
Nato a Bergamo nel 1943, sposato con due figli, Savino Pezzotta ha svolto gran parte della sua carriera in Cisl, sindacato cui si iscrisse nel 1964 quando lavorava come operaio tessile. È stato segretario organizzativo della Cisl di Bergamo, poi, dal 1993 al 1998, segretario della Cisl lombarda. Il 4 dicembre 2000 viene eletto segretario generale della Cisl, carica confermata nel 2001 e nel 2005. Nell’aprile dell’anno successivo si dimette con oltre due anni di anticipo sulla scadenza del mandato. Da allora inizia la sua attività politica nelle file del centrosinistra, maturando posizioni critiche che lo porteranno a non partecipare alla costituzione del Partito democratico. Recentemente Pezzotta è stato anima e portavoce del Family day e ha fondato il movimento Officina 2007.
Sabato 20 ottobre marce parallele, pro e contro la legge Biagi. Lei da buon ex democristiano che fa, sta nel mezzo?
Il problema non è essere pro o contro, ma capire che la legge Biagi è stato un passaggio importante per regolare posizioni di lavoro non regolamentate. Detto questo, penso che la legge esiga un completamento recuperando molti degli spunti offerti dal libro bianco scritto dal professore bolognese.
Vuol dire che la legge 30 ha tradotto male il pensiero di Biagi?
Voglio dire che c’è una differenza. Il libro bianco di Biagi era una visione organica del mercato del lavoro, ma con tanto di tutele e garanzie. Non a caso prevedeva uno statuto dei lavori per tutti coloro che non rientravano nella legge 30. In fase di stesura poi si è persa ogni traccia, come se tutti si fossero dimenticati del libro bianco.
Sa che ci sono insospettabili critici della Biagi anche tra gli industriali? Dicono che ha complicato loro la vita.
Nel libro bianco c’erano una semplificazione del modello contrattuale, un suo decentramento e una comparazione tra mercato del lavoro italiano ed europeo. La legge 30 è un’incompiuta, riflette poco o nulla del disegno organico su cui Biagi aveva lavorato.
D’accordo con chi dice che la Biagi scarica su 2 milioni di lavoratori i costi della precarietà , lasciando intatti privilegi e tutele degli altri 20?
Non è così. La Biagi regola quello che era un mercato del lavoro frammentato. Che poi occorra accompagnare la flessibilità con le garanzie è ovvio.
Non le piace la proposta del contratto unico targata Treu-Boeri?
Mi sembra una proposta velleitaria. In primis perché il mondo del lavoro è differenziato e i contratti devono mantenere la capacità di cogliere le specificità dei diversi settori. Non si può mettere insieme lo statale e il metalmeccanico.
Non crede che il problema della Biagi sia di non risolvere in modo convincente i problemi di ingresso e di disoccupazione temporanea?
Sì, ma non bisogna fare una battaglia contro la flessibilità che è insita nel nostro sistema produttivo. Bisogna combattere perché la precarietà venga riportata a normalità . Ma sbaglia chi pensa che la precarietà sia colpa della Biagi.
Non è velleitario proporre riforme del mercato del lavoro che siano a costo zero per le casse dello Stato?
Le riforme a costo zero non sono riforme, è una follia pensarlo. È sbagliato l’approccio mentale: la riforma non è un costo, ma un investimento. Dovrebbe produrre nel tempo dei miglioramenti. E se investi ci devi mettere qualcosa.
Il Pd e il suo leader Walter Veltroni hanno recuperato in extremis il tema della precarietà . Sa un po’ di posticcio.
Non si capisce ancora bene che posizione avrà il Pd sui temi del lavoro. Sicuramente dovrà cogliere quello che un certo tipo di riformismo ha messo in campo. Per fare questo bisogna però capire le alleanze che fa. Se si allea con la sinistra radicale avrà gli stessi problemi che ha oggi Romano Prodi.
Accetterebbe la libertà di licenziamento in cambio di un convincente sistema di ammortizzatori?
In Italia la libertà di licenziamento c’è già . Per giusta causa, non arbitrariamente. Anche il licenziamento collettivo è sempre stato fatto, da sindacalista ho gestito ristrutturazioni tremende.
Stiamo parlando di un’altra cosa.
Per poter licenziare ci deve essere un motivo. Il problema vero è la riforma della giustizia: una controversia di giusta causa non può durare 5 anni.
- Giovedì 18 Ottobre 2007
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