L’arma segreta della procura di Perugia per incastrare Raffaele Sollecito è il suo Dna sul reggiseno che Meredith Kercher indossava il giorno in cui è morta. Per l’accusa è la prova decisiva che il ragazzo si trovava sul luogo del delitto. La polizia scientifica ha isolato tracce biologiche che gli appartengono su un frammento dell’indumento della ragazza uccisa il primo novembre a Perugia, vicino ai ganci metallici. Proprio dove, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il reggiseno è stato tagliato con una lama.
Gli investigatori cercano da mesi di collocare con certezza i tre indagati, oltre a Sollecito, la sua fidanzata Amanda Knox e l’ivoriano Rudy Guede, nella stanza dell’omicidio. Finora contro il giovane pugliese c’era l’impronta insanguinata di una scarpa da tennis dello stesso modello di quelle che indossava. Elemento questo ampiamente messo in discussione dalla difesa. A carico di Amanda invece spuntano due macchie di sangue trovate nel lavandino del bagno, che presentano Dna misto suo e della vittima. Non significa che l’americana abbia partecipato al delitto, ma dimostra, secondo la procura, che si trovava sulla scena del crimine e che si è sporcata le mani del sangue di Meredith.
Stando alle tracce biologiche, la posizione di Guede sembra la peggiore. La Scientifica ha trovato il suo Dna sulla borsetta della ragazza inglese, trovata nella sua stanza, e sulla manica del giubbotto di una tuta sporca di sangue, sempre appartenente alla vittima. Si aggiungono al cromosoma Y, che coincide con quello dell’imputato, rinvenuto sul tampone vaginale di Meredith, all’impronta insanguinata della sua mano sul cuscino che era sotto il cadavere e il suo Dna trovato sul reggiseno.
Secondo i legali di Sollecito, il residuo sull’indumento intimo della studentessa uccisa non significa nulla. Intanto, Amanda e Meredith potrebbero essersi scambiate il reggiseno. E poi, spiega la difesa, la Scientifica potrebbe aver contaminato i vari reperti e il Dna potrebbe essersi trasferito da un oggetto all’altro. “Potrebbe trattarsi di una trasposizione di piccolissime tracce di Dna. Dobbiamo tener conto che sono stati repertati 160-170 oggetti e altro, potrebbe quindi esserci stata una contaminazione”, spiega Tiziano Tedeschi, uno degli avvocati di Sollecito. “Perché quando è così latente la traccia di Dna, non significa un contatto diretto tra il reperto e il soggetto a cui si attribuisce. Non è la prima volta che avviene una microtrasposizione, a volte quando fanno queste cose alla Scientifica non sono molto attenti, insomma”.
La battaglia a colpi di prove e controprove continua. Ma un’altra traccia biologica sul reggiseno della vittima prometteva, nel settembre scorso, di dare una svolta al giallo di via Poma. Diciassette anni dopo l’omicidio di Simonetta Cesaroni la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il suo ex fidanzato, Raniero Busco. Il Ris dei carabinieri infatti aveva trovato il suo Dna nei residui di saliva prelevati dal corpetto della ragazza. Le indagini inoltre avevano dimostrato che sul seno di Simonetta c’erano dei morsi, inferti nello stesso momento dell’accoltellamento. Busco però aveva ammesso di aver incontrato la fidanzata nei giorni precedenti al delitto, sembra ovvio quindi che il suo Dna fosse sul corpo della giovane.
- Venerdì 11 Gennaio 2008

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