di Gianluigi Nuzzi
Adesso vuole cambiare cognome al figlio, al piccolo Vito Andrea che ha appena spento tre candeline. Troppo ingombrante vivere chiamandosi Vito Ciancimino, proprio come il nonno, l’unico politico italiano, sindaco di Palermo per 19 giorni, condannato a 7 anni nel 1990 per i suoi rapporti a doppia mandata con Bernardo Provenzano. “Si erano conosciuti da ragazzi a Corleone, mio padre gli dava ripetizioni di matematica. Una volta gli mollò pure due ceffoni perché era svogliato”. Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco morto nel 2002, decide di parlare con Panorama dei segreti del padre e delle “colpe che ricadono sui figli”.
L’altro giorno c’era la televisione accesa in casa Ciancimino. Su Canale 5 l’ultima puntata del contestato Capo dei capi su Totò Riina, le trattative dei carabinieri proprio con papà Massimo e nonno Vito Ciancimino per catturare Riina. Il piccolo Vito Andrea infila le domande chiave sulla famiglia: “Mamma, perché il mio nome in televisione?”, “Perché qui si ammazzano tutti? Ma come giocano, usano le pistole!”. Difficile rispondere alle grandi domande dei piccoli. Anche perché nel romanzo su Provenzano e la cattura di Riina mancano ancora i capitoli principali.
È passato un anno da quando Massimo, quarto e ultimo figlio di don Vito, nato nel 1963 in pieno sacco della città, venne arrestato e portato all’Ucciardone per riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Nel marzo scorso la condanna a 5 anni e 8 mesi. Con l’ombra del padre che lo insegue fin da piccolo e che si proietta anche sulle nuove generazioni. E nemmeno l’archiviazione da parte della procura di Palermo delle accuse di mafia ha riportato pace in famiglia. “Sono un ergastolano, sconto a vita i rapporti di mio padre”.
Rapporti imbarazzanti: a iniziare da quelli con Bernardo Provenzano.
Avevo 17 anni quando ebbi il sospetto che Provenzano venisse a casa, nel centro di Palermo, a incontrare mio padre.
Quindi lei lo vedeva…
Sì, certo. Si parlava insieme. Provenzano si faceva chiamare ingegner Loverde. Un giorno da ragazzino sfogliai Epoca e riconobbi nell’identikit di Provenzano, già superlatitante, proprio l’ingegner Loverde, l’unica persona che incontrava mio padre a casa senza appuntamento. A volte lo riceveva in pigiama. Si chiudevano in camera da letto e discutevano per ore.
Si vedevano di frequente?
Essendo nottambulo, mio padre spesso di giorno dormiva. Siccome io dovevo studiare, rimanevo a casa e filtravo le telefonate. “Svegliami solo se mi cercano l’ingegner Loverde, l’onorevole Lima, il ministro Gioia e, se insiste, il mio segretario Zanghì. In ordine di importanza, ovviamente” mi diceva. Il fatto che Loverde fosse l’unico a essere ricevuto sempre e senza appuntamento mi aveva incuriosito. Poi sfogliando Epoca che pubblicava in anteprima la ricostruzione digitale del volto di zu Binnu, capii tutto.
Quando l’ha visto l’ultima volta?
Provenzano arrivava con un borsello di pelle, sempre da solo. Beveva camomille con mio padre. Incontri? Una, due volte al mese. Spesso d’estate nella villa a Mondello, sempre d’inverno. Nel 2002, poco prima che morisse, chiesi a mio padre se avesse rivisto Provenzano. Lui mi disse di sì. Intuii che si erano incontrati anche a Roma dove papà, che si era ammalato dopo l’ictus, non usciva più di casa. Comunque me lo diceva sempre: “Provenzano prima o poi si farà prendere”.
Perché?
Diceva che era malato e non sosteneva più i ritmi della latitanza.
Il pubblico ministero Michele Prestipino l’ha sempre accusata di non aver mai denunciato suo padre.
Io non sono mafioso. Le accuse di mafia sono state rapidamente archiviate. Trovo comunque che quella di non denunciare il proprio padre sia un’accusa aberrante.
Lei non lo criticava per questi incontri e affari con la mafia?
