Non chiamatela più Cosa Rossa: la sinistra sposa l’Arcobaleno


Adesso hanno smesso di essere l’indefinibile Cosa Rossa. Adesso ha un nome la federazione tra i partiti della cosiddetta “Sinistra radicale”: adesso c’è Sinistra-L’Arcobaleno.

L’annuncio della nascita è avvenuto alla fine di un vertice alla Camera tra i rappresentanti di Rifondazione comunista, Sinistra democratica, Verdi e Comunisti italiani.
Il battesimo della folla è invece fissato ufficialmente sabato 8 e domenica 9 dicembre alla Nuova Fiera di Roma, dove si riuniscono gli stati generali, una sorta di Costituente della sinistra e degli ecologisti.
Debutto probabile: alle amministrative di primavera, dove il nuovo soggetto politico potrebbe presentarsi per la prima volta. E il condizionale è d’obbligo, dopo aver sentito Fabio Mussi di Sinistra democratica dire: “L’impegno è quello di andare il più possibile uniti al voto”.
Uniti sotto il “segno grafico” (nessuno si azzarda a chiamarlo simbolo) comune della nuova federazione. Anche se non è ancora stato deciso che alle elezioni amministrative i tradizionali simboli dei partiti debbano scomparire.
Nel logo, per come mostrato dal sito dell’agenzia Dire.it, è un mare (un po’ mosso, in realtà) di colori a sorreggere il doppio nome. Segno che le acque, a sinistra del Pd, restano agitate. A tenere banco sono ancora le polemiche sulla rimozione della falce e del martello che aveva inalberato, nelle scorse settimane, il Pdci di Oliviero Diliberto e Marco Rizzo.
E proprio quest’ultimo non si è lasciato sfuggire l’occasione per criticare la scelta grafica: “Se il simbolo definitivo non avrà la falce e martello ben visibili, non sarò d’accordo”, ha minacciato. Ma anche la scelta tra forza di lotta o di governo, va ancora condivisa. Alle affermazioni del presidente della Camera sul “fallimento” del governo Prodi, Oliviero Diliberto, leader del partito che ha lasciò Rifondazione quando Bertinotti fece cadere il primo governo Prodi, risponde così: “Noi abbiamo la vocazione ad essere una forza di governo, bisogna vedere se ci sono le condizioni per farlo. Non è obbligatorio”.
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Al di là dell’appartenenza politica, quale simbolo graficamente vi piace di più?

Commenti

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Il 6 Dicembre 2007 alle 0:42 luanmagi ha scritto:

hanno iniziato appropriandosi della quercia, solido simbolo universale della forza della terra, son poi passati all’ulivo, biblica pianta di pace. Qualcuno ha usato l’asinello, sarà per i fondi stanziati per evitarne l’estinzione? infine sono arrivati alla realtà della loro consistenza, l’aria e le goccioline dell’acqua che formano l’arcobaleno, segno divino della purezza del mondo. Dove toccano fan danno. Ben torni falce e martello, o il sol levante, io uomo di destra credo che la tutela dei lavoratori sia un diritto sacrosanto, e all’uomo di sinistra tutte ste menate e tutti sti colori, non credo servano, serve che la sinistra lo tuteli. E non lo ha fatto. A noi cittadini, uomini e donne italiane, sia di sinistra che di destra, serve capire quali sono le idee e i programmi. Credere di poter nascondere il tradimento di un’idea eliminandone il simbolo è un’azione vile.

Il 6 Dicembre 2007 alle 10:55 nhico ha scritto:

Addio alla falce e martello. Addio alla parola comunismo. I partiti di sinistra, quelli che erano orgogliosi fino ad ieri di chiamarsi comunisti, e i verdi buttano a mare le vecchie insegne e si rifondano attorno ad un nuovo simbolo. Bene. Gli adoratori delle mummie russe cambiano di nuovo pelle, nella speranza di dare area nuova alle vecchie idee. Insomma parleranno sempre delle stesse cose, senza avere il coraggio di professare la loro vecchia fede.

Il 6 Dicembre 2007 alle 22:55 galassie ha scritto:

E’ finita l’ora dei camaleonti.
Almeno per quelli di origine umana.

