
“Solo chiacchiere e televisione”. Questo pensa dei politici, manco a dirlo, Beppe Grillo. Al di là del giudizio di merito, si potrebbe modificare l’epiteto, sostituendo la tv con i libri. Visto che, nel caso del nuovo soggetto politico che prenderà forma il 14 ottobre: il Pd, ne stanno circolando parecchi. E tutti con l’ambizione, neanche tanto nascosta, di “riscrivere l’alfabeto” della politica italiana.
Bastano 12 euro per aggiornare l’abc del centro sinistra che verrà: tanto costa Partito democratico. Le parole chiave (a cura di Marco Meacci, per Editori riuniti), un dizionario delle idee fondanti che vanno a comporre l’identità del nuovo progetto in cantiere a sinistra.
Da A come “ambiente” (voce stilata da Ermete Realacci) a C come “cittadinanza” (di Gianni Cuperlo, responsabile della Comunicazione dei Ds), da I come “innovazione” (di Fiorello Cortiana) a L come “lavoro” (del sindacalista Cigl, Achille Passoni), da P come “partito” (di Omar Calabrese, esperto di comunicazione), sino alla “Sintesi” finale di Walter Veltroni, il libro potrebbe essere definito un bignami dei contenuti di cui dovrà essere portatore il Pd. Almeno in teoria, e almeno secondo alcune delle sue migliori teste d’uovo.
E, data la sua familiarità con la scrittura, (un libro all’anno e di inevitabile successo dal 2003 a oggi), non poteva mancare il Candidato Walter Veltroni con La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi. Il libercolo, 140 pagine per 10 euro, contiene il sogno veltroniano di una società aperta e non burocratica, “un luogo in cui sia concesso a tutti l’opportunità di migliorare la proprio condizione e non una gabbia di privilegi corporativi e di veti incrociati”. Insomma, né più né meno il discorso-manifesto-programma del 27 giugno scorso, al Lingotto di Torino, dove il sindaco di Roma, in un’ora e mezza di buone intenzioni, spiegò perché e per come ha scelto di correre per le primarie. Arricchiscono le “visioni del giovane Walter”, una nuova introduzione e il “decalogo per una democrazia che decida”, dieci “cose concrete’ per modernizzare la Costituzione, i regolamenti parlamentari, la legislazione”.
Il duro dei Ds, l’ex magistrato e attuale presidente della commissione Affari costituzionali, Luciano Violante, per nulla a disagio a stare fuori dal coro del dibattito in corso, propone invece Uncorrect cioè i “10 passi per evitare il fallimento del Partito democratico” (Ed. Piemme, 10 euro), come recita il sottotitolo del volume. Paretndo dall’analisi dell’odierna crisi socio-politica italiana, Violante prima invita il Pd a non dividersi in inutili guerre interne e personali e poi indica le dieci “questioni prioritarie” sulle quali il nuovo partito dovrà impegnarsi: spazio ai giovani e alle donne (indicazione nei fatti già disattesa: nonostante i 45 saggi abbiano posto l’obbligo che i candidati siano divisi al 50% per sesso, le donne in corsa per i vertici regionali sono 10 su 52, e nella grande maggioranza dei casi candidate con liste che hanno minori chance di vittoria); ricostruire il primato dell’interesse generale dei cittadini, anche di quelli che non lo voteranno, battersi contro le nuove disuguaglianze sociali e difendere la laicità della Repubblica.

Ma se quella di Violante è un’indicazione al fare, quella di Emanuele Macaluso, “grande vecchio” dell’ala riformista del Pci (la stessa a cui aderiva il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano), direttore de L’Unità negli anni ‘80 e ora editorialista influente del quotidiano Il Riformista, è una vera e propria stroncatura al Pd. Nel suo Al capolinea. Controstoria del Partito democratico (Feltrinelli, 8,50 euro), l’ex “migliorista per antonomasia” evidenzia tutto quello che a suo giudizio non va nel processo costituente e nelle prospettive delineate. Parte da una domanda banale ma efficace, Macaluso: era proprio necessario procedere all’unificazione tra DS e Margherita, sacrificando ogni ragione ideale e teorica che si richiamasse al socialismo? Una domanda che solo chi non è un anticonformista come lui, uno che non fa “gruppo”, poteva fare. E si risponde pure, in poco più di un centinaio di pagine, mettendo a nudo le ambiguità di un progetto politico fragile per costituzione. Due cose, dice Macaluso, hanno in comune la sinistra post comunista e la sinistra democristiana: la conflittualità con il Psi di Craxi negli anni Ottanta e la sopravvivenza allo tsunami di Tangentopoli. La tesi di fondo è che entrambe, non essendo riuscite in 15 anni a portare a compimento la transizione nella Seconda Repubblica, ora si tuffano nel Partito democratico per rigenerarsi. Ma due debolezze non fanno una forza.
Semplice e adamantino, quello di Macaluso più che un peana augurale è un canto funebre. Ai leader e ai sostenitori del Pd l’arduo compito di smentirlo.
- Sabato 22 Settembre 2007
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Commenti
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Il 22 Settembre 2007 alle 19:26 Carlalberto Iacobucci ha scritto:
Quando a cantare ci sono fin troppi galli, non si vedrà mai giorno. Se il Partito Democratico si adopererebbe in nome di molti connazionali alla non nascita sarebbe cosa buona e giusta.
Il 28 Settembre 2007 alle 16:34 A tutte le televisioni: obbligo di parlare del Pd. Firmato: l’Authority » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Le primarie del Partito democratico del 14 ottobre sono un “momento collettivo di partecipazione democratica e di formazione dell’opinione pubblica”? E le “emittenti radiotelevisive pubbliche e private e i fornitori di contenuti in ambito nazionale sono invitati a riservare nei programmi di informazione uno spazio adeguato all’argomento”? Non è l’ufficio stampa di Walter Veltroni a stabilirlo, e neppure quello di Rosy Bindi o di Enrico Letta: è l’Agenzia delle comunicazioni, brevemente nota come AgCom. Lo fa con una delibera del 20 settembre, che a sua volta contiene un preciso atto d’indirizzo, il tutto firmato dal presidente Corrado Calabrò. In pratica, un obbligo per la Rai e le tv private. [...]
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