Lui mi diceva sempre: “Sì, la colpa è mia che come assessore ai Lavori pubblici incontro Riina e Provenzano. Ma solo per il 50 per cento. L’altra metà è dello Stato che permette a Provenzano di bussare alla mia porta”. Per il resto, a più riprese ho cercato di farlo collaborare con le procure e gli investigatori.
Ma oggi lei lo condanna?
Certo, lo condanno oggi come l’ho condannato senza appello ieri. Il sacco di Palermo ha distrutto la città. Ma in quegli anni o stringevi accordi o finivi in una bara. Non c’era una terza via. Non era possibile. Anche nella fiction del Capo dei capi l’unico personaggio positivo, il poliziotto Schirò, è una figura inventata. Gli eroi fanno presto a uscire di scena.
Un altro capitolo importante riguarda le trattative aperte fra suo padre e i carabinieri per la cattura di Riina, nel 1992. Dagli atti risulta che fu proprio lei a convincere suo padre a incontrare il capitano Giuseppe De Donno.
Già Giovanni Falcone, quando mio padre finì a Rebibbia, si era fatto avanti con me per aprire un dialogo. Falcone mi dava tutti i permessi straordinari per incontrare mio padre in carcere. Parlargli e fargli capire che era il momento del dialogo. Ma lui si rifiutava. Poi, nel 1992, lo Stato mi ha offerto una possibilità di riscatto e non mi sono tirato indietro. Il capitano De Donno mi chiese di poter incontrare mio padre per aprire un canale, anticipandomi che l’argomento sarebbe stato quello della cattura dei superlatitanti. Gli incontri durarono tutta l’estate del 1992, subito dopo la strage di Capaci. Mio padre all’inizio era contrario. Avviare una trattativa e poi interromperla significava mostrare la propria debolezza. Tanto che subito dopo le richieste di Riina lo Stato fece un passo indietro. E venne ucciso Paolo Borsellino.
È mai stato interrogato su queste trattative e sulle stragi?
No, mai. Eppure, il capitano De Donno mi consegnò dei rotoloni gialli enormi con la piantina della città e degli elenchi di utenze telefoniche presumibilmente in uso a Totò Riina. Mio padre avrebbe dovuto segnare la zona e indicare i numeri telefonici. Dopo una settimana riconsegnai i rotoloni con indicato il quartiere di viale Regione Siciliana. “Lì dovete cercare Riina”.
Nella sentenza del processo De Donno-Mori i giudici affermano che si arrivò alla cattura di Riina grazie al pentito Balduccio Di Maggio. Riina invece dice che la colpa è sua e di suo padre. Qual è la verità?
Mio padre mi diceva sempre che dopo le stragi aveva parlato con Provenzano perché riprendesse in mano la situazione dopo la morte di Falcone e Borsellino. “Questa non è più mafia ma terrorismo, la mafia ha sempre convissuto con lo Stato senza stragi e omicidi di servitori dello Stato” diceva. Anzi, dietro le stragi lui vedeva anche la mano di qualcun altro. Il resto è storia: la famiglia di Provenzano torna a Corleone, finiscono stragi e omicidi e si torna alla mafia silenziosa dei giorni nostri. Con Riina in manette e oggi all’ergastolo.
Per questo i capi di Cosa nostra, da Totò Riina a Leoluca Bagarella, avevano decretato la sua morte.
Sì. In compenso mi ritrovo con questa condanna a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio e per intestazione fittizia dei beni di mio padre.

Il famoso tesoro di Ciancimino a lei intestato. Dei 64 milioni di beni sequestrati quanto ha portato a casa finora lo Stato?
Finora solo debiti. Mi è stata appena notificata la richiesta al tribunale da parte del custode giudiziario Gaetano Capellano e dei suoi assistenti per 100 mila euro come acconto per i primi 6 mesi di gestione.
Significa che il patrimonio da sorvegliare è ingente.
Al contrario, le società sono in passivo e il curatore ha chiesto che sia l’erario a corrispondere le spettanze dovute. Pagherà lo Stato.
E i suoi beni?
