Processo Enichem a Manfredonia: agli operai fecero male le aragoste


Poteva esplodere come una bomba, la sentenza che venerdì 5 ottobre ha assolto dieci dirigenti del petrolchimico e due consulenti medici nel processo contro l’Enichem a Manfredonia. Poteva esplodere come quella colonna dell’impianto di ammoniaca che il 26 settembre del 1976, con un boato, ricoprì la città pugliese con 32 tonnellate di anidride arseniosa. Invece è stata pronunciata in un’aula ormai deserta ed è stata accolta nel silenzio più totale. Un silenzio raggelante per le due famiglie rimaste sole a portare avanti una battaglia contro un colosso: i Lovecchio e gli Amicarelli.

I fatti risalgono a 31 anni fa, un tempo troppo lontano per essere ricordato da tutti. Dopo l’esplosione gli operai dello stabilimento furono mandati a pulire la polvere d’arsenico con le scope, senza indossare nessun tipo di protezione. Mangiarono alla mensa il cibo che c’era. Negli anni seguenti ne morirono di cancro 23. “Ma ci sono anche altre vittime” ricorda Giulio Di Luzio, che nel 2003 ha scritto I fantasmi dell’Enichem, “donne incinte che hanno partorito bambini con il fegato liquefatto. Il fegato è l’organo più colpito dall’arsenico”.

Quando l’oncologo Maurizio Portaluri diagnosticò all’operaio Nicola Lovecchio, trentenne che non aveva mai fumato o bevuto in vita sua, un anomalo tumore al polmone, quell’operaio fece un esposto. Da lì comincia il lungo processo ai dirigenti dell’Enichem. Accusati di disastro colposo, omicidio colposo plurimo, lesioni e omissioni di controllo.
Loro si difendono dicendo che all’epoca non erano a conoscenza dell’entità del danno. Ma anche che la presenza di arsenico nei corpi degli operai era dovuta al fatto che questi mangiavano due chili di aragoste al giorno (il crostaceo contiene arsenico).
Insieme alle famiglie degli operai si sono costituiti parte civile Legambiente, il Wwf, Medicina Democratica, l’associazione di donne Bianca Lancia, la Regione Puglia, il Ministero dell’Ambiente e i comuni di Manfredonia, Monte Sant’Angelo e Mattinata.
Prima della sentenza, però, alcune famiglie e tutti i comuni si sono ritirati per ricevere un indennizzo. Il Ministero dell’Ambiente è accusato dalle associazioni ambientaliste della lentezza con cui avviene la bonifica, che ancora non si è conclusa.
Quel territorio è pesantemente inquinato: la falda acquifera, la catena alimentare sono contaminate. La produzione di caprolattame dell’Enichem venne fermata nel 1988 perché i suoi scarichi a mare furono giudicati responsabili di una moria di delfini e tartarughe nel basso Adriatico.
Nel 1994, però, viene firmato un contratto d’area, strumento economico che permette l’arrivo di finanziamenti per l’industrializzazione di aree in crisi. Così la Regione autorizza la reindustrializzazione dell’area di Manfredonia senza una valutazione d’impatto ambientale. E nel 2002 l’Unione Europea apre una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia che “non ha adottato le misure necessarie ad assicurare che i rifiuti, stoccati o depositati in discarica presenti nel sito Enichem, fossero recuperati o smaltiti senza pericolo per la salute dell’uomo e pregiudizio per l’ambiente”.
E Manfredonia diventa un paradosso che si avvita su se stesso, “una città in ginocchio, che inevitabilmente rimuove i suoi fantasmi per potersi permettere di guardare al futuro”, nelle parole di Di Luzio.
Le assenze nell’aula di tribunale e il silenzio che ha accolto la sentenza di primo grado fanno parte di questo gioco inevitabile. Ma ci sono ancora due famiglie che, in nome dei propri morti, hanno scelto di non partecipare.
E, mentre il sindaco di Manfredonia Paolo Campo pensa di usare l’indennizzo per commemorare le vittime, l’oncologo Maurizio Portaluri, ora direttore generale dell’Istituto tumori di Bari, chiederà che quei soldi vengano destinati a uno studio epidemiologico del territorio, che a tutt’oggi non è ancora stato fatto.

