice: di aziende agricole o vecchi agriturismo riconvertiti in funzione delle doppiette italiche, stanche di tornare da moglie, figli e amici con il carniere vuoto. La diminuzione costante della selvaggina stanziale e di passo aveva messo in crisi l’industria venatoria. Che si è così inventata, copiando anche da analoghe esperienze all’estero, questa nuova formula dell’andar per pernici. Una formula che è un misto tra una battuta di caccia vera e propria e un allenamento al tiro al piattello.
Funziona pressappoco così: il cacciatore che voglia far bella mostra di lepri, fagiani e anatre, non deve far altro che presentarsi in una di queste aziende (che allevano la selvaggina e poi la liberano entro i confini del proprio territorio poche ore prima dell’ingresso dei cacciatori), pagare una quota d’iscrizione e girare per le campagne della tenuta con segugio e fucile al seguito. Alla fine della giornata passa per gli uffici dell’azienda e salda il conto sulla base di quante bestie ha fatto fuori. Ogni animale ha un diverso prezzo, come differenti sono le specializzazioni delle aziende: c’è chi garantisce la cattura di un cervo, chi di un cinghiale, chi di varie specie di volatili. E c’è anche chi non si limita a offrire la selvaggina ma “affitta” i cani, prepara i pasti, macella e imbusta le prede prima che il cacciatore torni a casa. L’importante, però, è che alla fine si paghi. I prezzi partono dai 18 euro per un fagiano (ma ci sono anche tenute che fanno uno sconto dopo il cinquantesimo o il centesimo capo abbattuto) o per un coniglio e arrivano fino ai 2.000 euro per un muflone. In mezzo ci sono daini, cervi, cinghiali, starne, quaglie e pernici, oltre a lepri e a beccacce, spesso stanate dal personale delle tenute.
Un modo di andare a caccia che, secondo molti ambientalisti, è l’unico per non sterminare la fauna selvatica. Gli animali allevati e poi reimmessi nell’ambiente, infatti, se non vengono abbattuti si mischiano alla selvaggina del luogo: ogni mille fagiani allevati e liberati solo 300 fanno la fine sperata di cacciatori. Gli altri, invece, ripopolano le zone senza animali e ricostruiscono un ecosistema fin troppo depredato.
Guarda il VIDEO di una battuta di caccia al fagiano:
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Commenti
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Il 25 Settembre 2007 alle 10:41 paolo1957 ha scritto:
Oltre agli animali non uccisi che rimangono a ripopolare il territorio c’è un altro evidente vantaggio in questa “nuova frontiera!: le aziende agricole che mettono a disposizione i terreni ricreano le siepi lungo i confini dei campi e riorganizzano tutta l’agricoltura in funzione della caccia, ponendo fine alla coltivazione “intensiva” ed alle monocolture.
Ad esempio nel caso di campi coltivati a mais l’aratura avviene il più tardi possibile e la raccolta, invece di tagliare le piante raso terra e portare via tutto le lascia ben alte.
Questo favorisce non solo la sopravvivenza delle specie rilasciate, ma in generale di tutta la fauna selvatica, ed infatti lentamente la campagna si sta ripopolando.
Il 26 Settembre 2007 alle 2:57 calamaionero ha scritto:
Mi piace !
Ma,si può sparare ai cacciatori?
Mi divertirei di più!
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