Nassiriya, quattro anni dopo: diario della vedova di un eroe

Un militare sul luogo dell'attentato dove, il 12 novembre 2003, un camion bomba uccise 19 italiani
di Paolo Guzzanti

Le foto di Alfio sono ovunque e ogni giorno Enrico, il figlio più piccolo, scrive una lettera al padre Alfio morto a Nassiriya. Lei, Tiziana Montalto, che si fidanzò con Alfio quando aveva 15 anni e che lo sposò a 20, ha deciso che suo marito non deve morire. Il dolore è irreparabile, ma l’oblio deve essere impedito. Alfio Ragazzi era un carabiniere della squadra archeologica che in Iraq si occupava della salvezza del patrimonio artistico del paese in guerra.
Lei oggi ha 37 anni e ne aveva 33 quando diventò vedova. Aveva prenotato tre voli da Roma per Catania, quando Alfio sarebbe dovuto arrivare da Pisa, dopo lo scalo in Kuwait. Invece arrivò la sua bara. La bara discese scivolando dall’aereo e Tiziana fece un giuramento al marito morto: non sarai mai dimenticato, neppure per un giorno. I tuoi figli Salvatore ed Enrico (Salvatore oggi compie 17 anni e ne aveva allora 13, mentre Enrico ne ha oggi 11 e all’epoca della morte del padre ne aveva 7) ti avranno sempre al loro fianco in maniera festosa, viva, normale. Le tue foto, i tuoi oggetti, la tua musica, le loro lettere: tutto seguiterà a mantenerti vivo fra noi.
Una delle vittime dell'attentato di Nassiriya del 12 novembre 2003: Alfio Ragazzi con alcuni bambini iracheni. Faceva parte della squadra archeologica dell'Arma che in Iraq si occupava della salvezza del patrimonio artistico del paese in guerra.
E la casa sul mare a 10 chilometri da Messina è diventata da allora la casa di un padre mai morto, anche se ucciso e sepolto; di un uomo che ha dato la sua vita alla Patria in maniera triste e terribile, ma sorretto dalla memoria. Per lui Tiziana ha fatto scolpire un busto di marmo al cimitero che raffigura Alfio in maniera fotografica, elegante. Il monumento lo ritrae sorridente (”Il suo tipico mezzo sorrisetto che mi faceva impazzire d’amore”) nell’uniforme delle truppe impegnate in missioni internazionali, con accanto i suoi bambini: la vita, i figli che lo guardano.
La lettera di ringraziamenti del ministro della Cultura iracheno arrivò dopo la sua morte. Alfio aveva lavorato alle rovine archeologiche di Dquar, la cultura irachena si dichiarava debitrice. “Tutto era dunque pronto” ricorda la moglie Tiziana “per il suo arrivo e per la festa del rientro. I festoni riempivano le strade, le bande erano pronte, gli amici, i parenti, i vicini, la gente della città erano tutti mobilitati per il rientro di Alfio e per il compleanno di Enrico. Invece il 19 novembre, una data che per noi era sempre stata quella di una doppia festa, diventò la data dei funerali nel Duomo di Messina”.
Tiziana Montalto, la vedova di Alfio Ragazzi, uno dei carabinieri uccisi il 12 novembre 2003 a Nassiriya, in Iraq
Chiedo che cosa accadde allora ai figli. Enrico è un bambino con qualche problema di salute, ha bisogno di terapie, ha un equilibrio emotivo delicato. Ancora oggi non gli si possono infliggere dettagli scioccanti, il brutale impatto triste con la realtà. “Sì, quel giorno ho dovuto mentire a mio figlio. Lui aspettava il papà e la torta di compleanno al cioccolato, la sua preferita. Invece io dovevo andare ai funerali ma non potevo dirglielo, avrei dovuto prepararlo lungamente. Mentii. Dissi che non potevo fargli la torta al cioccolato perché era successo qualcosa alla Svizzera che aveva bloccato l’arrivo del cioccolato. Dissi: la mamma ha da fare, devo andare a trovare questo benedetto cioccolato per la tua torta. E andai al funerale con mio figlio Salvatore. Il 19 novembre era sempre stato il giorno più bello della mia vita ed è diventato la data della tristezza e della depressione, contro la quale però mi sono sempre ribellata”.
Le chiedo se lavora. No, si dedica ai figli. Come l’ha trattata lo Stato dal punto di vista economico? “Bene, non ho nulla di cui possa lamentarmi. Lo Stato si è comportato benissimo, il governo di allora fece in modo che tutte le famiglie dei morti di Nassiriya avessero la precedenza”.
Poi, un moto d’orgoglio: “I nostri mariti, i padri dei nostri figli hanno avuto il loro funerale nel Vittoriano, nel luogo simbolo della Patria. Era triste, era doloroso, era terribile, ma l’intera nazione ha dato a questi morti un’impronta di decoro che è quello che fa da simbolo per l’unità del Paese. Non posso dire che ci sia una differenza fra sinistra e destra, parlo delle persone perbene. Sì, certo, ci sono anche quelli di ‘10, cento, mille Nassiriya’, ma mi hanno fatto impressione solo la prima volta. Poi ho capito che si tratta di gente che non va neppure notata, non bisogna dir loro nulla. Non esistono”.
Torna al suo tema preferito: i figli parlano tantissimo del padre. Gli scrivono lettere e lui parla ai figli attraverso le immagini, la sua presenza è confortante, è allegra, è vitale e piena d’amore. Tiziana vive e vivrà una vita immersa nelle conseguenze della morte, ma dedica la sua esistenza a contrastare il più terribile effetto collaterale della morte che è l’oblio.
Non si tratta soltanto della sua casa e della famiglia. Il piccolo centro alla periferia di Messina sulle acque dello Ionio è tutto concentrato su questo figlio scomparso: Alfio. “Io spesso vado al cimitero e me ne sto a guardare i cittadini che vengono con i fiori, che toccano la tomba, che sfiorano il busto di marmo. La gente mantiene vivo questo figlio e non lo abbandona, così come non lo lasciamo andare io e i miei ragazzi”.
Parla della suocera Maria, madre di Alfio, con uno slancio prossimo alla devozione, piena di amore e ammirata da questa donna, come dai suoi genitori: “Ho una famiglia meravigliosa e questo non cura il dolore ma permette di vivere. Io so che il dolore non finirà mai per me, ma devo fare in modo che i miei figli possano superarlo senza perdere la memoria. Il loro dovere è vivere, il mio è ricordare e seguitare ad amare l’uomo che è stato anche il mio unico ragazzo, il mio unico fidanzato, il mio unico amore e marito. E se lui è morto, certamente il mio amore è vivissimo e persino lieto”.
Le domando come si sente, come sta. “Io non sto. Tutti stanno male, le donne e le famiglie nella mia condizione. Ritorno sempre a quelle ore che precedettero la tragedia. Alfio era alla fine: due soli giorni e sarebbe tornato. Mi telefonava ogni sera alle 9. Mi diceva: sto arrivando, di’ ai bambini che voglio sapere tutte le birichinate che hanno fatto. L’ultima volta che l’ho sentito era l’11 novembre di quattro anni fa, poco dopo le 21. Studiavo il suo itinerario: Talim, Kuwait, Pisa, Roma. Lì lo avrei preso io con tre prenotazioni in mano. Avremmo volato fino a Catania, poi in macchina fino a Messina”.
“Non facevo che assaporare quel tragitto, quei voli, quelle carte geografiche. E poi, in un colpo tremendo e assassino, è sparito: papà non torna più, mio marito non torna più. Fine. Morte. Cimitero. Busto di marmo, fotografie, corone, celebrazioni. Il mio Alfio. No, non bastano 4 anni per riparare il dolore, non ne basteranno neanche 40, o 400. Il lutto, l’assenza, il dolore sarà così fino alla mia morte. E così io vivo per i miei figli, per la sua memoria e per vivere la memoria collettiva, che è una cosa emozionante e che sento benissimo. Il governo del centrodestra ha fatto tantissimo, e adesso altri ministri come Arturo Parisi e Francesco Rutelli e il sindaco Walter Veltroni hanno preparato un monumento per Nassiriya che si chiama Foreste d’acciaio. Sono 19 steli, 19 vite che si levano dal dolore”.
“Non sento differenze politiche nella gente, così come non si vedono differenze nelle uniformi: gli esseri umani sono oltre le etichette, e questo è confortante perché vuol dire che c’è un elemento di unità che compatta tutti, che raccoglie il Paese in una grande identità e in quella identità di tutti c’è Alfio. Lui era di 6 anni più grande di me, ma eravamo insieme una cosa sola e questa sensazione di unità personale e di unità nel Paese è una grande medicina, perché dà la sensazione che persino una strage orribile, persino delle morti che altrimenti non avrebbero significato hanno trovato un loro senso, un decoro, un senso dell’onore e di pace. Alfio era un soldato e un uomo di pace, di servizio”.
Arrivano a Messina i carabinieri del Ris ed è una grande cerimonia. A Roma si celebra una messa collettiva ma privata a Santa Maria degli Angeli. La macchina della memoria contrasta la macchina dell’oblio. Ma anche la macchina delle speculazioni politiche, delle strumentalizzazioni, dice Tiziana Montalto: “Una strumentalizzazione a tutti i livelli, ma è inevitabile: quando accadono grandi eventi, grandi tragedie, c’è sempre qualcuno che cerca di trarne vantaggio”.
Tiziana guarda il mare, tanto amato da Alfio. Il mare dell’infanzia del suo uomo che non è tornato. “Io amo profondamente la mia Sicilia, come amo tutto il mio Paese. Il mare per me e i miei figli significa molto: memoria, distensione anche nella pena, significa recuperare il passato. Nassiriya è laggiù, oltre quei mari, oltre quella linea dell’orizzonte”.

