Penati: Anch’io in provincia adotterei il metodo Sarkozy

Filippo Penati, presidente diessino della provincia di Milano

Filippo Penati, presidente della Provincia di Milano, è nato a Monza nel 1952. Sposato, due figli, insegnante, è stato assessore al Comune di Sesto San Giovanni dal 1985 al 1993 e poi sindaco, eletto nel 1994 e riconfermato nel 1998. Iscritto ai Democratici di sinistra, è stato candidato alle elezioni europee del 1999 per la circoscrizione nord-ovest ottenendo circa 15 mila preferenze. È stato segretario della federazione metropolitana dei Ds dal 1999 al 2004. Fa parte della direzione nazionale ds e del consiglio federale della Fed. È stato eletto presidente della Provincia nel turno elettorale del 2004 (ballottaggio del 26 e 27 giugno), raccogliendo il 54 per cento dei voti in rappresentanza di una coalizione di centrosinistra. Ha battuto la candidata del centrodestra, Ombretta Colli, presidente uscente. Il suo mandato scade nel 2009.
Presidente Penati, non ha capito che a sinistra il tema della legalità non fa proseliti. Poi si lamenta se la definiscono leghista di sinistra o centrista occulto.
Certa sinistra ha la cattiva abitudine di affibbiare etichette invece che confrontarsi sul merito. Il tema della sicurezza è prioritario nell’area metropolitana milanese, bisogna dare risposte a una comunità che si sente minacciata.
Mi sa che la polemica è figlia anche dei movimenti in vista delle primarie del Partito democratico.
Magari, se fosse così sarebbe una polemica passeggera. Purtroppo invece perdura da tempo all’interno della sinistra, e riemerge ogni volta che si affronta il tema della sicurezza.
Nella sua maggioranza la sinistra radicale conta 11 consiglieri su 25. Se fossi in lei non mi sentirei tranquillissimo…
Sarebbe presuntuoso se non mi preoccupassi. Ma sono tranquillo perché in questi due anni e mezzo la mia maggioranza mi ha sempre sostenuto. Sul tema sicurezza c’è stata sì divergenza, il che non ha impedito che passasse la delibera che stanzia 1 milione di euro per il fondo metropolitano sulla sicurezza.
Quando poi passa anche con i voti dell’opposizione si dorme tra due guanciali.
Era un ordine del giorno che approvava la mia relazione in Consiglio. Ma per amor di verità occorre dire che la delibera era già passata con il voto unanime di tutti gli assessori.
Ma lei se la sentirebbe di fare come Sarkozy e prendersi in giunta politici della Casa delle libertà?
Certo che lo farei, perché va premiata la competenza non l’appartenenza. Poi non so se questo Paese lo tollererebbe: il bipolarismo è giovane e si griderebbe all’inciucio. Come successo sul voto bipartisan in Regione su Malpensa.
A proposito, invece di restare impiccati al destino di Alitalia, prendiamo al volo l’offerta di Ryanair.
Io sono per andarla a vedere fino in fondo. Se Alitalia conferma che dismette gran parte dei voli, Malpensa deve pensare al suo destino. Anche se non possiamo pensare che le 180 rotte di Alitali possano essere coperte da una compagnia low cost, se pure di successo.
Sul ticket a Milano sempre strenuamente contrario?
La Moratti ha ragione quando sostiene che bisogna intervenire sulla congestione del traffico. Ma allora io dico: meglio chiudere il centro storico alle auto che mettere un ticket. Oltretutto è un provvedimento che copre il 4 per cento dell’area metropolitana, poca cosa.
Sta passando il ferale sospetto che sull’Expo 2015 Milano si farà fregare da Smirne.
Sul tema al Festival dell’Unità ho detto: siamo qui per sparare sul gufo. Guardi, confrontando i due progetti Milano vince alla grande. Se poi sulla scelta influiscono ragionamenti di altro tipo, chessò, geopolitico…
Un giudizio in tre righe sulla Moratti sindaco.
Lo daranno gli elettori, non mi metto certo io a dare voti. Dal punto di vista istituzionale mi trovo bene. E c’è cordialità nei rapporti personali.
Mi tolga una curiosità: perché mai il nordico Penati sostiene il romano Veltroni?
Mi ha convinto molto il discorso di Veltroni al Lingotto. Poi gli riconosco capacità politica e di innovazione. Abbastanza per capire che il Nord è una piazza imprescindibile per le sorti del futuro Partito democratico.

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