L’esercito degli ex simpatizzanti che ha bocciato Prodi

Luca Cordero di Montezemolo e Romano Prodi
S’erano tanto amati. Confindustria, stampa (i cui azionisti siedono magari nel gotha imprenditoriale), magistratura, Unione Europea, Chiesa, Banca d’Italia: nel 2006 tutti avevano festeggiato il ritorno al governo di Romano Prodi. Ricambiati con ampie rassicurazioni e benedizioni. Ora di questi pilastri sui quali poggia il potere vero in Italia non ce n’è più uno che regga: il benservito a Prodi è già nei fatti.
Confindustria. La marcia di avvicinamento di Luca di Montezemolo era iniziata in anticipo. Nel 2004 arriva al vertice confindustriale sospinto da un gruppo di imprenditori iperprodiani: Andrea Pininfarina, Vittorio Merloni, Diego Della Valle. “Fare squadra” è lo slogan, che si traduce in un feeling con il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, e con la partecipazione montezemoliana ai seminari ulivisti. Il vento comincia a girare prima ancora che Prodi metta piede a Palazzo Chigi: il 18 marzo 2006 a Vicenza i piccoli e medi imprenditori fischiano sonoramente l’allora candidato premier, tributando un’ovazione a Silvio Berlusconi. Montezemolo fiuta il vento, all’assemblea del 25 maggio dice: “Non faremo sconti a questo esecutivo”. Chi ha da tempo inquadrato la situazione è Carlo De Benedetti. L’editore della Repubblica va per le spicce: “Prodi farà solo l’amministratore straordinario” annuncia a dicembre 2005 “il futuro è di Walter Veltroni e Francesco Rutelli”.
I grandi banchieri ci mettono un po’ a cambiare idea. Corrado Passera (Intesa) e Alessandro Profumo (Unicredito) sono andati a votare Prodi alle primarie 2005. Il Professore li ringrazierà escludendo le banche dai benefici del cuneo fiscale. Alla fine della parabola prodiana i big del credito perdono il controllo di Mediobanca e Fiat. E Montezemolo: “Questo governo ci ha riempito solo di tasse”.
Giornali. L’8 marzo 2006, a un mese abbondante dalle elezioni, il direttore del Corriere della sera Paolo Mieli firma una clamorosa dichiarazione di voto per il centrosinistra. L’endorsement, tipico della stampa anglosassone, non ha precedenti perché avviene all’inizio della campagna elettorale. Qualcuno ricorda che Mario Borsa, primo direttore del Corriere dell’Italia liberata, per esprimersi a favore della repubblica attese la vigilia del referendum istituzionale. Mieli è in buona compagnia: la Repubblica, La Stampa, Il Sole 24 Ore offrono a Prodi una generosa apertura di credito. Sei ottobre 2007: Mieli sceglie il convegno della Confindustria di Capri per completare in modo altrettanto fragoroso l’inversione di marcia: “Il governo è già in crisi. Legge elettorale, ridurre i parlamentari? Chiacchiere. Si devono tagliare i ministri. Ma subito, domattina”.
Unione Europea. “Sono qui per riportare l’Italia in Europa”: il 29 maggio 2006 Prodi sceglie Bruxelles per la prima missione all’estero. Tommaso Padoa-Schioppa è andato in avanscoperta da Joaquín Almunia, ringhioso commissario agli Affari economici. Gli ha promesso che d’ora in avanti “la politica finanziaria dell’Italia sarà preventivamente approvata dalla Ue”. Prodi garantisce che gli anni “di Berlusconi e Giulio Tremonti fanno parte di un passato che non ci appartiene”. Abbracci e strette di mano per il figliol prodigo. Ma dura pochissimo. Si comincia (luglio 2006) con Bruxelles che impone al viceministro Vincenzo Visco di riscrivere le norme sui rimborsi iva. E si finisce (ottobre 2007) con la Commissione Ue che boccia di sana pianta la Finanziaria: “L’Italia non rispetta gli impegni a ridurre il debito e il deficit. I suoi conti rischiano di compromettere la stabilità delle nostre istituzioni” è la lapide di Almunia. Prodi prova a ribellarsi: “Non mando a picco il Paese per il debito pubblico. Bruxelles mi lasci governare”. E poi: “L’euro non ci ha aiutato”.
Chiesa. Mercoledì 24 ottobre, al Senato, il Forum delle associazioni familiari (oltre 40 tra le principali sigle cattoliche) ha denunciato “l’inadeguatezza dei provvedimenti sulla famiglia nella Finanziaria”. Prodi è stato abbandonato da Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio. Il Professore ci aveva puntato anche come tramite con gli Usa per operazioni di diplomazia parallela, ma Riccardi ha deciso di sostenere il movimento di Savino Pezzotta. Rottura anche con la base cattolica, dagli scout dell’Agesci alle Acli: avevano contribuito non poco alla vittoria nel 2006, ora contestano a Prodi di non aver tenuto conto del Family Day. I vertici della Conferenza episcopale sono sempre stati freddi con il premier; ma dal Vaticano era giunta una certa disponibilità: il segretario di Stato, Tarcisio Bertone, aveva voluto incontrarlo riservatamente a febbraio. Pratica archiviata, oltre Tevere si guarda al dopo.
Magistratura. All’inizio del 2006 Prodi chiese udienza a Virginio Rognoni, vicepresidente uscente del Csm. “Quali sono le attese della magistratura?”. La risposta di Rognoni fu: “Correggere le riforme del centrodestra, a cominciare dalla legge Castelli sull’ordinamento giudiziario”. Il candidato premier dette la sua parola e portò come prova la candidatura nell’Unione di Gerardo D’Ambrosio, ex pm di Milano. L’indulto, criticato apertamente dal Csm, è stato il primo strappo. Ora, con lo scontro su Luigi De Magistris e Clementina Forleo, la rottura è definitiva. Sebbene il Csm sia passato dalle mani di Rognoni a quelle di Nicola Mancino.
Banca d’Italia. Di tutti i poteri forti, quello guidato da Mario Draghi è sempre stato il più tiepido. Prodi aveva cercato di portare Draghi dalla sua parte, anche in nome dei comuni trascorsi alla Goldman Sachs. E su suggerimento del governatore una delle prime mosse di Padoa-Schioppa fu un incontro con i vertici delle “three sisters” del rating, Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch. Tps garantì collaborazione costante. L’idea aveva una logica pratica: il debito pubblico è il primo vincolo dell’Italia, e i rating possono valere miliardi di interessi.
Ma le tre big sono rimaste sconcertate sia dalla vaghezza della documentazione del ministro, sia dalla mancata riduzione della spesa. E se ne sono lamentate proprio con Draghi. Il quale, partito basso nel 2006, da mesi va giù durissimo. “La pressione fiscale è a livelli insopportabili” è il suo refrain. Il 10 ottobre, commentando la Finanziaria, Draghi ha sillabato: “I progressi sono modesti. Il miglioramento dei conti è tutto dovuto all’aumento delle entrate, mentre la spesa pubblica aumenta di oltre mezzo punto di pil”. Finché, dopo un apprezzamento da parte di Giorgio Napolitano, è circolata l’ipotesi (infondata) di un esecutivo affidato al governatore. A Palazzo Chigi è scattato l’allarme rosso. Anzi, di più: “Un tecnocrate privo d’investitura popolare? Un insulto alla democrazia”. Ovviamente Draghi non ha nessun interesse per il governo. Ma tra lui e Prodi i contatti si limitano ormai ai doveri di ufficio.

