Si suicida uno dei pentiti del delitto Fortugno

Una foto di Bruno Piccolo, il collaboratore di giustizia che ha contribuito alle indagini della Polizia di Stato che hanno portato all'identificazione dei responsabili dell'omicidio di Francesco Fortugno
Bruno Piccolo, il pentito della ’ndrangheta le cui rivelazioni hanno consentito l’individuazione dei presunti mandanti ed esecutori dell’omicidio del vice presidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno, si sarebbe suicidato.
La sua preziosa collaborazione aveva fatto finire in manette i componenti del gruppo di fuoco, tra cui il presunto killer Salvatore Ritorto e il capo della banda Domenico Novella, anche lui divenuto successivamente collaboratore di giustizia. La notizia del suicidio dell’ex proprietario del bar “Arcobaleno” di Locri è stata rivelata dal quotidiano Calabria Ora, secondo il quale l’uomo si sarebbe tolto la vita nella località protetta in cui viveva.

Sconvolgente la coincidenza delle date: oggi ricorre il secondo anniversario della morte di Fortugno, assassinato domenica 16 ottobre 2005 nel palazzo Nieddu di Locri, dove erano in corso le primarie dell’Unione per la scelta del candidato premier. Il processo contro i presunti responsabili dell’omicidio si sta svolgendo in questi giorni nella cittadina calabrese.
Pare che Bruno Piccolo avesse già tentato lo scorso maggio di suicidarsi. Lo rivelano alcune fonti investigative, secondo le quali il pentito chiave del processo per l’omicidio del vice presidente del consiglio regionale della Calabria avrebbe anche lasciato, sul comodino dell’abitazione a Francavilla a Mare, in provincia di Chieti, un biglietto sul quale avrebbe scritto le motivazioni che lo avrebbero portato a compiere il gesto.

Il presunto killer di Fortugno venne arrestato, con altre otto persone, in una maxi operazione contro la ’ndrangheta, nel marzo dello scorso anno. Oltre a Salvatore Ritorto, 27 anni, pregiudicato e considerato l’esecutore materiale del delitto, erano stati raggiunti da ordinanze di custodia cautelare in carcere i suoi presunti complici, Domenico Audino, Domenico Novella e Carmelo Dessì, tutti di Locri e tutti ritenuti dagli inquirenti componenti del clan dei Cordì. Ai quattro, che secondo gli investigatori disponevano di alcuni bazooka e bombe ad alto potenziale di fabbricazione jugoslava, venne contestata l’associazione mafiosa finalizzata al traffico di armi anche da guerra e altri reati. Tra le armi che furono ritrovate anche una pistola calibro 9, un’arma identica a quella usata per il delitto del vice presidente del consiglio regionale della Calabria, Francesco Fortugno. Con le rivelazioni del pentito gli inquirenti ricostruirono tutte le fasi del delitto del vice presidente del consiglio regionale. Piccolo riferì di avere appreso dei preparativi dell’omicidio nel suo bar, frequentato dagli uomini del clan dei Cordì.

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