La barca, uno yacht Itama 55, è in leasing. Ho pagato 400 mila euro fra acconto e rate e ne mancano 750 mila per chiudere l’acquisto in altri 8 anni. Se avessi usato i soldi di mio padre, sarei stato un cretino ad aprire un leasing. Infatti ho comprato la barca nel giugno 2005, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia per riciclaggio con l’aggravante della mafia. E l’ho chiamata Vito Andrea, il nome di mio figlio. Un’anomalia nel reato di riciclaggio che è finalizzato all’occultamento del bene, no? Poi c’è la società Pentamax che gestisce il negozio d’arredamento con 250 mila euro di passivo, metà appartamento a Palermo, una polizza vita da 500 mila euro della quale la banca ha già chiesto la riscossione. Infine le società del gruppo Fingas, che l’accusa riferisce a me e che da quanto mi risulta sono o in liquidazione o in fallimento.
E i soldi portati all’estero?
Ma se ho indicato io al pubblico ministero le coordinate del mio conto corrente in Svizzera! Conto sul quale operavo con carta di credito. Se fosse un deposito così occulto, ci avrei operato con la carta di credito personale come ho fatto per anni? La sentenza di primo grado più che un riciclatore, mi fa sembrare un deficiente.
Vuol dire che lei non ha gestito conti e denari di suo padre?
Dall’arresto di mio padre, nel 1984, al 2004 io acquisto barche e automobili e nessuno dice niente. Poi muore mio padre e mi si accusa di aver utilizzato i suoi soldi. Soldi illeciti, devo dedurre, incassati prima dell’arresto. Quindi parliamo di denari ricevuti ormai 23 anni fa…
Ma al di là dei beni sequestrati, esiste un tesoro accumulato da suo padre per 100-150 milioni di euro, come si legge sui giornali?
Di questi soldi non ho mai saputo nulla. E tutte le rogatorie hanno dato esito negativo. E poi molte domande rimangono senza risposta.
Cioè?
Come mai la società che per il tribunale pulì i soldi di mio padre è stata sequestrata solo al 50 per cento?
E l’altra metà di chi era?
Della famiglia Brancato. Però su questa vicenda preferisco non rispondere perché sta indagando la procura di Caltanissetta.

Ma suo padre era socio, come sostiene l’accusa, nella metanizzazione della Sicilia?
Le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli. Pensate quello che volete ma io non ho mai avuto benefici dal chiamarmi Ciancimino, anzi. Andavo a scuola quando mio padre, il 4 novembre dell’84, venne arrestato e finì l’epoca Ciancimino. Da quel giorno mi buttarono fuori dai circoli, le donne mi tenevano lontano. Sono stato fidanzato con una ragazza romana per 4 anni senza dire ai genitori che mi chiamavo Ciancimino. Mi ero costruito un’altra identità. Io pago certe omissioni da parte dello Stato, che non è mai andato a chiedere a mio padre ragione dei suoi denari e proprietà. Dopo 10 anni di interruzioni delle indagini, e solo alla morte di Vito Ciancimino, lo stesso giorno ho ricevuto un avviso di garanzia. Tutti i capi d’accusa del mandato di custodia cautelare sono caduti durante il processo. Pago colpe di mio padre. Mica mie. Del resto, quando sequestrarono la lavanderia della famiglia Provenzano mica accusarono di riciclaggio i parenti, no? Così quello che ospitò “zu Binnu” per 4 anni mica è stato incriminato per mafia. Ha detto che non sapeva che quel signore era Provenzano. Chi ha ucciso Falcone è libero e protetto dallo Stato. Per me la procura voleva 13 anni di reclusione. Io vorrei pentirmi ma non so di che cosa.
- Mercoledì 19 Dicembre 2007

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Lettere dal fronte dei nostri soldati














Commenti
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Il 19 Dicembre 2007 alle 15:56 luanmagi ha scritto:
…Chi ha ucciso Falcone è libero e protetto dallo Stato… è inquietante
Il 19 Dicembre 2007 alle 16:17 mago1949 ha scritto:
ciancimino dice che chi ha ucciso falcone e borsellino è libero e protetto dallo stato allora lui conosce la sua identità sa chi è o sono, perche non li denuncia? oppure lo stato è connivente?
