- Tags: Cina, dalai-lama, diplomazia, Expo2015, Fausto-Bertinotti, Tibet, Vaticano
- 5 commenti

Tu chiamali se vuoi, paradossi della storia. Fino a qualche anno fa in tanti avrebbero fatto a gara per una photo opportunity accanto a quel “vecchio saggio” che gira il mondo con le infradito e la tunica rossa e gialla. Ora che il Dalai Lama arriva in Italia (i primi di dicembre per alcune lezioni seguite da una conferenza pubblica a Cologno Monzese; il 16 dicembre a Torino; seguiranno poi Udine e Roma), sono in molti a fingersi distratti.
Già, Tenzin Gyatso (dal 1959 in esilio in India e insignito nell’89 del premio Nobel per la Pace) è diventato un ospite scomodo, visto che la Cina intima di non ricevere questo mite vecchietto che agli occhi dei dirigenti del gigante asiatico, non è un leader spirituale, ma un capo politico che punta all’indipendenza del Tibet, da Pechino notoriamente considerato una provincia interna.
E di fronte ai diktat cinesi, le istituzioni italiane iniziano a tentennare: che fare con l’ospite che scotta? L’agenda del governo di questi tempi è, guarda caso, piena di altri impegni: welfare, Finanziaria, legge elettorale e riforme costituzionali; il presidente della Camera, il pacifista Fausto Bertinotti, ha detto che di accoglierlo nell’aula di Montecitorio non se ne parla, al limite lo si farà accomodare nella Sala Gialla. Insomma nessun discorso ufficiale alla platea dei deputati, al massimo due chiacchiere nel salotto del Palazzo, perché l’unica autorità religiosa che ha parlato in Aula, sottolinea Bertinotti, è il Pontefice: “Tuttavia si riconoscerà che il Papa ha qualche legame particolare con il Paese”.
E a proposito di Vaticano, rispetto alle voci che davano come possibile un incontro con il Papa intorno al 13 dicembre, è stato netto padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede: “Non mi risulta in nessun modo. Non è inserito nel programma“, ha detto all’Ansa. Anche se secondo l’agenzia AsiaNews del Pontificio Istituto Missioni Estere, il governo cinese ha minacciato nei giorni scorsi il Vaticano di “serie ripercussioni” alle relazioni bilaterali se il Papa dovesse incontrare il Dalai Lama.
Insomma, una non edificante corsa allo scaricabarile. Da cui si sta distinguendo una brigata di coraggiosi deputati, guidati dal forzista Benedetto della Vedova (ex Radicale): 165 onorevoli, di entrambi gli schieramenti, hanno firmato una petizione per richiedere che il Dalai Lama possa essere accolto alla Camera. L’obiettivo di Della Vedova è raggiungere le 315 firme, corrispondenti alla metà del Parlamento, per dare risposta simbolica e politica al messaggio che ha lanciato al governo italiano “autorevole membro dell’Unione europea e della comunità internazionale” che può richiamare l’attenzione sul “tragico destino del popolo tibetano”.

Recentemente, davanti a questo bivio si sono trovati tanto la Germania di Angela Merkel quanto gli Stati Uniti di George W. Bush: entrambi non hanno avuto il minimo dubbio, accogliendo il Dalai Lama con tutti gli onori. Angela Merkel ha ricevuto l’ospite il 23 settembre in Cancelleria a Berlino, rispondendo picche alle minacce cinesi: “Decido io chi ricevere e dove” ha detto la cancelliera. Bush è andato addirittura oltre, insignendolo ad ottobre della Medaglia d’Oro del Congresso statunitense, la più alta onorificenza americana.
L’arma di ricatto di Pechino? Gli affari, naturalmente. Ne sanno qualcosa alcune imprese canadesi, americane e tedesche con base in Cina, che stanno pagando in rappresaglie e commesse sfumate l’accoglienza che i loro governi hanno tributato al leader tibetano.
E questo timore regna a Milano. Il problema del capoluogo lombardo è semplice e duplice: imprese ed Expo 2015. Sul piano imprenditoriale, sono molti i milanesi che hanno forti interessi in Cina: una presa di posizione del governo cinese contro l’Italia certo non favorirebbe coloro che hanno investito in Asia. Ma l’incubo di Letizia Moratti resta l’esposizione universale. Come ripicca, la Cina potrebbe votare contro la candidatura milanese favorendo la turca Smirne, così il sindaco meneghino si limiterà a incontrare il Dalai Lama nel corso di una serie di incontri con altre personalità insignite del Premio Nobel per la Pace. Tra queste il Presidente di Israele, Shimon Peres, l’ex Presidente della Repubblica di Polonia Lech Walesa e l’ex Vice Presidente USA, Al Gore.
E mentre il governatore Roberto Formigoni chiede lumi a Roma sul comportamento da tenere in occasione della visita, è stata Torino a mostrare coraggio, anche perché non ha candidature da difendere. Il 16 dicembre il Dalai Lama, invitato dal sindaco Sergio Chiamparino, parlerà di fronte alle assemblee piemontesi e Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, lo riceverà.
Anche Veltroni dovrebbe stringergli la mano, durante l’incontro annuale a Roma con i premi Nobel. E vuoi vedere che a risolvere la questione potrebbe essere proprio l’ecumenico leader del Pd: siamo con lui ma anche con gli interessi delle aziende italiane a Pechino.
