di Mario Sechi
È un viaggio verso l’utopia, verso il mondo nuovo. Il 2008 di Fausto Bertinotti s’apre con un tour sudamericano. Quattro tappe, un poker di paesi mito dell’immaginario della sinistra italiana che, nonostante le fratture carsiche e le divisioni in superficie, continua a sognare di poter essere un giorno “unida”. Nomi che “attengono alla sfera mondiale della politica” dice Bertinotti a Panorama, e che evocano simboli storici: Bolivia (dove cadde il Che), Perú (la ribellione degli inca), Ecuador e Venezuela (due tessere del mosaico della Grande Colombia di Simón Bolívar).
Il presidente della Camera sta mettendo a punto i dettagli in queste ore: 11 giorni di missione, si parte il 7 gennaio da Roma. Atterraggio a La Paz per la prima tappa, in Bolivia, il giorno dopo alle 8 del mattino. “L’arrivo potrebbe ritardare di 1 ora e 30 minuti causa vento contrario” recita con precisione il promemoria dell’ufficio del cerimoniale di Montecitorio.
Bertinotti invece cerca il vento a favore. Serve per il suo progetto politico, per dare sostanza e programma alla Cosa rossa. Uomo colto, sensibile alle suggestioni, alle culture e al mix di socialismo, mercato e dirigismo che alberga nel ventre di quei paesi, si inoltra per la seconda volta da quando è presidente della Camera in quel continente quadro di contraddizioni, pencolante tra dittatura e democrazia, povertà e ricchezza, idealismo e realismo, quest’ultimo non sempre magico come quello letterario.
È magma in movimento e a una sinistra incapace di scrollarsi di dosso la polvere dei decenni, i frazionismi, i personalismi, il film della contemporaneità sudamericana piace. D’altronde, non parliamo certo di una novità, di una svolta recente. La storia è costellata di tentativi d’imitazione, rielaborazione, rivisitazione spesso tragica di quelle esperienze.
La sinistra italiana è sempre stata sensibile a tutto quello che accade nel quadrante che parte da Cuba, attraversa le Ande e si spegne nella Terra del Fuoco. Fu il segretario del Pci Enrico Berlinguer a guardare con grande interesse e troppa speranza all’esperienza della Unidad popular di Salvador Allende. L’influenza di quel modello si fece sentire sulla politica del segretario comunista, sulla strategia del compromesso storico, sull’arco di storia che va dal 1973 al 1984.
Quella linea di pensiero è stata ripresa dallo stesso Fausto Bertinotti, prima con la fascinazione per il subcomandante Marcos (il leader dell’esercito zapatista messicano), al punto da portare anch’egli con orgoglio l’appellativo di “subcomandante Fausto”. Poi durante il primo viaggio in Sud America nel 2007, quando, proprio dal Cile, aveva lanciato un segnale di rottura con le icone del “movimento” che si muove in parallelo a Rifondazione. “Allende è meglio di Che Guevara” disse il presidente della Camera in quell’occasione. Si aprì un dibattito sui giornali, ma non ebbe quel che meritava davvero: la fortuna di durare.
Bertinotti però in questi mesi ha continuato a pensare a quella sua prima esperienza, alla frontiera del Sud America, al laboratorio politico discusso, discutibile, ma certamente nuovo e dinamico di quella sinistra di cui il presidente venezuelano Hugo Chávez è il simbolo. Bertinotti incontrerà Chávez il 16 gennaio e non sarà solo uno scambio di cortesie istituzionali. Per Fausto c’è molto di più in gioco.
Al cronista di Panorama il presidente della Camera offre una lettura doppia, politica e culturale. Ci sono le ragioni della politica estera, perché “questo secondo viaggio in America Latina rappresenta il completamento di una nuova stagione nei rapporti fra Italia, Europa e Sud America. Una nuova stagione che mette fine a un periodo di una qualche distrazione su questa materia. Questo secondo viaggio vuole anche valorizzare un nuovo protagonismo sulla scena mondiale” spiega il Bertinotti in versione diplomatica.
C’è l’attenzione per il magma che ribolle in quella parte del mondo, perché “appena un anno fa, nel primo viaggio nella parte meridionale di quel continente (Argentina, Cile, Brasile, Uruguay), è stato possibile vedere da vicino esperienze di grandi paesi, abbiamo visto fiorire e sviluppare rapporti di amicizia, abbiamo capito e toccato con mano il punto di forza di un rinascimento che riguarda, pur tra tante difficoltà, tutta quella parte di mondo” ribadisce il Bertinotti che insegue il vento della izquierda unida.