Il 20 Dicembre 2007 alle 10:05 nhico ha scritto:
In ogni storia di mafia non mancano mai i buchi neri. Forse è dentro a queste sacche di incongruenza che si nascondono i veri fiancheggiatori delle cosche. Ci sarà mai qualcuno che avrà
la forza e la voglia di esplorarle?
Il 17 Maggio 2009 alle 18:00 Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia). [...]
Il 18 Maggio 2009 alle 14:00 Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano « Allegro furioso ha scritto:
[...] Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dell’Istituto per le opere di religione (Ior), l’impenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le più alte autorità d’Oltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali. Oltre 4 mila documenti che costituiscono l’archivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per vent’anni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Così, dopo anni di ricerche, è ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Totò Riina (è Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in un’intervista pubblicata in Vaticano spa l’esistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia).Dall’Ambrosiano all’Enimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nell’archivio. Si è così costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di “ufficio affari riservati” all’interno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie più imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dell’arcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dell’Ambrosiano di Roberto Calvi. Dall’archivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (”Fondazione per i bambini poveri”, “Lotta alla leucemia”), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior. Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere d’accordo le esperienze passate con le esigenze più riservate della clientela degli anni Novanta. E così lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche all’attuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord. Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis “opera sia per formale delega”, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nell’agosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, “sia per prassi inveterata”. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati). Bisogna aggiungere l’intensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce. Lo Ior parallelo ha così gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale José Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dall’allora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino. [...]
Il 30 Luglio 2009 alle 16:41 Storia recente italiana (Anni di piombo) - Il Forum del Body Building & Fitness ha scritto:
[...] Trovo molto curiosa poi questa notizia, uscita poco tempo fa, del libro-inchiesta sullo IOR basato su documenti di prima mano di chi dentro a quell’istituto ci ha lavorato, ovvero l’archivio di monsignor Dardozzi. A quanto pare in quella banca transitarono fiumi di miliardi, una parte dei quali passarono anche attraverso il conto di Lui, l’immancabile Andreotti: Per la prima volta nella storia del Vaticano dalle Mura leonine filtrano migliaia di documenti sugli affari finanziari dellIstituto per le opere di religione (Ior), limpenetrabile banca della Santa sede che ogni anno offre i suoi utili alla gestione diretta del Papa. Lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici, missive tra le pi alte autorit dOltretevere su come il denaro sia talvolta gestito in modo spregiudicato da prelati, presuli e cardinali. Oltre 4 mila documenti che costituiscono larchivio di un testimone privilegiato: monsignor Renato Dardozzi, parmense nato nel 1922, cancelliere della Pontificia accademia delle scienze e, soprattutto, per ventanni uno dei pochissimi consiglieri dei cardinali che si sono succeduti alla segreteria di Stato, da Agostino Casaroli ad Angelo Sodano. Dardozzi ha voluto che dopo la morte, avvenuta nel 2003, il suo sterminato archivio diventasse pubblico. Cos, dopo anni di ricerche, ora in libreria il mio libro-inchiesta (Vaticano spa, Chiarelettere, 15 euro) che rilegge dalle carte del Vaticano alcuni passaggi cruciali di quegli anni: dalle tangenti della Prima repubblica ai soldi per Bernardo Provenzano