Campioni nel pallone: fuori classe, fuori di testa

L'ex Imperatore, Leite Ribeiro Adriano
La partita è finita. Ronaldinho, Adriano, Mutu, Ronaldo, Beckham, Cassano, Shevchenko, Vieri entrano a testa bassa nel tunnel che conduce agli spogliatoi, hanno l’espressione pensierosa. Si sdraiano su un lettino: per un massaggio defatigante? In realtà per una seduta di psicoterapia. Non è l’ultimo spot di una nota azienda di abbigliamento sportivo, ma la vera storia di decine di campioni sull’orlo di una crisi di nervi. Di un pallone stressato che sta facendo uscire fuori di testa i suoi fuoriclasse.
La colpa? Soprattutto di uno showbiz che non ammette dubbi o rallentamenti. Da quando, a partire dalla seconda metà degli anni 90, i diritti televisivi dettano l’agenda del football e si disputano sino a 70 partite ufficiali a stagione (spalmate su 330 giorni di lavoro), i calciatori sono entrati nel frullatore. Risultato: sempre più atleti finiscono dall’analista. A volte per farli crollare basta un brutto infortunio: diminuisce l’attività fisica e anche la produzione delle endorfine che migliorano l’umore.
Incidenti come quello che ha fermato Christian Vieri alla vigilia dei Mondiali di Germania del 2006. Un periodo buio in cui Bobo, sfiduciato, si è affidato a uno specialista per risalire. Oggi, centravanti di scorta della Fiorentina, vive in campagna con la madre e viaggia in treno.
In Brasile, Germania e Gran Bretagna molte squadre sono corse ai ripari ingaggiando lo psicologo. In fondo la parabola dei campioni è la stessa a tutte le latitudini: dalle pagine sportive rotolano in quelle del gossip e poi in quelle della cronaca nera. Le accuse: droga, alcolismo, risse, violenze sessuali. In Gran Bretagna gli stupri (persino di gruppo) in cui sono coinvolti i calciatori stanno diventando frequenti. Nello Hampshire un ex campione (con un passato da alcolista) come Tony Adams ha aperto un centro di recupero per giocatori depressi e dipendenti: lo Sporting chance. Qui si è liberato dal vizio della cocaina anche Adrian Mutu.
Altri casi celebri non mancano. In Spagna Ronaldinho ha dichiarato di essere nauseato dal calcio a causa della sequenza continua di partite e viaggi. Così, per ritrovare il suo sorriso da coniglietto, ha iniziato un lavoro di sostegno psicologico. Pure l’apollineo David Beckham, emigrato a Los Angeles, quest’estate si è incupito a causa di un infortunio. Tanto da far ipotizzare un suo possibile ritiro.
L’umore non è migliore in serie A, dove i calciatori non sembrano più impermeabili allo stress dei colleghi stranieri. E così ottimi giocatori come Domenico Morfeo del Parma, Riccardo Zampagna dell’Atalanta e Pasquale Foggia del Cagliari, dopo scazzottate e litigi, sono finiti fuori rosa per motivi disciplinari.
E che dire della crisi di pianto del sampdoriano Antonio Cassano, in campo, il 16 dicembre? A scatenarla non è stata la notizia di un lutto o un osso in frantumi, ma un piccolo cartellino giallo, l’ammonizione che gli sbarrava le porte della sfida contro la sua ex squadra, la Roma.
La crisi di pianto del sampdoriano Antonio Cassano, il 16 dicembre
“Piangere in campo non è grave, è lo scarico di uno stress, buono o cattivo che sia” minimizza Lorenzo Varnavà, psicologo dello sport e “motivatore” dei blucerchiati. Da quando Cassano è a Genova, Varnavà viaggia sempre più spesso tra il suo studio di Parabiago (Milano) e la Liguria. L’obiettivo è far rendere la squadra al massimo delle sue possibilità. Fa sfogare gli atleti con esercizi che esaltano il contatto fisico, ma soprattutto controlla che il capriccioso talento di Bari vecchia non frigni come un bebè.
Non è più facile il lavoro degli specialisti che devono allenare la testa dell’ex Imperatore, Leite Ribeiro Adriano. Il venticinquenne brasiliano è andato in cortocircuito: non è stata sufficiente la conversione religiosa (è diventato cristiano evangelico, come Kakà), ha subito la morte del padre, che lo aveva cresciuto nelle favelas, e una paternità non prevista dopo la passione di una notte. Il tutto ha minato la sua concentrazione. Alla fine Adriano si è depresso e si è attaccato alla bottiglia.
“Le vicende personali condizionano anche gli sportivi: è sbagliato pensare che chi guadagna moltissimo non possa avere momenti di difficoltà nel privato” avverte Bruna Rossi, da 10 anni consulente psicologica dell’Inter e docente all’Università francese di Grenoble. “Nel caso dei calciatori lo stress è accresciuto dalla visibilità delle loro vite private”. Praticamente un reality che ingigantisce i problemi. Per la professoressa il crollo di Adriano non è imputabile a una cattiva gestione dell’atleta da parte della società. Che anzi è stata molto vicina all’attaccante.
“La questione è che certe squadre hanno 35 fuoriclasse in squadra ed è impossibile seguirli tutti” sottolinea Lorenzo Minotti, ex team manager di Adriano ai tempi del Parma. “Noi lo abbiamo educato, con lui abbiamo usato il bastone e la carota e il ragazzo ci ha ripagato”.