Il 31 Dicembre 2007 alle 14:54 Da Montecitorio alle Ande: Bertinotti in Sud America » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] È un viaggio verso l’utopia, verso il mondo nuovo. Il 2008 di Fausto Bertinotti s’apre con un tour sudamericano. Quattro tappe, un poker di paesi mito dell’immaginario della sinistra italiana che, nonostante le fratture carsiche e le divisioni in superficie, continua a sognare di poter essere un giorno “unida”. Nomi che “attengono alla sfera mondiale della politica” dice Bertinotti a Panorama, e che evocano simboli storici: Bolivia (dove cadde il Che), Perú (la ribellione degli inca), Ecuador e Venezuela (due tessere del mosaico della Grande Colombia di Simón Bolívar). Il presidente della Camera sta mettendo a punto i dettagli in queste ore: 11 giorni di missione, si parte il 7 gennaio da Roma. Atterraggio a La Paz per la prima tappa, in Bolivia, il giorno dopo alle 8 del mattino. “L’arrivo potrebbe ritardare di 1 ora e 30 minuti causa vento contrario” recita con precisione il promemoria dell’ufficio del cerimoniale di Montecitorio. Bertinotti invece cerca il vento a favore. Serve per il suo progetto politico, per dare sostanza e programma alla Cosa rossa. Uomo colto, sensibile alle suggestioni, alle culture e al mix di socialismo, mercato e dirigismo che alberga nel ventre di quei paesi, si inoltra per la seconda volta da quando è presidente della Camera in quel continente quadro di contraddizioni, pencolante tra dittatura e democrazia, povertà e ricchezza, idealismo e realismo, quest’ultimo non sempre magico come quello letterario. È magma in movimento e a una sinistra incapace di scrollarsi di dosso la polvere dei decenni, i frazionismi, i personalismi, il film della contemporaneità sudamericana piace. D’altronde, non parliamo certo di una novità, di una svolta recente. La storia è costellata di tentativi d’imitazione, rielaborazione, rivisitazione spesso tragica di quelle esperienze. La sinistra italiana è sempre stata sensibile a tutto quello che accade nel quadrante che parte da Cuba, attraversa le Ande e si spegne nella Terra del Fuoco. Fu il segretario del Pci Enrico Berlinguer a guardare con grande interesse e troppa speranza all’esperienza della Unidad popular di Salvador Allende. L’influenza di quel modello si fece sentire sulla politica del segretario comunista, sulla strategia del compromesso storico, sull’arco di storia che va dal 1973 al 1984. Quella linea di pensiero è stata ripresa dallo stesso Fausto Bertinotti, prima con la fascinazione per il subcomandante Marcos (il leader dell’esercito zapatista messicano), al punto da portare anch’egli con orgoglio l’appellativo di “subcomandante Fausto”. Poi durante il primo viaggio in Sud America nel 2007, quando, proprio dal Cile, aveva lanciato un segnale di rottura con le icone del “movimento” che si muove in parallelo a Rifondazione. “Allende è meglio di Che Guevara” disse il presidente della Camera in quell’occasione. Si aprì un dibattito sui giornali, ma non ebbe quel che meritava davvero: la fortuna di durare. Bertinotti però in questi mesi ha continuato a pensare a quella sua prima esperienza, alla frontiera del Sud America, al laboratorio politico discusso, discutibile, ma certamente nuovo e dinamico di quella sinistra di cui il presidente venezuelano Hugo Chávez è il simbolo. Bertinotti incontrerà Chávez il 16 gennaio e non sarà solo uno scambio di cortesie istituzionali. Per Fausto c’è molto di più in gioco. Al cronista di Panorama il presidente della Camera offre una lettura doppia, politica e culturale. Ci sono le ragioni della politica estera, perché “questo secondo viaggio in America Latina rappresenta il completamento di una nuova stagione nei rapporti fra Italia, Europa e Sud America. Una nuova stagione che mette fine a un periodo di una qualche distrazione su questa materia. Questo secondo viaggio vuole anche valorizzare un nuovo protagonismo sulla scena mondiale” spiega il Bertinotti in versione diplomatica. C’è l’attenzione per il magma che ribolle in quella parte del mondo, perché “appena un anno fa, nel primo viaggio nella parte meridionale di quel continente (Argentina, Cile, Brasile, Uruguay), è stato possibile vedere da vicino esperienze di grandi paesi, abbiamo visto fiorire e sviluppare rapporti di amicizia, abbiamo capito e toccato con mano il punto di forza di un rinascimento che riguarda, pur tra tante difficoltà, tutta quella parte di mondo” ribadisce il Bertinotti che insegue il vento della izquierda unida. C’è il fascino del problema globale, dello sfruttamento dei poveri, di un altermondismo da costruire, perché “soprattutto, e qui ecco la novità e lo spunto che offre l’imminente trasferta, si vuole indagare la questione indigena, di particolare interesse storico e culturale. La questione indigena riveste un peso e un’importanza di primo piano nelle vicende dell’America Latina e riguarda direttamente i problemi dell’integrazione e del riconoscimento delle diversità”. Temi che forse potrebbero apparire remoti, eppure “sono fondamentali perché attengono alla sfera mondiale della politica. E riguardano in primo luogo anche l’Europa. Stiamo parlando di convivenza, di coesistenza. Per dirla diversamente, si sta parlando del grande tema della nuova cittadinanza” dice il Bertinotti mondialista. Il presidente della Camera non ignora che tra questi paesi ci sono grandi produttori di petrolio. Con il barile del greggio che sfiora i 100 dollari, incassano cifre da capogiro, ma sottosviluppo e miseria sono ancora là. Non ignora che Hugo Chávez ha programmi militari ambiziosi, che il suo controllo sui media è quasi totale, che persegue una politica che non è solo di autonomia dagli Stati Uniti ma qualcosa che richiama all’antimperialismo. Fenomeno complesso. Bertinotti sa che quando stringerà la mano a Hugo Chávez, quello sarà un flash simbolico che in Italia aprirà discussioni sul suo rapporto con i nuovi condottieri del socialismo del Ventunesimo secolo. Per questo il viaggio di Bertinotti è un mix di incontri istituzionali e immersione rapida nel mondo reale, quasi un educational. A La Paz visiterà il progetto “Unicef Fortalecimiento de las defensorías de la niñez” e incontrerà le ong italiane prima di parlare di politica e sinistra con il presidente Evo Morales, già leader del movimento dei cocaleros boliviani. In Perú, dopo aver inaugurato un affresco di Giuseppe Garibaldi sul muro esterno dell’ambasciata italiana a Lima, salirà in macchina per vedere l’impresa YoPer contro la prostituzione infantile e poi passeggerà nei cerros, i quartieri più poveri della città. Il debito pubblico dei paesi poveri sarà il protagonista a Quito, con la riunione al Fondo italoecuadoriano che gestisce il condono del debito bilaterale di 27 milioni di dollari. A Caracas, dopo aver incontrato Chávez, Bertinotti potrebbe conoscere il lavoro degli architetti dell’Urban think tank che stanno ridisegnando i barrios della capitale venezuelana. È un viaggio tra paradiso e inferi. Potrebbe uscirne un Bertinotti trasfigurato e più disponibile, dopo 2 anni in cui ha imprigionato nella grisaglia istituzionale se stesso e il suo partito, ad archiviare una stagione deludente per riprendere il viaggio verso l’utopia. [...]