Commenti

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Il 29 Ottobre 2007 alle 15:52 cini ha scritto:

Come esplicitamente ben descritto nell´articolo di Renzo Rosati,Prodi ed il suo governo riceve ormai solo giustificate critiche all´interno del Paese e da fuori.
Durissime le critiche dall´IMF,dall´Unione Europea dalla Banca d`Italia e sopratutto dai cittadini Italiani.
Senza dubbi passerá alla storia come il peggiore Governo Italiano dal dopoguerra.
Eppure,il leader del neonato PD continua a ripetere che avendo in un´anno e mezzo il Governo Prodi fatto molte cose buone,lui gli dará supporto pieno per l´intera legislatura.
Non ha per caso il sig. Veltroni sottovalutato il quoziente di intelligenza del popolo Italiano?
Non ci pensa che stá commettendo un infaticidio sull´appena nato PD?
Tutti sanno che la sua popolare elezione a segretario del partito era dovuta nella speranza di vedere lui sostituire il Premier e cambiare completamente rotta politica,di certo non per sentirsi dire che tutto stá andando bene e che si procederá con Prodi sulla stessa strada fino all “FINE”.

Il 29 Ottobre 2007 alle 17:38 Corrado Buccieri ha scritto:

Ma Veltroni è un politico,pertanto come
gli altri deve dire bugie,lui dice di
sostenere il governo Prodi,ma lo vuole
morto più degli altri, sta solo preparando il terreno,per l’inserimento
prima che lo fanno cadere da sindaco di
Roma.

Il 29 Ottobre 2007 alle 19:16 persefone ha scritto:

corrado, di quale inserimento parli?
;)

Il 29 Ottobre 2007 alle 21:06 mimmo136 ha scritto:

Penso che il più ignorante,il più stupido degli esseri umani capirebbe di essere di troppo! eppure il “nostro” primo ministro non capisce, non riesce a capire! dovremmo continuare noi a capire?
spero proprio di no.

Il 31 Ottobre 2007 alle 12:39 terranostra ha scritto:

Questo governo di centro-sinistra è fallito.
L’idea politica geniale è la seguente:
Stesura di un programma politico centro-democratico-riformista europeo per confluire ed aderire i maggiori partiti con sbarramento al 15%.Gli attuali partiti “minori”per poter aderire al programma di governo dovrebbero fondersi.
I partiti rimanenti compongono l’opposizione.

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