In quegli anni il Parma era seguito dallo psicologo Fabio Cola (autore del libro Una squadra e la sua gente) che nel granducato trovò un laboratorio interessante. In quei mesi la società era sotto pressione per il crac Parmalat e in rosa non c’era solo Adriano, ma anche Mutu, il giapponese Hidetoshi Nakata, Morfeo, Alberto Gilardino, i portieri (ruolo da eccentrici per definizione) Sebastian Frey e Marco Amelia. L’allenatore Cesare Prandelli e il suo staff riuscirono a tenere il gruppo sotto controllo.
Per Cola i problemi dei calciatori sono da ricercare nella loro educazione: “Vengono cresciuti solo in funzione dei risultati. Spesso non vanno a scuola, hanno poche relazioni sociali significative. La loro autostima è affidata a un solo parametro: il successo sul campo. Se falliscono vanno in tilt”.
Spesso non hanno neppure la capacità di chiedere aiuto. Magari a fine carriera, quando bisogna affrontare il ritorno alla normalità. Un’impresa difficile (tanto che la maggior parte dei giocatori cerca di restare nel mondo del calcio), come ha dimostrato il caso dello juventino Gianluca Pessotto, che a causa di alcuni problemi familiari si era rivolto a una psicologa della provincia piemontese. Purtroppo la terapia non funzionò e l’ex difensore si gettò dall’ultimo piano della sede della Juventus con in mano un crocifisso. A questo punto la palla è passata allo psichiatra Annibale Crosignani che lo ha curato con i medicinali.
Riccardo Agricola, medico bianconero con una specializzazione in neuropsichiatria, in passato è stato accusato di aver somministrato antidepressivi alla squadra: “In realtà il farmaco in questione serviva come disintossicante. Quando ho dovuto curare due episodi di autentica depressione, legata a fattori endogeni, ho usato altri prodotti”. I nomi dei due campioni con il male oscuro restano segreti. In ogni caso l’esperto torinese preferisce non ricorrere alla psicoterapia, tranne che in casi eccezionali. Come quando, un anno fa, due ragazzi della primavera sono morti in un laghetto ghiacciato: “Nei giorni successivi all’evento ho fatto affiancare i compagni da un’esperta”.
Chi ha sempre creduto nell’utilità del sostegno psicologico per i calciatori è Arrigo Sacchi (”Il calcio nasce principalmente dalla mente e non dai piedi” assicura), che ai Mondiali del 1994 ha portato al seguito della squadra Renzo Vianello, oggi preside della facoltà di psicologia di Padova.
Sport agonistico ed equilibrio psicofisico, però, sono pianeti con linguaggi ed esigenze a volte inconciliabili. Nello staff azzurro ricordano ancora un allenamento in cui Roberto Baggio si esercitava con le punizioni. All’ennesimo gol Vianello consigliò un errore per evitare di far crollare l’autostima del portiere Gianluca Pagliuca. “Ho dimenticato quell’episodio” sorride Vianello. “Di certo in quelle settimane mi sono preoccupato di mantenere la giusta tensione, nonostante due espulsioni, l’infortunio di Franco Baresi e le critiche della stampa”. Per questo leggeva i giornali all’alba per preparare i ragazzi alle brutte pagelle. Per Vianello l’unica ricetta per vincere lo stress “è non far sentire i giocatori isolati, anche se oggi con tutti gli stranieri che militano nel nostro campionato non è facile”. Pur con lo psicologo al seguito, l’Italia perse la finale contro il Brasile ai calci di rigore, quando la testa conta più che in ogni altro momento.
Ronaldo, campionissimo brasiliano del Milam
La terra promessa delle scienze umane applicate al pallone è il quartier generale del Milan. Qui lo psicologo dello sport Bruno De Michelis, ex medaglia d’argento ai mondiali di karate, da vent’anni al seguito dei rossoneri, ha fatto allestire una “mind room”, dove allenare i cervelli degli atleti. “Le società ingaggiano specialisti e acquistano attrezzature solo per curare i corpi. Noi pensiamo anche alla testa”. E così, grazie a elettroencefalogrammi ed elettrocardiogrammi, gli esperti rossoneri controllano le reazioni dei giocatori di fronte a piccoli stimoli stressanti: dai calcoli matematici alla lettura a voce alta.
“A volte i calciatori non hanno risorse mentali e fisiche sufficienti per rispondere a richieste pressanti” avverte lo psicologo milanista. Un cambio di ruolo in campo o un rigore sbagliato possono bastare a mandare in crisi giocatori con poca autostima. E così insorgono insonnia (soprattutto dopo le gare), stati d’ansia, crisi di panico, nichefobia (paura del successo) e altri disturbi. C’è chi si infortuna in modo non casuale, la classica profezia autoavverante.
Certo la mind room non risolve tutti i problemi, come conferma la fuga in Brasile di Ronaldo, ufficialmente per curare il polpaccio malandato. “I suoi guai sono solo fisici. Anche se certamente è dispiaciuto di deludere le aspettative” garantisce De Michelis.
Resta il dilemma: lo psicologo diventerà l’allenatore del futuro? Paolo Zeppilli, medico della Nazionale, non ci crede: “Deve stare fuori dalla squadra e intervenire solo quando ce n’è davvero bisogno”.

Il VIDEO servizio sulle vacanze dei calciatori:

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