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- Martedì 27 Novembre 2007
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Commenti
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Il 27 Novembre 2007 alle 22:15 galassie ha scritto:
Penso che il governo del nostro Paese
debba accogliere dignitosamente questo
grande Personaggio,che non è certamente
una mummia russa.
Vorrei tanto che questo mio pensiero potesse giungere ai collezionisti di
mummie!
Il 27 Novembre 2007 alle 22:49 eccehomo ha scritto:
Siamo davvero sicuri che per il Tibet fosse meglio una teocrazia di monaci medievali? E per quanto tempo ancora il Tibet sarebbe potuto restarsene isolato dal resto del mondo? E adesso che la Cina se lo è annesso, qualcuno crede forse che lo abbandonerà perchè il capo dei monaci vuole tornare a fare anche il capo di stato? Allora la morale della favola è forse quella che il Dalai Lama, se tiene al bene dei suoi compatrioti, assuma un atteggiamento molto cauto nei confronti della Cina, ed eviti se possibile di irritarla ancor più, visto che per molti versi essa tiene il coltello dalla parte del manico, e non solo nei suoi confronti, ma anche in quelli di molti paesi che con essa hanno importanti relazioni politiche ed economiche. Una Cina continuamente pungolata non è detto che si incammini più velocemente sulla via delle liberalizzazioni e della democrazia intesa come noi la intendiamo.
Il 28 Novembre 2007 alle 1:08 luanmagi ha scritto:
Spero che i politici capiscano di non avere scelta, subire ricatti internazionali è l’umiliazione di un intero paese e della sua sovranità. Abbiamo ricevuto Arafat, il Papa gli ha stretto le mani. Per gli Israeliani, e non solo per loro un terrorista. Se il Papa cede al ricatto, sia pur per fini nobili, fa un errore grossolano perchè apre la via ad altri ricatti.
Abbiamo ricevuto Tarek Aziz e il capo dei terroristi curdi. I turchi si sono offesi, e noi abbiamo affari con i turchi, affari basati sulle esportazioni di prodotti italiani, che generano posti di lavoro in Italia. Con la Cina noi importiamo, perdendo posti di lavoro, ed esportando tecnologie e capitali.
Milano resta Milano anche se la Cina pone il veto all’Expo. Lo resta un pò meno se si piega a un ricatto. Se fosse venuto Ghandi e l’Inghilterra avesse minacciato ritorsioni? Ma all’epoca se non erro avevamo uomini come De Gasperi. Un gigante, oggi nanerottoli, senza riferirsi alla statura fisica, ma a quella morale.
Casini ha da poco detto che i centristi non sono conigli. Spero sia uno dei coraggiosi che firmerà la petizione. E’ facile con Berlusconi….
Riceviamo un Premio Nobel per la Pace, non un monaco agitatore. Che spuntino ai nostri politici gli attributi necessari.
Craxi lo avrebbe probabilmente ricevuto con tutti gli onori, pregandolo di non trattare politica. Cosa che dubito farebbe. Se la Cina ricatta, boicottiamo le Olimpiadi perchè, il suo veto e le sue minaccie sono la prova del fatto che il diritto basilare di ogni uomo ad esprimersi liberamente, in Cina è negato. O i nostri uomini politici hanno affari in Cina? Se tutelano gli affari si dimettano e non usino la dignità di un intero popolo per tutelarli.
Se restano si ricordino che non siamo una provincia cinese ma uno stato libero. Un atto vile, dettato dalla paura, squalifica un intero popolo. Un atto vile giustificato da opportunità economiche è un’offesa alla democrazia e all’intelligenza. Si parla spesso di valori, ricevere un Premio Nobel è un valore. Se venisse un gruppo di quegli splendidi ragazzi di piazza Tien an men, la Cina ci porrebbe il veto, e noi cosa faremmo? La situazione sarebbe identica. Io sono un vecchio universitario, ma vi garantisco che per quei ragazzi, per il cui sogno ho pianto, le università del mio tempo sarebbero scese in piazza contro un atto di viltà qual’è quello imposto dalla Cina. se il Governo facesse valere il veto Cinese mi vergongerei profondamente per e del mio Paese.
La viltà dei politici inglesi e francesi del 1939 ha portato conseguenze tragiche. Gli interessi economici hanno spianato la strada ai diktat prima e alla guerra poi.
Il 28 Novembre 2007 alle 15:23 nhico ha scritto:
Le funzioni chiavi del governo e delle istituzioni, in ossequio ai veti della Cina (che in Italia ha scoperto l’America), non riescono a mantenere la schiena dritta e rinunciano a guardare negli occhi il Dalai Lama. Continuando a far scivolare l’Italia sempre più verso il declivio della poca considerazione tra le genti del mondo.
Il 6 Dicembre 2007 alle 13:29 luanmagi ha scritto:
precisiamo meglio l’unico imbarazzo vero è la viltà dei politici, di destra e di sinistra che, con il loro comportamento si sono rivelati semplici bottegai. se non ci credono scelgano loro un’università e si confrontino con gli studenti… altro che palle di velluto, almeno l’indizio c’era..
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