E adesso al Professore fa paura l’asse Veltroni-Boeri

Walter Veltroni e Romano Prodi
Passi per Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della sera, che Romano Prodi considera ormai un critico per partito preso. Passi anche per Mario Monti, che il sospettosissimo premier ha da tempo inserito nella lista di quelli che vogliono soffiargli il posto alla guida di un governo tecnico o di transizione.
Ma quando ha letto la stroncatura della Finanziaria di Tito Boeri (che oggi con ben due interventi su La Stampa e la Repubblica polemizza anche con Padoa-Schioppa sulle misure per “mandare fuori casa i bamboccioni”) e Pietro Garibaldi sul sito lavoce.info, il presidente del Consiglio, con il suo staff, ha dato la stura ai sospetti. Prodi considera infatti Boeri vicino a Walter Veltroni e pensa da un po’ che il sindaco di Roma si stia unendo a quanti mirano alle elezioni nel 2008.
Un esempio del feeling Veltroni-Boeri? La proposta lanciata a metà settembre dall’economista e dall’ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, di un contratto di tre anni per i giovani senza le garanzie sindacali dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Idea giudicata “molto suggestiva” da Veltroni, e simile al contratto d’ingresso di molti paesi europei. Ma che Prodi ha visto come una trappola lanciata in mezzo alla trattativa sul welfare con l’estrema sinistra e i sindacati. Sospetti che in Prodi hanno raggiunto il livello di certezza quando il sindaco di Roma ha annunciato di volere nella propria squadra economisti della sinistra riformista come Nicola Rossi, Stefano Ceccanti e, appunto, Boeri.
L'economista Tito Boeri
Ma che cosa hanno scritto i due professori? Certo non ci sono andati leggeri: “Questa Finanziaria peggiorerà e non di poco i conti pubblici”; “l’aggiustamento viene rinviato al 2009-2011: dobbiamo crederci?”; “anche se il provvedimento a favore delle famiglie più deboli può essere opportuno, è ipocrita classificarlo come riduzione di tasse. Si tratta di un aumento di spesa”; “sono stati concessi 9 miliardi a Lazio, Campania e Sicilia per onorare gli sforamenti nella sanità, ripagabili in 30 anni (sì, proprio 30!”.
E via demolendo. Si tratta delle stesse osservazioni di grandi agenzie di rating, Moody’s e Ficht, che hanno definito la Finanziaria “deludente o nulla per i tagli alla spesa pubblica”. Apprezzamenti invece da Financial Times e Wall Street Journal. Forse Veltroni non è ancora riuscito ad arruolare i due quotidiani anglosassoni?

Commenti

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Il 10 Ottobre 2007 alle 13:17 Sarà pure leggera, ma la Finanziaria non la digerisce nessuno » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] I due “soci fondatori”, Walter Veltroni e Francesco Rutelli, difendono la Finanziaria con poca o nulla convinzione. Soprattutto Veltroni, che sposa sempre più la linea del rigore, dei tagli alla spesa e della riduzione fiscale, anche a costo di rompere con l’estrema sinistra. Prodi è sempre più insospettitto dalla sterzata veltroniana, teme che nei prossimi mesi diventi una spina nel fianco del governo. E d’altra parte l’unica direzione nella quale il futuro segretario del Pd può andare, se vuole tentare di riconquistare un po’ di consensi al centro, è quella opposta rispetto a Romano Prodi: staccarsi dal vincolo e dalle eterne mediazioni con la sinistra radicale. Non saranno settimane facili, le prossime, per il governo. Probabilmente la manovra economica passerà, ma dopo la maxistangata del 2007 perfino la “Finanziaria leggera e di equità” del 2008 rischia di far perdere altri consensi. Altro che “lasciateci lavorare”. [...]

Il 22 Ottobre 2007 alle 9:29 Detti e contraddetti: Veltroni, un uomo per sei stagioni » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Tasse. Veltroni sa che sono il punto debole della sinistra (”per troppi anni si è accomodata nella logica del tassa e spendi”) e stila tanto di decalogo con “preciso impegno a ridurre le tasse di almeno due punti di Pil rispetto al 2006″. Chiama a conforto il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, e il presidente della Confindustria, Luca di Montezemolo. Però parte con una non piccola bugia: “Chi ha governato per cinque anni ha lasciato la pressione fiscale di quasi un punto più alta rispetto al 2001″. Se il leader del Pd leggesse l’ultima relazione della Banca d’Italia, alle pagine 131 e 132, vedrebbe che nel 2001 la pressione era al 41,2 per cento, e a fine 2005 al 40,5. Nel 2006 è schizzata al 42,3, ma a opera di chi? Per lo 0,3 per cento del decreto estivo Bersani-Visco; per un altro 0,5 di un aggiustamento a settembre e per un ulteriore 0,7 per la correzione a dicembre. Totale, più 1,5 a opera del governo Prodi. Questo afferma Draghi. Ma prendiamo per buone le intenzioni di Veltroni: come ridurrebbe le tasse? “Serve una terapia choc per abbattere il debito pubblico, risparmiando sugli interessi”. Idea ispirata da Francesco Giavazzi e Tito Boeri, economisti di riferimento. In concreto? “Ricorrendo per il patrimonio pubblico a finanziamenti attrattivi per capitali privati: o lo si gestisce meglio ricavandone risorse per pagare quote di interessi, o lo si aliena parzialmente”. Nessuno scandalo: ma che risultati ha prodotto questa cura a Roma, dove pure il sindaco ha dato smalto alla capitale e fatto crescere l’economia? In cinque anni il debito del Campidoglio è passato da 6 a 6,5 miliardi di euro, costringendo la giunta ad aumentare dello 0,3 per cento l’addizionale Irpef, mentre quella regionale cresceva dello 0,5. Un salasso non certo compensato dalla riduzione dello 0,2 dell’ici. [...]

Il 4 Marzo 2008 alle 12:35 Pd, Veltroni chiude le liste dello scontento » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Restano fuori poi diversi big. Tra questi, c’è il costituzionalista Stefano Ceccanti, uno degli studiosi più vicini a Veltroni, nonchè “ghost-writer” dei tentativi di riforma elettorale. Escluso anche l’ex presidente della Commisione nazionale Antimafia, Giuseppe Lumia: ha incassato la solidarietà del presidente di Confidustria Sicilia, Ivan Lo Bello (”se non è candidato, si indebolirà l’azione di contrasto a Cosa Nostra nel territorio”), ma non quella del Pd, che non gli ha concesso la deroga per continuare a restare in Parlamento. [...]

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