e Tot Riina ( Massimo Ciancimino, figlio di Vito, ex sindaco di Palermo, a indicare in unintervista pubblicata in Vaticano spa lesistenza presso lo Ior di un sistema di conti intestati a prestanome del padre e dai quali partivano somme destinate ai due boss della mafia). DallAmbrosiano allEnimont, dalle tangenti alle minacce: per ogni questione Dardozzi raccoglieva documentazione e appunti, li custodiva in cartelline gialle classificate nellarchivio. Si cos costituita una vasta memoria storica che ora svela come una sorta di ufficio affari riservati allinterno del Vaticano abbia operato per raddrizzare o mettere a tacere le vicende finanziarie pi imbarazzanti e tormentate negli anni di Karol Wojtyla, appena sopite le trame dellarcivescovo Paul Casimir Marcinkus e dellAmbrosiano di Roberto Calvi. Dallarchivio Dardozzi emerge che un fiume di denaro, fra contanti e titoli di Stato, veniva veicolato in una specie di Ior parallelo, una ragnatela off-shore di depositi paravento intestati a fondazioni benefiche inesistenti e dai nomi cinici (Fondazione per i bambini poveri, Lotta alla leucemia), una ragnatela costruita in segreto per anni da monsignor Donato De Bonis, ex segretario e successore di Marcinkus, nominato da Casaroli prelato dello Ior. Il sistema viene avviato nel 1987 per assicurare un discreto passaggio del testimone da un Marcinkus ormai sulla via del tramonto a De Bonis, che doveva mettere daccordo le esperienze passate con le esigenze pi riservate della clientela degli anni Novanta. E cos lo Ior occulto ha continuato a prosperare per anni sfuggendo anche allattuale presidente dello Ior, Angelo Caloia, espressione della finanza bianca del Nord. Sono 17 i conti principali sui quali De Bonis opera sia per formale delega, si legge nel rapporto inviato da Caloia a Wojtyla nellagosto 1992, quando la banca parallela inizia a emergere, sia per prassi inveterata. Tra il 1989 e il 1993 vengono condotte operazioni su questi depositi per oltre 310 miliardi di lire, circa 275,2 milioni di euro a valori attualizzati. Ma sono i movimenti in contanti a sorprendere: secondo una stima prudenziale, superano 110 miliardi (97,6 milioni di euro a valori attualizzati). Bisogna aggiungere lintensissima compravendita di titoli di Stato: in appena un biennio su questi conti riservati transitano tra 135 e 200 miliardi di cct. E si tratta solo di stime compiute dalla dirigenza della banca. Ancora oggi non si ha certezza alcuna su quanto De Bonis sia riuscito a movimentare realmente, visto che spesso ricorreva alla gestione extracontabile che non lasciava tracce. Lo Ior parallelo ha cos gestito non solo risparmi ma anche tangenti per conto terzi negli anni Novanta, assegni per i palazzi del Vaticano finiti al cardinale Jos Rosalio Castillo Lara, plenipotenziario economico di Wojtyla, soldi sottratti dalle somme che i fedeli lasciavano per le messe per i defunti, depositi per 30-40 miliardi delle suore che lavoravano nei manicomi, sino ai conti correnti criptati di imprenditori come i Ferruzzi, segretari dei papi come monsignor Pasquale Macchi e, soprattutto, di politici, a cominciare dallallora presidente del Consiglio Giulio Andreotti e dal primo politico condannato in Italia per associazione mafiosa, Vito Ciancimino. il 15 luglio 1987 quando De Bonis firma regolare richiesta e apre il primo conto corrente del neonato sistema off-shore, numero 001-3-14774-C, con un deposito in contanti di 494.400.000 lire e un elevato tasso dinteresse garantito, il 9 per cento annuo. Per tenere lontana anche lombra dei sospetti il monsignore intesta il deposito alla Fondazione cardinale Francis Spellman. La scelta del nome non casuale: si tratta del potente e temuto cardinale, ordinario militare per gli Stati Uniti, che nel dopoguerra dagli Usa finanziava la Dc anche con soldi che potrebbero essere stati trafugati agli ebrei dai nazisti. E fu Spellman ad accreditare Marcinkus presso lallora Papa Paolo VI. Se un funzionario dello Ior avesse voluto curiosare nel fascicolo del conto Spellman, avrebbe scoperto che agli atti non c traccia documentale della fondazione, n un atto costitutivo, n una lettera su carta intestata. Avrebbe dedotto che la scelta della fondazione era un semplice ma efficace artificio. Ma nello Ior nessun