- Tags: 14-ottobre, Alessandro-profumo, assemblea-costituente, Dario Franceschini, Ds, elettori, Enrico-Letta, giovanni-bazoli, leader, margherita, Milano, Nord, Pd, premier, primarie, questione-settentrionale, Roma, Romano Prodi, Rosy-Bindi, seggi, segretario, sezioni, Torino, voto, Walter Veltroni
- Un commento

Discontinuità e innovazione ha promesso Walter Veltroni. Che cosa significa è presto detto: innanzitutto la conquista del Nord Italia con tanti saluti alla sua Roma e a Romano.
La decisione di tenere l’assemblea costituente del Partito Democratico a Milano, il prossimo 27 ottobre (quando verranno proclamati i risultati delle primarie, si insedierà il segretario e si avvieranno i lavori per la stesura del ‘manifesto delle idee’ e dello Statuto del nuovo partito), significa in primo luogo questo.
E, del resto, il segretario del Pd non fa che proseguire lungo una linea ben riconoscibile già nella scelta di tenere i discorsi d’esordio e di chiusura, come candidato favorito alla guida del nuovo partito, al Lingotto di Torino: il primo lo scorso 27 giugno (in una piccola sala che faticava a contenere il pubblico), il secondo il 12 ottobre nell’auditorium Gianni Agnelli, (che presentava invece ampie zone vuote).
Da un punto di vista strategico, il piano del tuttora sindaco di Roma è chiaro: da leader indiscusso del nascente Pd, ha intenzione di riconquistare il Nord, ossia quella parte d’Italia a cui in questi anni la sinistra, riformista e radicale, non ha saputo parlare con efficacia, abdicando il suo ruolo di referente per lasciare campo libero alla Cdl, più abile a dialogare con i ceti produttivi settentrionali e capace di usare al momento giusto il tema della protesta fiscale contro il Palazzo, per tradizione, romanocentrico e accentratore.
Scegliendo Milano come teatro della “prima” del Pd, Super Walter è anche andato contro il parere del premier Romano Prodi (c’è chi dice che sarà questo il refrain futuro tra i due), che avrebbe preferito Roma, così come altri personaggi di spicco dell’Unione. Ma l’innovazione di Veltroni passa anche da qui: lealtà e sostegno al premier non significano esserne succubi. Anzi, forte del 75 e più per cento di voti, va da sé che Veltroni pungoli il governo a spingere su determinati percorsi. Il principale appunto, passa dal Nord e dalla “questione settentrionale”. Un nodo che la recente politica dell’Unione (e dei suoi uomini più importanti) non si è mai mostrata capace di sciogliere. Per motivi i più vari: incapacità di intercettare le richieste dei ceti produttivi; di proporre loro risposte forti e concrete; mancanza di uomini adeguati (la scelta dei candidati sindaci di Milano, negli ultimi anni la dice lunga: non uno veniva dagli apparati dei partiti del centrosinistra); consapevolezza di aver sempre partita persa, in quelle regioni, con il centrodestra in generale e con l’asse Berlusconi-Bossi in particolare.
La “discontinuità” di cui ha parlato Veltroni sta soprattutto qui, più ancora che nelle dichiarazioni rese dal sindaco di Roma nei giorni scorsi, come ad esempio la proposta, condivisibile, di ridurre drasticamente il numero dei ministri. E anche il recente intervento a favore del ruolo di Malpensa come importante scalo internazionale segna un punto in questa direzione. Veltroni, spinto, anche se indirettamente, dalla buona affermazione lombarda dei suoi due concorrenti (Rosy Bindi ha sfiorato il 20 per cento ed Enrico Letta, candidato un po’ più “nordico” e “imprenditoriale” di lui, ha superato il 13%) vuole tornare a parlare a una regione da cui si origina circa il 50% del Pil del Paese e dove le Pmi hanno in molti casi mal compreso i richiami al rigore fiscale del ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa e del viceministro Vincenzo Visco.