Il VIDEO servizio:

I VIDEO da Youtube

Per non dimenticare:


Agosto 2004, un giorno di guerra a Nassiriya:

Commenti

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Il 11 Novembre 2007 alle 13:32 vincenzod ha scritto:

Nassirya mi ricorda che dei ragazzi sia stati trucidati, ricordati sì, ma umiliati mentre nessuno della Magistratura, abbia avuto il coraggio di condannare per direttissima, quei “ criminaletti “.
che abbiano gridato 10 100 1000 stragi di Nassirya con la beffa che hanno pure scarcerato presunti terroristi che il ” compagno ” Spataro l’altro giorno ne ha dato conferma di quanto sono questi presunti Imam, professori non di vita ma di morte: Tutto questo con l’arroganza e strafottenza di una vera Mortadella diventata mozzarella di bufala sofisticata Campana! “ In poche parole vediamo che ex terroristi diventano “ Onorevoli “ cittadino che si prodicano per la società come Scaramella e Dell’Utri in galera e da recuperare: insomma, quanto ricupereremo un Giustizia sana e un CSM abolito perché fallimentare? vincenzoaliascontadino@tiscali.it Matera

Il 12 Novembre 2007 alle 15:33 draved ha scritto:

Che dire…Grazie mille ragazzi siete degli eroi…per la frase”10 100 1000 Nassirya” non ho parole…

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