
Era un infermiere professionale con la passione per la politica, che ha parenti inseriti in Cosa nostra e solide entrature nelle cosche mafiose del palermitano, a prendersi cura della salute del padrino corleonese, Bernardo Provenzano. Si tratta di Gaetano Lipari, 47 anni, accusato di associazione mafiosa, arrestato stamani da carabinieri e polizia. Nel linguaggio cifrato utilizzato dal boss latitante era lui il numero ”60”.
Per gli inquirenti Lipari aveva il compito di curare il capo di Cosa Nostra nei mesi della latitanza che seguirono l’intervento alla prostata effettuato in una clinica di Marsiglia. Nei ”pizzini” trovati nel covo di Provenzano, inviati dal ”60”, l’infermiere esprimeva preoccupazione per la salute del padrino e lo invitava a seguire la cura post intervento. Dalle indagini emerge che Lipari si occupava - sebbene non in via esclusiva - anche delle necessità mediche del latitante costretto ad effettuare periodici esami del sangue; inoltre, con cadenza trimestrale, tramite iniezioni gli veniva somministrato il Decapeptyl (farmaco di non facile reperimento, costa 550 euro) che lo stesso infermiere si preoccupava di ottenere, anche attraverso l’aiuto di farmacisti compiacenti.
Gaetano Lipari, originario di Corleone, è cugino del boss Pino Lipari, il ”cassiere” di Provenzano; è stato eletto nel 2003 consigliere comunale ad Altavilla Milicia in una lista civica. Lavora per la Asl 6 di Bagheria, da cui dipendevano anche le cliniche private convenzionate di Michele Aiello, il ‘re’ della sanità privata in Sicilia, sotto processo per associazione mafiosa.
Dalle indagini emerge pure che l’uomo aveva frequenti contatti, anche telefonici, con l’allora deputato regionale Giovanni Mercadante (Forza Italia), medico, attualmente in carcere per associazione mafiosa. Ma gli accertamenti hanno portato ad indicare che Lipari era pure in contatto con il nipote di Provenzano, Carmelo Gariffo, accusato di mafia, e in passato si sarebbe pure occupato di gestire il pizzo imposto ad alcuni imprenditori edili di Casteldaccia, Villabate e Bagheria.
L’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Pignatone e dai pm della Direzione distrettuale antimafia, Michele Prestipino, Marzia Sabella e Nino Di Matteo, che hanno chiesto ed ottenuto l’arresto dell’infermiere, parte dall’analisi dei ”pizzini” trovati nel covo di Provenzano ed è proseguita con gli accertamenti sulle lettere del numero ”60”, compilate con una macchina da scrivere giocattolo. I risultati trovati dalla polizia sono stati incrociati con altri elementi frutto di indagini svolte dai carabinieri proprio su Lipari, che in passato era già stato indagato per mafia.
Lipari avrebbe recuperato e inviato più volte il farmaco al boss latitante per le sue cure. E in una occasione avrebbe spedito le fiale dentro una busta con l’intestazione dei un’ospedale palermitano.
L’identità dell’infermiere era nota ad alcuni uomini d’onore di cui Provenzano si fidava, ma anche al figlio maggiore del boss, Angelo. Gli inquirenti hanno questa certezza perché in una ”letterina” che il boss scrive al figlio, parla del ”numero 60” e di altri boss indicati con un codice numerico di cui il giovane sarebbe stato a conoscenza.
- Lunedì 17 Dicembre 2007
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Commenti
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Il 17 Dicembre 2007 alle 22:16 o.mattaliano ha scritto:
fantastico……………
cosi’ noi siciliani un giorno saremo liberi dalla mafia…….
Il 16 Dicembre 2008 alle 15:53 Maxi-blitz in Sicilia: “Volevano rifondare Cosa Nostra” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Le manette ai superlatitanti sono state una sorta di scacco da parte dello Stato che aveva messo alle corde l’organizzazione mafiosa già provata duramente dalla clamorosa cattura del “padrino” Bernardo Provenzano (l’11 aprile del 2006) e che adesso tentava una reazione da imprimere con un’autentica svolta. E proprio in vista della nomina del futuro capo della commissione di Palermo si sono avuti segnali di un’aspra e pericolosa contrapposizione interna, una nuova guerra di mafia per evitare la quale sono stati accelerati i tempi dell’operazione dei carabinieri e della Dda di Palermo, che ha bloccato anchee la fuga di parecchi ricercati. L’indagine ha fornito la mappa degli attuali organigrammi di Cosa nostra nell’intera provincia palermitana, permettendo in tal modo di annientarne la direzione strategica. [...]
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