
Ma quanto costa il pacchetto Welfare? In parlamento la partita è politica (accontentare l’estrema sinistra, oppure Lamberto Dini, i sindacati e la Confindustria?); in realtà c’è un costo che la collettività dovrà sostenere comunque. Le cifre vengono dalla Ragioneria dello Stato, che in questi giorni ha seguito la vicenda da vicino facendo sapere che non avrebbe posto il proprio bollino su misure senza copertura. Dunque, la parte-pensioni, cioè la trasformazione dello scalone Maroni in uno scalino che partirà dai 58 anni di età costa 12 miliardi nei prossimi dieci anni. La deroga (pensionamento a 57 anni) per i lavori usuranti è stimata in 2,5-2,8 miliardi se a beneficiarne saranno effettivamente quelli previsti dal governo, cioè gli addetti a determinati settori o che fanno più di 80 turni notturni l’anno. Si tratta di 1,4 milioni di lavoratori per circa 10 mila pensioni l’anno. Se invece la platea si allargherà come chiesto da Rifondazione, magari con una delega al governo che di anno in anno stabilisca chi è “usurato”, i costi aumenterebbero di una cifra non quantificabile: comunque almeno del doppio.
La stabilizzazione dei precari dopo tre anni di contratti a tempo indeterminato avrebbe una doppia ricaduta: sui conti delle aziende, che si rifarebbero in mancati versamenti fiscali allo Stato; e su quelli dell’apparato pubblico, visto che anche lo Stato si serve di precari. Anche qui difficile quantificare, ma si parla di 5-10 miliardi in un decennio. Risultato: così come è, cioè il testo varato dal governo e approvato da Confindustria e sindacati, il pacchetto Welfare costa 15 miliardi di euro. Se prevalesse la linea di Rifondazione supereremmo il doppio. Senza però la copertura, visto che il famoso tesoretto di fine 2007 è già stato tutto impegnato. Dunque bisognerebbe ricorrere o a tagli di spesa o ad aumenti di tasse.
Forte di questi argomenti, Romano Prodi sta cercando di imporre all’estrema sinistra la sua linea. Che è anche quella che consente al governo di non cadere al Senato. Ma che sul piano politico rende Rifondazione sempre più simile ad un cane da pagliaio: abbaia molto ma non morde. Finora si è detto che Prodi è ostaggio di Rifondazione: forse, salvo sorprese dell’ultima ora, sarebbe il caso di dire che è sempre più Rifondazione ostaggio di Prodi.
- Martedì 27 Novembre 2007
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Commenti
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Il 28 Novembre 2007 alle 1:17 luanmagi ha scritto:
analisi lucida e logica che trova conferma nelle azioni di governo. D’altronde chi è in grado di indicare una qualsiasi azione di governo che Prodi abbia completato per soddisfare un desiderata delle sinistre inserite in un programma fantastico?
Il 28 Novembre 2007 alle 13:52 Dilemmi diplomatici: il Dalai Lama e l’imbarazzo italiano » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Tu chiamali se vuoi, paradossi della storia. Fino a qualche anno fa in tanti avrebbero fatto a gara per una photo opportunity accanto a quel “vecchio saggio” che gira il mondo con le infradito e la tunica rossa e gialla. Ora che il Dalai Lama arriva in Italia (i primi di dicembre per alcune lezioni seguite da una conferenza pubblica a Cologno Monzese; il 16 dicembre a Torino; seguiranno poi Udine e Roma), sono in molti a fingersi distratti. Già, Tenzin Gyatso (dal 1959 in esilio in India e insignito nell’89 del premio Nobel per la Pace) è diventato un ospite scomodo, visto che la Cina intima di non ricevere questo mite vecchietto che agli occhi dei dirigenti del gigante asiatico, non è un leader spirituale, ma un capo politico che punta all’indipendenza del Tibet, da Pechino notoriamente considerato una provincia interna. E di fronte ai diktat cinesi, le istituzioni italiane iniziano a tentennare: che fare con l’ospite che scotta? L’agenda del governo di questi tempi è, guarda caso, piena di altri impegni: welfare, Finanziaria, legge elettorale