C’è il fascino del problema globale, dello sfruttamento dei poveri, di un altermondismo da costruire, perché “soprattutto, e qui ecco la novità e lo spunto che offre l’imminente trasferta, si vuole indagare la questione indigena, di particolare interesse storico e culturale. La questione indigena riveste un peso e un’importanza di primo piano nelle vicende dell’America Latina e riguarda direttamente i problemi dell’integrazione e del riconoscimento delle diversità”.
Temi che forse potrebbero apparire remoti, eppure “sono fondamentali perché attengono alla sfera mondiale della politica. E riguardano in primo luogo anche l’Europa. Stiamo parlando di convivenza, di coesistenza. Per dirla diversamente, si sta parlando del grande tema della nuova cittadinanza” dice il Bertinotti mondialista.
Il presidente della Camera non ignora che tra questi paesi ci sono grandi produttori di petrolio. Con il barile del greggio che sfiora i 100 dollari, incassano cifre da capogiro, ma sottosviluppo e miseria sono ancora là.
Non ignora che Hugo Chávez ha programmi militari ambiziosi, che il suo controllo sui media è quasi totale, che persegue una politica che non è solo di autonomia dagli Stati Uniti ma qualcosa che richiama all’antimperialismo. Fenomeno complesso.

Bertinotti sa che quando stringerà la mano a Hugo Chávez, quello sarà un flash simbolico che in Italia aprirà discussioni sul suo rapporto con i nuovi condottieri del socialismo del Ventunesimo secolo. Per questo il viaggio di Bertinotti è un mix di incontri istituzionali e immersione rapida nel mondo reale, quasi un educational.
A La Paz visiterà il progetto “Unicef Fortalecimiento de las defensorías de la niñez” e incontrerà le ong italiane prima di parlare di politica e sinistra con il presidente Evo Morales, già leader del movimento dei cocaleros boliviani.
In Perú, dopo aver inaugurato un affresco di Giuseppe Garibaldi sul muro esterno dell’ambasciata italiana a Lima, salirà in macchina per vedere l’impresa YoPer contro la prostituzione infantile e poi passeggerà nei cerros, i quartieri più poveri della città.
Il debito pubblico dei paesi poveri sarà il protagonista a Quito, con la riunione al Fondo italoecuadoriano che gestisce il condono del debito bilaterale di 27 milioni di dollari.
A Caracas, dopo aver incontrato Chávez, Bertinotti potrebbe conoscere il lavoro degli architetti dell’Urban think tank che stanno ridisegnando i barrios della capitale venezuelana.
È un viaggio tra paradiso e inferi. Potrebbe uscirne un Bertinotti trasfigurato e più disponibile, dopo 2 anni in cui ha imprigionato nella grisaglia istituzionale se stesso e il suo partito, ad archiviare una stagione deludente per riprendere il viaggio verso l’utopia.
- Lunedì 31 Dicembre 2007

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Commenti
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Il 31 Dicembre 2007 alle 15:01 Fontan Blog » Da Montecitorio alle Ande: Bertinotti in Sud America - Il blog degli studenti. ha scritto:
[...] webinfo@adnkronos.com: [...]
Il 4 Gennaio 2008 alle 18:39 La casta dei politici si aumenta la paga « Udeis ha scritto:
[...] Gli articoli riguardano l’aumento dello stipendio da parte dei parlamentari e sottolineo che nessun tg oggi ne ha dato notizia! “L’astuzia di Luigi XIV fu di concentrare la nobiltà del sangue di Francia alla sontuosa reggia di Versailles. Tenendola sott’occhio, si evitava la fronda. E così la politica poteva deciderla il re, col suo primo ministro. Noi invece abbiamo mille parlamentari che ci costano quanto in nessun altro Paese, in cambio di un sistema politico di cui essi sono i primi ostacoli a ogni decisione rapida, e soprattutto efficace. Sa di qualunquismo, un simile giudizio? Per quanto mi riguarda, sa di buon senso. E sono sicuro che sia condiviso dalla stragrande maggioranza degli italiani. Votino a destra o a sinistra, non importa. Loro -i parlamentari - lo sanno per primi, che godono di pessima fama tra i cittadini. Non solo perché la politica in Italia non garantisce servizi efficienti e tasse civili, ma al contrario inefficienza generale al prezzo di imposte da rapina. Ma anche per quel che guadagnano, son stimati uno zero. Eppure, non cercano di migliorare la propria pessima immagine. Ecco che i senatori non abdicano neanche all’aumento automatico di 200 euro per il 2007, che era stato tanto strombazzato.” Le polemiche seguite alla pubblicazione delle statistiche europee che assegnano ai nostri politici la maglia nera degli stipendi del continente (il doppio