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Il 26 Settembre 2008 alle 10:29 1976-2008. Da Seveso a Manfredonia, la storia si ripete « Spazio Libero ha scritto:

[...] “Un anniversario particolare ricorre quest’oggi. Trentadue anni fa una colonna di lavaggio dell’ammoniaca, all’interno dello stabilimento Enichem Agricoltura (ex Anic), esplode (forse) improvvisamente a pochissimi chilometri dal centro abitato di Manfredonia. 26 settembre 1976. Un boato a metà mattinata. La gente probabilmente si è voltata inconsciamente verso est. Tutti a vedere se l’Anic fosse saltato in aria. In realtà hanno visto soltanto un grosso nuvolone chiaro agitarsi nell’aria sovrastante. Qualcuno si chiude in casa, qualcuno cerca istintivamente di coprirsi il naso con il palmo della mano, qualcuno non ci fa caso mentre i pigri vecchietti seduti davanti al caratteristico ‘sottano’ dicono tra loro: “L’avevo detto io che andava a finir male!”. L’intera giornata passa alla fine come tutte le altre. La scuola deve ancora cominciare. Fa caldo e si può andare ancora in spiaggia. Durante la consueta passeggiata serale lungo corso Manfredi in pochi accennano all’accaduto e il giorno successivo è tutto dimenticato. In realtà quella mattina di trentadue anni fa l’esplosione fece disperdere in poco tempo 10 tonnellate di anidride arseniosa e 18 tonnellate di ossido di carbonio mentre in una vasta zona circostante l’arsenico si raccoglieva a pezzi sotto forma di una massa fluida e giallastra. Ammantati da un inquietante e strettissimo riserbo, i 2.000 addetti della fabbrica sono stati esposti alla contaminazione diretta e quasi 50.000 cittadini esposti a quella indiretta. Alcuni operai nei giorni successivi accuseranno malesseri. Andranno in ospedale. Chiederanno di essere visitati. L’atmosfera non è delle migliori. C’è un clima di allarme generalizzato. Vengono eseguite le analisi di routine. Il livello di arsenico nelle urine è salito a 14.000 volte il livello standard. Ma la situazione è immediatamente posta sotto controllo dai vertici aziendali. L’opinione pubblica viene tranquillizzata dicendo che lo scoppio, causato da un incidente tecnico, non aveva provocato alcun danno. E che quella nube non era, né più né meno, che l’effetto che si ha accendendo una sigaretta. Tutti ci credono, anzi, tutti ci vogliono credere, persino quando alcune donne incinte hanno partorito bambini con il fegato liquefatto, e persino quando il 3 agosto 1978 si verifica per ininterrotte 24 ore una rilevante fuga di ammoniaca che costrinse gli abitanti a scappare dalla città, e persino quando il 22 settembre 1978 un incendio agli impianti dei fertilizzanti costringe nuovamente gli abitanti in fuga, e persino quando l’11 luglio 1986 una vasta nube di nitroso si diffonde dall’impianto del caprolattame, e persino quando il 18 luglio 1988 un camion cisterna si ribalta con un carico di acidonitrosisolforico, e persino quando l’8 marzo fuoriesce nuovamente ammoniaca dalle operazioni di carico di una nave cisterma. Comunque il tempo passa. Passano quindici anni. La quantità di tempo necessaria affinché una qualsiasi e comune patologia tumorale abbia scavato così a fondo nel corpo di un essere umano per diventare incurabile. Ma sono gli anni novanta! Ci sono i Nirvana, i Pearl Jam, gli U2. Ci sono soprattutto i figli di chi in quella mattina di settembre del 1976 era in giro per strada o in spiaggia e che giura non ricordare assolutamente nulla di quello ‘scoppio’. Eppure quello ‘scoppio’ c’è stato e il boato si fa ancora sentire. Si fa sentire nelle analisi del sangue, nelle radiografie dei polmoni, nelle risonanze magnetiche e le risposte non tardano ad arrivare e per giunta sono tutte molto simili: tumori ai polmoni, leucemie, neoplasie cerebrali, ecc… Ma c’è chi che prima