e riforme costituzionali; il presidente della Camera, il pacifista Fausto Bertinotti, ha detto che di accoglierlo nell’aula di Montecitorio non se ne parla, al limite lo si farà accomodare nella Sala Gialla. Insomma nessun discorso ufficiale alla platea dei deputati, al massimo due chiacchiere nel salotto del Palazzo, perché l’unica autorità religiosa che ha parlato in Aula, sottolinea Bertinotti, è il Pontefice: “Tuttavia si riconoscerà che il Papa ha qualche legame particolare con il Paese”. E a proposito di Vaticano, rispetto alle voci che davano come possibile un incontro con il Papa intorno al 13 dicembre, è stato netto padre Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede: “Non mi risulta in nessun modo. Non è inserito nel programma“, ha detto all’Ansa. Anche se secondo l’agenzia AsiaNews del Pontificio Istituto Missioni Estere, il governo cinese ha minacciato nei giorni scorsi il Vaticano di “serie ripercussioni” alle relazioni bilaterali se il Papa dovesse incontrare il Dalai Lama. Insomma, una non edificante corsa allo scaricabarile. Da cui si sta distinguendo una brigata di coraggiosi deputati, guidati dal forzista Benedetto della Vedova (ex Radicale): 165 onorevoli, di entrambi gli schieramenti, hanno firmato una petizione per richiedere che il Dalai Lama possa essere accolto alla Camera. L’obiettivo di Della Vedova è raggiungere le 315 firme, corrispondenti alla metà del Parlamento, per dare risposta simbolica e politica al messaggio che ha lanciato al governo italiano “autorevole membro dell’Unione europea e della comunità internazionale” che può richiamare l’attenzione sul “tragico destino del popolo tibetano”. Recentemente, davanti a questo bivio si sono trovati tanto la Germania di Angela Merkel quanto gli Stati Uniti di George W. Bush: entrambi non hanno avuto il minimo dubbio, accogliendo il Dalai Lama con tutti gli onori. Angela Merkel ha ricevuto l’ospite il 23 settembre in Cancelleria a Berlino, rispondendo picche alle minacce cinesi: “Decido io chi ricevere e dove” ha detto la cancelliera. Bush è andato addirittura oltre, insignendolo ad ottobre della Medaglia d’Oro del Congresso statunitense, la più alta onorificenza americana. L’arma di ricatto di Pechino? Gli affari, naturalmente. Ne sanno qualcosa alcune imprese canadesi, americane e tedesche con base in Cina, che stanno pagando in rappresaglie e commesse sfumate l’accoglienza che i loro governi hanno tributato al leader tibetano. E questo timore regna a Milano. Il problema del capoluogo lombardo è semplice e duplice: imprese ed Expo 2015. Sul piano imprenditoriale, sono molti i milanesi che hanno forti interessi in Cina: una presa di posizione del governo cinese contro l’Italia certo non favorirebbe coloro che hanno investito in Asia. Ma l’incubo di Letizia Moratti resta l’esposizione universale. Come ripicca, la Cina potrebbe votare contro la candidatura milanese favorendo la turca Smirne, così il sindaco meneghino si limiterà a incontrare il Dalai Lama nel corso di una serie di incontri con altre personalità insignite del Premio Nobel per la Pace. Tra queste il Presidente di Israele, Shimon Peres, l’ex Presidente della Repubblica di Polonia Lech Walesa e l’ex Vice Presidente USA, Al Gore. E mentre il governatore Roberto Formigoni chiede lumi a Roma sul comportamento da tenere in occasione della visita, è stata Torino a mostrare coraggio, anche perché non ha candidature da difendere. Il 16 dicembre il Dalai Lama, invitato dal sindaco Sergio Chiamparino, parlerà di fronte alle assemblee piemontesi e Mercedes Bresso, presidente della Regione Piemonte, lo riceverà. Anche Veltroni dovrebbe stringergli la mano, durante l’incontro annuale a Roma con i premi Nobel. E vuoi vedere che a risolvere la questione potrebbe essere proprio l’ecumenico leader del Pd: siamo con lui ma anche con gli interessi delle aziende italiane a Pechino. [...]
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