dei colleghi tedeschi)? Acqua passata. Le denunce degli onorevoli privilegi contenute ne La Casta di G.A. Stella e Sergio Rizzo o ne Il costo della democrazia di Cesare Salvi e Massimo Villone, due senatori di sinistra che di mestiere fanno i professori di diritto? Carta straccia. A Montecitorio il 2008 potrebbe cominciare con un bell’aumento di stipendio: quei duecento euro lordi al mese che la Camera aveva sospeso e che erano stati una delle principali decisioni vantate dall’attuale presidente Fausto Bertinotti, per contenere i costi della politica. La giustificazione che circola è che si tratta di una misura per adeguare le buste paga dei deputati a quella dei colleghi senatori (che percepiscono un’indennità di 5.613 euro circa). A Palazzo Madama, infatti, non hanno mai rinunciato all’incremento dell’indennità dovuto all’automatico adeguamento della busta paga dei parlamentari a quella dei presidenti della Corte di Cassazione. Certo, l’ultima decisione spetta proprio a Bertinotti. Ma alcuni deputati - tra le proteste dei colleghi dell’Italia dei Valori e di An - stanno pensando di restituire a tutti i 630 inquilini della Camera i soldi cui avevano rinunciato nel 2007 e che i colleghi senatori continuano invece a ricevere. A rimetterci, naturalmente, saranno le casse dello Stato, visto che Montecitorio vedrà volatilizzarsi oltre un milione e mezzo di euro. A ingarbugliare ancora di più le cose, ci si è messo poi il blocco delle stesse indennità parlamentari disposto dalla Finanziaria per i prossimi cinque anni. Moratoria, dicono a Montecitorio, che avrebbe di fatto cristallizzato una situazione di disparità tra le due Camere, causando un dislivello negli stipendi (e nelle future pensioni) di deputati e senatori. Una bella patata bollente che il compagno presidente Bertinotti si ritroverà sul tavolo al ritorno dal suo viaggio in Sud America. Per ora l’argomento, dice il Questore anziano di Montecitorio, Gabriele Albonetti “non è all’ordine del giorno né del collegio dei Questori né dell’ufficio di presidenza. Certo, il tema va affrontato, ma dopo gennaio”. Anche perché la questione, continua Albonetti, “riveste anche una natura costituzionale. La Costituzione infatti prevede l’indennità parlamentare, ma non in misura diversa tra parlamentari delle due Camere”. Come se ne esce? Tre le soluzioni: linea dura, lasciando intatta la differenza tra Camera e Senato (subendo però i ricorsi dei deputati che sulla base della legge sarebbero inevitabilmente accolti); aumento in busta paga a fine gennaio (limitando i possibili ricorsi al solo periodo 2007); restituzione degli arretrati ai deputati anche per il 2007 (facendo indignare l’opinione pubblica). Oppure, azzarda Albonetti poco convinto: “Si potrebbe chiedere al Senato di tornare sui propri passi…”. <!– document.write (”); document.write (’document.write(’’);’); document.write (’document.write(’’);’); //–> document.write(’‘);document.write(’‘); [...]
Il 20 Marzo 2008 alle 21:53 bamboccioni alla riscossa » Blog Archive » Compagni (di merende) ha scritto:
[...] Possibile? Altro che possibile: ga-ran-ti-to. E pure certificato dalle dichiarazioni dei redditi 2006 dei nostri parlamentari (le ultime disponibili al pubblico, per la cronaca). Che sono state pubblicate pochi giorni fa da tutti i giornali. E che - se confrontate con quelle di un anno prima - non è che parlano chiaro. Parlano proprio chiarissimo. E dicono, per esempio, che il lìder maximo di Rifondazione Comunista - lo strenuo difensore dei diritti dei contadini poveri del Chiapas, degli indigeni della Bolivia e degli sfruttati in genere (tra cui, a volte, anche gli operai di Mirafiori) - ha messo a segno, in questi tempi di vacche magre, un gagliardo più 46.000 euro. Passando dai già grassissimi 187.650 euro del 2005 alla stratosferica cifra di 233.195 euro nel 2006. Una dichiarazione dei redditi da vero e proprio nababbo. Che dimostra che sconfiggere l’effetto euro si può (Bertinotti nel 2002, primo anno della moneta unica, dichiarò solo, si fa per dire, 155mila euro, ovvero 80.000 meno di oggi). E che fa del perito industriale Bertinotti - diplomato all’istituto “Omar” di Novara, ma con ritardo (causa un paio di bocciature per altro ammesse con la consueta nonchalance dall’interessato) - il terzo onorevole più ricco della Camera. Ma soprattutto il comunista - esclusi ovviamente i membri della nomenklatura cinese (di cui poco o nulla si sa) - probabilmente più ricco del Pianeta. [...]
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