
Finalmente il 14 novembre è arrivato. È il giorno della verità, della prova finale. Non solo e non tanto per la Finanziaria, ma soprattutto per il presidente del Consiglio e per il leader della Casa delle Libertà.
Il voto finale sulla manovra economica è atteso nel tardo pomeriggio: la cautela è d’obbligo perché in gioco c’è la sorte del governo e perché da mesi il Cavaliere indica nel 14 il ‘big bang’ di Prodi. Ma la maggioranza è convinta di avere i numeri per passare la prova dopo una trattativa estenuante fatta di lusinghe ed incontri con i senatori dissidenti e incerti.
L’umore del centrosinistra è andato migliorando nel corso della giornata di martedì, forte del sì del senatore a vita Giulio Andreotti e del rientro in carreggiata dei mastelliani, che sul tetto per gli stipendi dei manager pubblici avevano creato tensioni. L’Udeur, dopo i tuoni lanciati in aula da Mastella, è pronta a votare sì alla norma.
In realtà ad agitare Romano Prodi non è certo il Guardasigilli, che, anzi, “in questa fase è il principale alleato del premier”. Il vero nodo dal quale dipende l’intero assetto politico è l’atteggiamento dei LiberalDemocratici di Dini. Sul voto finale alla Finanziaria “il giudizio è ancora aperto, ci sono importanti emendamenti da valutare”, afferma l’ex premier che ancora tiene Prodi sulle spine: “Parlerò in Aula”. E lì si vedrà se a esultare sarà Silvio Berlusconi, convinto di aver portato dalla sua parte Lambertow, o l’Unione che ostenta ottimismo sulla fedeltà dell’ex governatore della Banca d’Italia e sulla sua consapevolezza di quali conseguenze deriverebbero dall’esercizio provvisorio delle finanze pubbliche, nel caso la Finanziaria non passasse.
Ma ci sono anche altri senatori capaci di far pendere il pallottoliere del Senato da una parte o dall’altra. E dall’Unione è partita da giorni la conta, aggiornata di ora in ora: secondo i calcoli della maggioranza, a favore sono 157 senatori più 4 senatori a vita (Montalcini, Colombo, Scalfaro, Andreotti) contro i 156 della Cdl.
Nell’opera di tessitura, assicurano gli ulivisti a Palazzo Madama, un ruolo cruciale lo avrebbero avuto sia il premier stesso sia quello ombra, il leader del Pd Walter Veltroni. E le trattative sotterranee sembrano aver portato i loro frutti. Questi: sul fronte dei dissidenti della sinistra radicale, salvo colpi di scena, il governo recupera definitivamente Fernando Rossi: “Se non ci sono sorprese sono orientato a votare a favore”, annuncia l’ex senatore del Pdci. Mentre Franco Turigliatto resta orientato per il no alla manovra, anche se l’Unione cercherà fino all’ultimo di convincerlo almeno a uscire dall’Aula.
Il duo Bordon-Manzione, già dato per acquisito nei giorni scorsi, non sembra destare preoccupazione al di là delle frasi sibilline a sicuro effetto mediatico: “È vero che si vota oggi, ma ricordo a tutti che c’e’ un voto finale previsto per dicembre, ha fatto saper Tex Willer, consigliando a Prodi di dare, a gennaio, le dimissioni e di presentare una nuova lista di governo, possibilmente applicando la Costituzione e cioé scegliendo lui tra i partiti e non lottizzando”. E se Dini ripete che si tiene “le mani libere”, segnali incoraggianti per il governo arrivano dai suoi, Natale D’Amico e Giuseppe Scalera, che riconoscono: “Il governo ha fatto un lavoro positivo per accettare larga parte dei nostri emendamenti”. Nessun problema per il governo da Domenico Fisichella. “Ho votato 90 articoli, volete che sugli ultimi 5 e sul voto finale mi comporti diversamente? La politica è una cosa seria”, ha detto il senatore ex Margherita ed ex An. Poi c’è il capitolo senatori a vita. Giulio Andreotti si è aggiunto a Scalfaro, Montalcini e Colombo: quattro sì sono praticamente certi. Mentre l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi non dovrebbe essere in aula a maggior ragione dopo che anche Francesco Cossiga ha fatto sapere che non parteciperà al voto.
E così, con le dita incrociate ed il ‘fantasma’ di imboscate dell’ultima ora, l’Unione aggiorna al ritmo di ogni due ore i conti.
In cotanta incertezza, politica ed aritmetica, resta sicuro che, così come Prodi è convinto di superare l’ostacolo della manovra in Senato, è altrettanto convinto che qualora ci fosse veramente il colpo di scena, ovvero la spallata evocata dal leader di Forza Italia, l’unica strada possibile sarebbe il ritorno alle urne. Subito, già a marzo. Un aut-aut che serve al premier per mostrarsi risoluto nel giorno del redde rationem ma anche come estremo richiamo all’ordine ai vari senatori scontenti, alla sinistra e a destra dell’Unione.