Infine Veltroni sa bene che a Milano e dintorni si trovano quasi tutte le grandi banche e la parte più importante del potere mediatico italiano: sarebbe un errore grossolano deluderli (soprattutto perché Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, e il numero uno di Unciredit Capitalia, Alessandro Profumo, al progetto Pd hanno dato il loro voto e il Corsera di Paolo Mieli non gli ha mai negato l’appoggio).
Questo il VIDEO della conferenza stampa di Veltroni sul canale YouTube di RaiNews 24:
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Il 18 Ottobre 2007 alle 13:10 Il segretario Veltroni e il leader Massimo del Pd » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] I numeri - Per discontinuità con gli apparati romanocentrici e per segnare con evidenza la vocazione del nuovo partito a riallacciare i rapporti con il Nord. Per questo, l’assemblea costituente del Pd si riunirà sabato 27 ottobre nei padiglioni della Fiera di Milano. Ma anche perché non sono stati individuati ambienti tanto grandi per contenere l’esercito di 2.800 delegati. Questo, decina più decina meno, è infatti il numero dei partecipanti, eletti domenica 14 ottobre. Sarà un’assemblea anzianotta, con prevalenza di professionisti della politica (nonostante le promesse di rinnovamento e di immissione di personalità lontane dal Palazzo), con pochi stranieri ma la metà esatta delle, come imponeva la “speciale” legge elettorale delle primarie. I risultati - Dal punto di vista dei numeri ottenuti dai singoli candidati, nessuna variazione evidente: Veltroni conquista oltre 2 milioni e 600 preferenze e arriva al 75,81% (cioè 2.315 seggi nell’assemblea). Per Enrico Letta, un incremento dello 0,3%: dal 10,8% delle proiezioni all’11,07% della realtà (pari a 217 seggi). Scende un po’ Rosy Bindi cui le proiezioni davano un 13,3% e che si deve accontentare del 12,8% pur arrivando a quasi mezzo milione di voti (309 seggi). La lista “Generazione U” di Mario Adinolfi ha totalizzato lo 0,17% raggiungendo quota 5 mila 906 voti, mentre Piergiorgio Gawronski con la lista “Gawronski, il coraggio di cambiare” ha raccolto 2 mila 376 voti e dunque lo 0,07%. Entrando un po’ di più nel dettaglio, la lista del sindaco di Roma, “Democratici con Veltroni”, è stata la più votata e ha totalizzato 1 milione 541 mila 330 voti (1.485 seggi). Le altre due liste che appoggiavano il segretario: “Con Veltroni ambiente, innovazione lavoro” (guidata dal ministro Giovanna Melandri, con Giuliano Amato) e a “Sinistra per Veltroni” (promotori il duo Massimo Brutti e Vincenzo Vita), hanno raccolto rispettivamente 278 mila 960 voti (pari a 171 seggi) e 269 mila 133 voti (225 seggi). Il peso dei partiti - Hai voglia allora a dire, come ha fatto il neo segretario: “Faremo scelte eterodosse”, tra le quali quella di non ragionare con la mentalità vecchia dei partiti e delle correnti. Invece è un fatto che “il vecchio” entra nel “nuovo” e che i due ex partiti, con le rispettive anime, entrano pesantemente nella costituente. Con queste quote: i Ds ne sono i principali azionisti con circa il 50 per cento. Alla Margherita andrebbe il 35 per cento dei posti (da dividersi tra i seggi dei rutelliani, dei popolari, dei lettiani e dei bindiani). La società civile si è ritagliata un buon 20 per cento. Veltroni e D’Alema - Delle 13 regioni appannaggio della Quercia, sono “veltroniane” la Toscana (Andrea Manciulli, il nuovo segretario del Pd, era il segretario regionale dei ds), la Lombardia (Maurizo Martina, il 29enne vincitore, è molto stimato dal sindaco di Roma), l’Emilia Romagna (ha vinto l’annunciato candidato veltroniano Salvatore Caronna, ex segretario della federazione diessina di Bologna), la Sardegna (dove ha vinto il senatore diessino Antonello Cabras contro il governatore Renato Soru, che correva per Letta) il Friuli Venezia Giulia dove si è imposto il segretario