funzionario nutriva simili curiosit. Il prelato della banca vaticana era troppo potente e protetto dai cardinali perch qualcuno desse unocchiata ai suoi affari. E allora perch tanto riserbo? Se si gira il classico cartellino di deposito delle firme indicate per loperativit del conto, oltre a De Bonis segnato il nome di Andreotti. Non mi ricordo di questo conto fa sapere oggi Andreotti, interpellato da Panorama. Un conto per Andreotti. Alle persone (quasi tutti prelati e porporati) che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le volont testamentarie. Nel fascicolo del conto Fondazione Spellman, fotocopiato da monsignor Renato Dardozzi e custodito nel suo archivio, sono indicate quelle del gestore, appunto De Bonis. Che con il pennarello nero a punta media che prediligeva aveva scritto su carta a righe le illuminanti disposizioni: Quanto risulter alla mia morte, a credito del conto 001-3-14774-C, sia messo a disposizione di S.E. Giulio Andreotti per opere di carit e di assistenza secondo la sua discrezione. Ringrazio nel nome di Dio benedetto. Donato De Bonis, Vaticano 15.7.87″. Che si tratti di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis non lo dicono solo i documenti. Ne era convinto anche lattuale presidente dello Ior Angelo Caloia. In una serie di lettere riservate sugli affari del prelato inviate periodicamente al segretario di Stato cardinale Angelo Sodano, e riprodotte nel libro Vaticano spa, Caloia si dice certo. In quella del 21 giugno 1994, a 7 anni dallapertura del deposito Fondazione Spellman, Caloia d ormai per scontato che il conto della Fondazione cardinal Spellman che l ex prelato ha gestito per conto di Omissis contiene cifre. Omissis come emerge chiaramente dalla convergente documentazione conservata nellarchivio di monsignor Dardozzi, era la parola convenzionale utilizzata da Caloia e altri manager dello Ior per criptare il nome di Andreotti. Per De Bonis, invece, era stato scelto il nome in codice Roma. Per altri correntisti, rimasti ancor oggi nellombra, venivano concordati altri nomi di citt, come Ancona o Siena, da usare nelle comunicazioni scritte. In pochi dovevano capire. Ancora oggi rimane sconosciuta, per esempio, lidentit di Ancona. Interpellato da Panorama, Angelo Caloia preferisce non rilasciare dichiarazioni sullargomento. Sul conto gestito dal prelato dello Ior per conto di Andreotti affluisce un fiume di denaro. Milioni di banconote, miliardi in contanti. Le note contabili conservate nellarchivio di Dardozzi ricostruiscono nel dettaglio tutte le movimentazioni. Il conto ha goduto di accrediti in cct e in contanti. Dal 1987 al 1992 De Bonis introduce fisicamente in Vaticano oltre 26 miliardi e li deposita tutti sul conto Fondazione Spellman. A valori rivalutati la somma corrisponde a 26,4 milioni di euro di oggi. Importo che bisogna sommare allenorme quantit di titoli di Stato depositati e ritirati, per complessivi 42 miliardi di lire, pari ad altri 32,5 milioni di euro. In tutto sul conto in una manciata di anni entrano 46 miliardi di lire. Ma da dove arrivano tutti questi soldi e a chi erano destinati? In Vaticano spa vengono elencati tutti i beneficiari che si dividono in due categorie: religiosi e laici. I primi sono una moltitudine. Se la carit copre una moltitudine di peccati, come si legge nella prima lettera di San Pietro (capitolo 4.8), vero che dal conto Spellman vengono periodicamente distribuite centinaia tra elemosine e donazioni a suore, monache, badesse, frati e abati, enti, ordini e missioni. Lelenco dei beneficiari sterminato: suore ospedaliere della Misericordia, adoratrici dellEucarestia, orsoline di Cortina dAmpezzo, oblate benedettine di Priscilla, carmelitane dArezzo. Beneficenza quindi, ma non solo. Lapparente gestione caritatevole del patrimonio rimane marginale. Per il cassiere della Dc Severino Citaristi, pluricondannato in Tangentopoli, compare un assegno da 60 milioni. Tra il 1990 e il 1991 dal conto Spellman dello Ior escono 400 milioni per lavvocato Odoardo Ascari, difensore di Andreotti nei procedimenti aperti a Palermo per concorso in associazione mafiosa. Poi 1,563 miliardi vanno a un fantomatico Comitato Spellman con prelievi in contanti o con il ritiro di pacchi di assegni circolari di taglio diverso (da 1, 2, 5, 10, 