di morire va a fondo. Si pone delle domande e le rigira a chi di competenza. Perché non è stato vietato agli operai di lavorare con tanto di quell’arsenico da ricoprire gli stivali. Perché non è stato detto che era pericoloso. Perché anziché curare gli operai già contaminati li si manda a ripulire gli impianti e le aree di lavoro dai materiali tossici fuoriusciti. Perché l’infermeria dell’Enichem occultava le cartelle cliniche dei dipendenti. Perché nessuno ha mai specificatamente detto alla popolazione cosa è successo quello mattina. Perché gli ospedali hanno continuato a negare ufficialmente qualsiasi legame tra l’arsenico e l’incredibile impennata di neoplasie varie che ha colpito la popolazione di Manfredonia negli ultimi vent’anni. Si arriva così al 1996 e all’esposto denuncia contro l’azienda chimica e quindi al processo, grazie al meticoloso lavoro dell’operaio Nicola Lovecchio (deceduto il 9 aprile 1997 per un tumore all’apparato respiratorio), di ricostruzione dei cicli produttivi e delle materie prime utilizzate proprio mentre nei primi anni 2000 nell’area ex-Enichem iniziano le operazioni di bonifica e smantellamento delle vecchie ciminiere a cura proprio di sue società collegate. Pertanto eventuali prove compromettenti saranno fatte sparire per sempre. Il 5 ottobre 2007 la corte si pronuncia e assolve la parte incriminata. L’interesse economico ha campeggiato, come al solito, su tutto. La gente ha creduto nel 2007 come nel 1976. Quello che si rovesciò sulla città non era pericoloso. Infatti non ne vale la pena nemmeno parlarne perché siamo negli anni duemila. C’è Beyoncè e i Tokio Hotel. La sera lungo corso Manfredi si parla di tante cose. Ma soprattutto si vuole credere con tutte le forze che il passato è sepolto e che forse in fondo in fondo più di trenta anni fa non è successo proprio un bel nulla e che Caparezza parla attraverso frasi fatte. Chi ha avuto la sfortuna di vedere un famigliare malato vuole credere ai medici. “Loro” dicono che il male è venuto così, all’improvviso. Non c’è una causa. Anche se io credo fermamente che, rarefatta dal passare del tempo, quella causa c’è. Eccome c’è! 15 agosto 2008. Io e gli amici di una vita passiamo la serata insieme in un ristorante alla porta est di Manfredonia. Siamo sulla strada affollata dai classici ulivi pugliesi e dalla vista del mare notturno attraversato da fuggevoli luccichii che nuotano sulla sua superficie buia. Mentre aspetto che il gruppo di amici si ricomponga guardo dove, a pochissime centinaia di metri da me, un tempo sorgeva la “fabbrica dei veleni e dove ora, invece, “ironia della sorte” sorge un complesso industriale del Contratto d’Area e un Centro commerciale dove si vendono cibi e vestiti. Una leggenda o verità metropolitane narra di enormi contenitori di arsenico nascoste sotto quella terra e quelle pietre e di come i risultati di studi e analisi ufficiali effettuati dal Politecnico di Bari e dall’Asl di Brescia siano stati dichiarati ‘non pubblicabili’ perché compromettenti e in disaccordo con quanto la gente si è impegnata a credere. A credere che le analisi condotte (ma non rese pubbliche) siano risultate perfette. Tutto è nei limiti stabiliti. L’aria è pulita. Il mare è pulito. L’arsenico (semmai ce ne fosse stato) non c’è più. E’ svanito. Volatilizzato. Scomparso. Istintivamente mi guardo le scarpe. Cosa sto calpestando? Quello che ora sto respirando mi ucciderà un giorno? Non lo so. Preferisco non pensarci. Come hanno fatto tutti prima di me. Gli amici sono arrivati tutti. È ferragosto. Ci si ritrova tutti insieme dopo mesi di lontananza lavorativa. Bene, ora non resta che ordinare da mangiare. Di una cosa sono certo però. Sicuramente non chiederò aragoste“. Damiano Cafiero [...]

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