Ma in ogni caso, pure superata la Finanziaria, i fari puntati restano sul protocollo per il welfare che dovrebbe essere approvato alla Camera entro il 28 novembre, per poi approdare al Senato. E anche qui, i dubbi di Dini ricominceranno a pesare. Le incertezze di Prodi, insomma, non sono finite, sono solo prolungate.
- Mercoledì 14 Novembre 2007
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Commenti
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Il 14 Novembre 2007 alle 18:19 nhico ha scritto:
Tra chi continua a tenersi le mani libere e chi invece se le è legate, la finanziaria dei sospiri avanza lentamente, mentre i senatori a vita stanno al capezzale del Governo. Scongiurando il sacrestano di turno di non suonare le campane a morte.
Il 15 Novembre 2007 alle 9:38 Finanziaria survivor: se la maggioranza tira a campare (fino a Natale) » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] In Senato ieri è stata battaglia. Più che sugli articoli e sul voto finale, sui tempi. Il voto finale, che era atteso per il pomeriggio, è slittato a oggi o addirittura a domani mattina. Nonostante le difficoltà a palazzo Madama è comunque probabile, al netto di acquisti notturni non impossibili e di curiosi giochetti della politica nostrana, che la Finanziaria passi nei prossimi giorni. A spiegarlo a Panorama.it è il senatore di Forza Italia, Maurizio Sacconi: “Il governo non cadrà ora perché tra un mese, sotto Natale, la finanziaria torna qui e sarà ben diversa”. In pratica, la manovra andrà alla Camera, dove verrà modificata dalla maggioranza e soprattutto dall’ala radicale, sostiene l’ex sottosegretario al Welfare del governo Berlusconi, che aggiunge: “La manovra che tornerà in Senato sarà molto più di sinistra di quella di adesso”. E quindi i centristi, Lamberto Dini in particolare, avranno parecchie difficoltà a digerirla: “L’accordo del 23 luglio ha iniziato il suo iter alla Camera” prosegue Sacconi “e ora entrerà nella Finanziaria: ed è la pura negazione della riforma pensionistica Dini. C’è un buco non coperto di 15 miliardi di euro. Dini non potrà votarla”. Alle considerazioni tecnico-sociali di Sacconi si aggiungono quelle dei corridoi rossi, ma ovattati, di palazzo Madama dove ieri più di un senatore spiegava: “Perché mai dovremmo far cadere il governo oggi, quando possiamo tenerlo sulle spine ancora un mese?”. Considerazione a cui dalla maggioranza veniva replicato: “Non fate cadere il governo, perché sapete che se andiamo ad elezioni a voi dissidenti non vi ricandida nessuno”. Il senatore Maurizio Sacconi Dunque ieri è stata battaglia a palazzo Madama perché l’opposizione ha chiesto l’allungamento dei tempi per valutare nuovi emendamenti. In realtà, spiegano dalla maggioranza, solo per fare ostruzionismo. All’inizio della giornata sembrava poter filare tutto liscio per l’approvazione della manovra da parte del Senato. Anche perché il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, aveva raggiunto l’intesa con il resto dell’Unione e i malpancisti sembravano poter essere ricondotti nell’alveo del voto favorevole. Ma la Cdl ha fatto le barricate e dopo ben due capigruppo si è arrivati alla decisione dello slittamento dei tempi. Per uno strano miracolo della politica italiana cantano vittoria sia la maggioranza che l’opposizione. Il capogruppo Ulivo, Anna Finocchiaro, sottolinea “la proposta di slittamento del voto con la possibilità di arrivare a venerdì mattina è stata avanzata dall’Unione”, mentre il capo dei senatori di Forza Italia, Renato Schifani vanta:”Abbiamo vinto la nostra battaglia”. E che la maggioranza possa farcela ne è convinto, non si sa se per scaramanzia o per certezza, anche il Cavaliere, che alla vigilia del voto finale sulla manovra nell’assemblea di Palazzo Madama, ha detto che l’implosione ci sarà, prima o poi. Per Berlusconi la crisi di governo incombe sempre come una spada di Damocle su Romano Prodi, ma la sua formalizzazione potrebbe avvenire “non necessariamente domani o in questi giorni, ma certo non possono durare a lungo”. E per questo il capo dell’opposizione ha messo alla frusta il suo partito mobilitando circa 10mila gazebo per raccogliere in questo fine settimana 5 milioni di firme per andare a votare. Un modo soft per tirare la giacchetta a Napolitano. Ma tanto, per ora, Prodi sopravvive. [...]
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