20 milioni). Tanti beneficiari. Un milione di dollari al cardinale brasiliano Lucas Moreira Neves, sino al 2000 prefetto della Congregazione dei vescovi, mentre altri bonifici sono destinati allallora arcivescovo di New York, cardinale John OConnor, al cardinale croato Franjo Kuharic dellarcidiocesi di Zagabria, sino allausiliare di Skopje Prizren monsignor Nike Prela per i fedeli di lingua albanese. Presenti anche diplomatici come Marino Fleri, quando era a Gerusalemme (30 mila dollari), lambasciatore Stefano Falez, che nel 1992 riceve somme per la stampa cattolica slovena, e il viceconsole onorario di New York Armando Tancredi. Dal fondo si prelevano anche i soldi per i congressi, come quello che si tenne a New York per gli studi su Cicerone nellaprile del 1991. Dal memorandum presidente Andreotti allegato alle disposizioni dei bonifici e dalla contabilit dello Ior si deduce che dal conto vennero pagati 100 mila dollari per le 182 camere degli ospiti al Plaza e allo Sheraton hotel, 225 milioni per i biglietti aerei, le visite guidate e i trasferimenti. Vengono depositati anche libretti al portatore con liquidazione del lavoro e risparmi personali. N mancano i riferimenti alla politica. A un versamento da 40 milioni allegata lindicazione, su carta intestata Palazzo di Montecitorio, trasferire in Spellman. Su un altro foglio viene appuntato Sen. Lavezzari in concomitanza con il deposito di assegni per 590 milioni di lire. Carlo Lavezzari, imprenditore siderurgico lombardo, era un amico personale di Andreotti. Ex senatore democristiano, a Roma aveva il suo ufficio sullo stesso pianerottolo di quello dellex presidente del Consiglio, in piazza San Lorenzo in Lucina. Difficile, invece, individuare le identit dei beneficiari delle somme ritirate in contanti con una frenetica attivit quasi quotidiana. Le valigette zeppe di denaro portate da De Bonis erano una consuetudine per gli impiegati dello Ior. Il monsignore ogni settimana consegnava migliaia di fascette delle banconote da 100 mila lire con depositi che arrivano anche a mezzo miliardo in contanti per volta. Non disdegnava gli assegni circolari (da 4-500 milioni), n i bonifici esteri, soprattutto dalla Svizzera. I rapporti sono a Ginevra con lUnion bancaire prive, a Lugano con la Banca di credito e commercio sa e la Banque Indosuez, mentre per le operazioni con la Banca di Lugano si utilizza per comodit il conto 101-7-13907 aperto dallo Ior in quellistituto elvetico. La svolta del 1992. Dallarchivio Dardozzi raccontato nel libro Vaticano spa emerge che Caloia, arrivato nel 1989, comincia a sospettare dellesistenza di questa struttura parallela solo nella primavera del 1992. Istituisce una commissione segreta, dispone controlli dai risultati allarmanti che inoltra al segretario particolare di Giovanni Paolo II, il fedelissimo don Stanislao Dziwisz, oggi arcivescovo di Cracovia, perch il Papa provveda. Ma non accade nulla. La svolta arriver solo nellottobre 1993 con lesplosione della vicenda Enimont, la maxitangente pagata ai leader della Prima repubblica perch si rompesse il matrimonio della chimica italiana fra Eni e Montedison. Il pool di Mani pulite busser al portone di bronzo ottenendo risposte parziali e fuorvianti. Lo scrive proprio Dardozzi allavvocato Franzo Grande Stevens, legale di fiducia dello Ior: Non bisogna indurre in tentazione i giudici che vogliono far luce sui soldi transitati in Vaticano per i politici. Met dei cct dello Ior parallelo rimarranno cos fuori dallo spettro degli investigatori. Di certo senza remore anche perch, come ripeteva Marcinkus, la Chiesa non si amministra con le Ave Maria. Ior parallelo. Conti segreti in Vaticano Panorama.it - Italia Come si vede le fila da ricostruire sono talmente tante che sospetto delle ricostruzioni sensazionalistiche e ad effetto. In quegli anni si giocava una partita gigantesca, in cui la povera Emanuela fin travolta senza neppure sapere il perch. __________________ Salus Nostra Extrema Thule [...]
Il 9 Febbraio 2010 alle 13:48 Le “verità” di Ciancimino jr - Le foto dal processo Mori - Italia - Panorama.it ha scritto:
[...] - Vito Ciancimino pensava da politico e, preoccupato del calo di consensi subito nel ‘92 dal suo partito, la [...]
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