regionale della Quercia Bruno Zvech ribaltando le previsioni del Cencelli che aveva assegnato la regione alla Margherita. Sulle altre risulta, e neanche tanto a sorpresa, la vittoria di Massimo D’Alema, che controllerà una buona fetta dei delegati dell’assemblea costituente. Il trionfo dei candidati del ministro degli Esteri riguarda, ovviamente, la “sua” Puglia (dove ha stravinto Michele Emiliano, l’ex magistrato e sindaco). Stessa musica in Liguria dove ha vinto il segretario regionale della Quercia Mario Tullo, nel Lazio dove c’è stata la vittoria a mani basse di Nicola Zingaretti, già segretario Ds regionale, nella Marche (Sara Giannini, ex segretaria regionale Ds, strappa l’83% dei consensi), in Calabria dove si è imposto il dalemiano e diessino puro Marco Minniti, in Basilicata dove ha vinto con l’82% dei voti Piero Lacorazza, giovane economista, internauta e segretario dei Ds. Non avvistati i fassiniani (l’ultimo segretario dei Ds non sfonda nemmeno nel suo Piemonte), quella di “Baffino” sarà l’ombra che Walter Veltroni e Dario Franceschini non potranno ignorare. Tanto che già si parla di un’alleanza tra i tre in grado di assicurare il controllo della maggioranza assoluta dei delegati. Gli sconfitti - A subire un vero e proprio ridimensionamento è stato Francesco Rutelli, che raccoglie meno del 10% di delegati all’assemblea, contro il 15 per cento d Ma a perdere è stato anche Piero Fassino, anche lui sotto il 10%. La sconfitta più dolorosa per l’ultimo segretario dei Democratici di Sinistra è stata nella sua terra natale, in Piemonte. Ridotta al lumicino la presenza dei prodiani diellini, fermi al 5% circa. La conferma dalle esclusioni illustri, come quella del fratello del Prof: Vittorio Prodi, europaramentare della Margherita, candidato nella sua Emilia (mentre Maria Prodi, sorella del prmier, in lista con Rosy Bindi, passa in Umbria); quella di Giuliano Amato, ministro degli Interni, che era messo al terzo posto come candidato di testimonianza nella lista guidata da Giovanna Melandri; quella di Mario Barbi, uno dei traghettatori verso il Pd e persino il ministro per l’attuazione del Programma Giuliano Santagata, prodiano doc, che a quanto pare, anche se manca ancora una conferma ufficiale, non è passato. In Campania vengono dati per bocciati anche la moglie di Antonio Bassolino, Annamaria Carloni candidata nella lista di Rosy Bindi e Umberto Ranieri, in quella di Letta. Donne - È l’elemento più certo perché stabilito dal regolamento: metà dei delegati della Costituente sono donne. Ma il colore rosa si issa solo su tre bandiere del Pd regionale: in Umbria, nelle Marche e in Molise: due margherite e una diessina. Tre donne su diciannove posti da segretario regionale: c’è qualcosa che non torna visto che una delle regole base del partito democratico è proprio quella dell’alternanza tra i generi, tra uomini e donne, nelle liste e tra i capilista. Simbolo di questa rivoluzione mancata è la non elezione della senatrice teodem Paola Binetti, nemica assoluta di ogni tentativo di riforma laica, dal testamento biologico ai Dico. La Binetti potrebbe è stata ripescata col sistema dei seggi-premio. Ma è significativo che il popolo delle primarie del Pd non l’abbia votata domenica non riconoscendola, quindi, come una propria rappresentante. Non che dall’altro lato della barricata, sul fronte laico, sia andata meglio: i candidati gay erano 31, ma solo 5 sono riusciti nell’impresa di partecipare all’assemblea nazionale. Ma ad agitare i sonni tra la comunità lgbt è lo scambio di accuse tra Giuliano Federico di gay tv e Alessio De Giorgi, direttore di gay.it. Nulla di nuovo sotto il sole, perché il duello è esemplificativo dei quotidiani litigi tra le varie anime del Pd, che nei prossimi mesi si succederanno. In nome dell’unità del Partito Democratico. [...]
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