Il 3 Gennaio 2008 alle 13:10 Riforma elettorale, tra schemi e tattiche i leader nel pallone » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] I timori di D’Alema sono tutti rivolti alla Cosa Rossa. Vero che la proposta di Walter e Dario piace ai presidenzialisti di An (”L’apertura al presidenzialismo va salutata con soddisfazione”, dice Italo Bocchino, responsabile per le riforme del partito di Fini), ai mastelliani dell’Udeur e ai radicali, ma rischia di inimicarsi La Sinistra-Arcobaleno. Da dove non si è fatta attendere una netta bocciatura. Trasporre a livello nazionale il modello romano non va giù alla Cosa Rossa, che proprio nella capitale da tempo sta pensando di aprire i file del suo scontento su sicurezza, decoro urbano, strade mal tenute, trasporti inadeguati, unioni civili. Gennaro Migliore, presidente dei deputati Prc, infatti non ha dubbi: per lui la proposta del Sindaco d’Italia è “Una vera follia impraticabile”. [...]

Il 8 Febbraio 2008 alle 19:23 Da due a quattro premier. E la scheda elettorale si allarga » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Tra rose e cose, hai voglia a dire che la politica italiana si stia semplificando. Ricordate la “scheda-lenzuolo” presentata nel 2006 da Beppe Pisanu? Era un foglio di 65×23 centimetri. Bene, il 13 e 14 aprile 2008 è molto probabile che non avremo una scheda così lunga. Più larga sì, però. Per colpa della proliferazione dei partiti in Parlamento (se n’è avuto un chiaro esempio durante le consultazioni al Quirinale, nei giorni del dopo-Prodi). E a causa della moltiplicazione degli aspiranti premier: dai due del 2006 ai quattro (almeno per ora) per il 2008. E della moltiplicazione di runners, un “responsabile” c’è: Walter Veltroni, quando a Orvieto disse: “Quale che sia il sistema elettorale, il Partito democratico si presenterà con le liste del Pd”, cioè solo. Frase che, se per alcuni ha accelerato la crisi del governo Prodi, per tutti ha significato ridefinizione delle alleanze, delle candidature e delle premiership. A destra, a sinistra e al centro. Infatti: i primi ad accorgersi che l’alleanza di centrosinistra (la fu Unione di Prodi) era ormai finita sono stati i quattro partiti della Cosa Rossa (Verdi, Pdci, Prc e Sd: La Sinistra-Arcobaleno) che per un po’ hanno tentato di sedurre il Pd per scendere a patti (tecnici, di desistenza, di non belligeranza) e poi, sconsolati, hanno dovuto costatare l’esistenza di due sinistre concorrenziali. E, quindi, di due candidati premier: il sindaco di Roma per quella riformista, il subcomandante Fausto Bertinotti per quella radicale. Attenzione, però: “Non un divorzio ma una separazione consensuale”, ha commentato Dario Franceschini dopo l’incontro nella sede dei democratici. Chi era nel loft del Pd, racconta di un clima di euforia dei presenti all’annuncio di Silvio Berlusconi di un listone Pdl che unisca Fi e An. Perché in questo “supervenerdì” di nuove alleanze, la novità sta tutta in quest’accordo. Per il Cavaliere un sogno che si realizza. Un desiderio, espresso una domenica di novembre a Piazza San Babila, che trova concretezza, per ora, con Gianfranco Fini: “Il Popolo delle Libertà avrà un’unica voce in Parlamento e mi auguro che anche gli amici dell’Udc vogliano contribuire a scrivere questa importante pagina della storia politica italiana”. Le incomprensioni di dicembre tra il Cavaliere e il presidente di An sono solo un ricordo. Proprio come tra ricordi andranno a finire i loghi dei due partiti ormai fusi. Ma l’appello di Fini agli “amici dell’Udc” potrebbe cadere nel vuoto. Raccolto dalla Dc per le Autonomie di Gianfranco Rotondi e dall’ex Udc Carlo Giovanardi, non pare interessare per ora Pier Ferdinando Casini: “L’imposizione di un partito unico rispondente ad una estemporanea operazione elettorale non ci interessa”, precisa il leader centrista. Anche se: “Non escludiamo affatto la federazione” col Pdl. Cioè un modello di alleanza che Berlusconi ha concesso alla Lega, ma solo perché il Carroccio è “un partito territoriale”. E infatti il Cavaliere continua a invitare l’Udc ad aderire: “Se non entrano, noi andiamo avanti. Nessuno può negare che siano alleati, ma non nella stessa coalizione”. Si stanno invece muovendo, al centro, Mario Baccini e Bruno Tabacci. Che con Savino Pezzotta hanno fatto debuttare la già annunciata Rosa Bianca (a completare il simbolo: lo stelo verde e due foglie blu che incorniciano le parole libertà e solidarietà). Strana palingenesi la loro, pur perdendo i pezzi, la Cosa ha messo i petali ed è rinata Rosa: senza Montezemolo che non intende scendere in politica; senza Di Pietro (orientato alla condivisione di “un percorso comune” tra IdV e Rosa bianca, ma alle fusioni); senza Mastella e Dini pronti ad accordarsi con il centrodestra. Eppure: il candidato premier è Tabacci, la speranza è di strappare voti ai delusi dell’Udc e a quelli di Forza Italia e l’unica certezza è il nuovo soggetto non “né a destra né a sinistra, ma sta in alto”. Cioè: se son rose fioriranno… [...]

Il 13 Febbraio 2008 alle 20:19 Tra Lenin e Garibaldi, la Cosa Rossa perde falce e martello » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Il simbolo è quello presentato a dicembre. E il candidato premier è quello naturale, storico: Fausto Bertinotti. Mentre il resto dell’arco costituzionale è in fermento, tra apparentamenti e strappi, a sinistra poco si muove. Però qualcosa cade. Cosa? La falce e il martello. [...]

Il 12 Settembre 2010 alle 12:17 A uccidere la Costituzione non è stato il Cav. Parola di Bertinotti - Italia - Panorama.it ha scritto:

[...] di lui. Uscito dalle scene. Dopo il fallimento della Sinistra arcobaleno, il partito che nel 2008 riunì tutti i movimenti della sinistra radicale per farli sprofondare sotto il 4 per cento, si [...]

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