di Gianluigi Nuzzi
“Accetterei la grazia dal presidente della Repubblica solo se non fosse chiesta dai miei familiari. La grazia è un atto politico, che leggo come riparatorio dello Stato dopo quanto accaduto”. Del supersbirro Bruno Contrada, 77 anni, non rimane nemmeno il fantasma. Meno 11 chili in poche settimane. Un fantoccio che si trascina ricurvo sui suoi segreti nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Un corpo prima consumato dalle accuse di 14 pentiti, poi asciugato dalle degenerazioni del diabete e dell’ischemia. Ancora, prostrato dagli scontri sferzanti degli ultimi giorni con i parenti di chi lottando contro la mafia è finito ammazzato.
Parenti dai cognomi di peso, Caponnetto, Borsellino, che dopo la condanna a 10 anni della Cassazione ritagliano su Contrada la divisa infame del poliziotto svenduto a Cosa nostra. Né pena né clemenza, né grazia né indulgenza. È il partito trasversale del dolore. Di chi ha perso il proprio caro in quella guerriglia confusa degli anni Novanta tra Stato e Cosa nostra, sì, ma non solo.
Totò Riina e Bernardo Provenzano protetti da pezzi delle istituzioni, scontri intestini che erodono l’antimafia, la gestione dei pentiti diviene opaca. Difficile collocare quindi Contrada con certezza. Fino a metà degli anni Settanta era un brillante poliziotto, 60 encomi ricevuti dalla Polizia e 95 dal Sisde, un centinaio gli uomini delle istituzioni che l’hanno poi difeso al processo. Poi sarebbe passato con la mafia. Senza movente accertato: sui suoi conti non è mai stato trovato denaro sospetto.
Dopo i pentiti e i giudici di Palermo, ora l’accusano anche i parenti delle vittime di mafia. Tutti contro la sola ipotesi di grazia.
Le dichiarazioni negative provengono da persone che non hanno alcuna conoscenza dei fatti che hanno portato alla mia vicenda giudiziaria, che ormai data a 16 anni fa. Parlo di Rita Borsellino, a maggior ragione della vedova del consigliere Antonino Caponnetto, che forse nemmeno sapeva chi era Contrada. Bisognerebbe che altri parlassero.
Cioè?
Non capisco perché i Borsellino ce l’abbiano con me. Chiedano ai familiari di Rocco Chinnici, mio amico, e del collega Boris Giuliano, ucciso nel 1979 dalla mafia. Lui per me non era un amico, ma un fratello. Per 16 anni abbiamo lavorato giorno e notte insieme, a gomito a gomito. Ed è proprio a Borsellino che presentai il mio rapporto indicando i nomi degli assassini. Forse questo i parenti di Borsellino non lo sanno. Paolo Borsellino lo lesse e lo fece proprio apprezzando tra l’altro il fatto che io non essendo più alla polizia giudiziaria non ero tenuto a redigerlo.
I familiari di Borsellino replicano sostenendo che con il giudice non eravate amici, né lei era un suo collaboratore.
Non avevamo rapporti privati d’amicizia, ma ottimi rapporti professionali quando lui era giudice istruttore a Palermo e io capo della Criminalpol. Quando il 7 febbraio 1981 gli arriva sul tavolo il mio rapporto sull’omicidio Giuliano, dispone subito 15 o 20 mandati di cattura dei 35 mafiosi che io denunciavo nell’atto e che costituivano lo zoccolo duro dei corleonesi. Tra questi ben sei appartenenti alla famiglia Marchese, ovvero padre, zii e cugini di quel Giuseppe Marchese che poi fu uno dei primi pentiti ad accusarmi. Nel mandato di cattura sempre Borsellino indica come accusa anche le minacce di morte nei miei confronti.
Come al processo, anche oggi il suo caso divide. Tra i familiari, in diversi l’hanno difesa, come Michele Costa, figlio del procuratore della Repubblica ucciso a Palermo nel 1980.
Mi sostiene perché sa che l’unico rapporto giudiziario sull’omicidio del padre lo svolsi io per il procuratore capo di Catania. Anche sua madre, Rita Bartoli Costa, icona dell’antimafia in Sicilia, durante il dibattimento attraversò l’aula e venne a stringermi la mano senza guardare in faccia i pm.
Si è anche detto che non bisogna concedere la grazia a un condannato per mafia.
C’è un principio che stabilisce che i cittadini sono tutti uguali di fronte allo Stato, non vedo perché non si possa concedere la grazia a chi è stato condannato per mafia. Io la accetterei, sempre se non fosse presentata dai miei parenti, perché avrebbe comunque un significato diverso dalla concessione di un beneficio. L’accetterei come esito di una valutazione di dovuto atto riparatorio a fronte di una grave ingiustizia subita. Io voglio una riparazione da parte dello Stato perché non ho commesso nemmeno gli estremi integranti la violazione del Codice della strada.
Insomma, innocente su tutta la linea.
Io non mi considero innocente perché lego sempre questa parola ai bambini o gli do un significato religioso. Io sono “non colpevole” oppure estraneo ai fatti che mi sono addebitati. Innocente è mio nipote e omonimo Bruno Contrada. Ha 2 anni: dal nonno in eredità riceverà un cognome ripulito dalle accuse più assurde.
Eppure, un esercito di pentiti l’accusa di aver passato notizie essenziali ai mafiosi. Per anni. Li avvisava di blitz, perquisizioni e indagini, facendo sfuggire latitanti come Totò Riina.
Le accuse dei pentiti sono come palle di neve. Nascono piccole e a valle diventano valanghe, intere montagne. Così un pentito tira l’altro per la cosiddetta convergenza del molteplice, dove la stessa balla se è detta da due pentiti diventa verità. Quando entri in questo meccanismo sei finito. Il primo ad accusarmi è Gaspare Mutolo. Apparteneva alla cosca Partanna Mondello di Rosario Riccobono, che ho perseguito più di ogni altro gruppo.
Tommaso Buscetta sosteneva che era lei a passare le soffiate al boss Riccobono…
Fra tutti i mafiosi che io ho trattato questa è la cosca che ho combattuto con maggior tenacia. Ho considerato sempre i mafiosi degli avversari, non dei nemici. Ma con la cosca di Riccobono era diverso. Avevano ammazzato un mio giovane collega napoletano, ucciso come un cane durante un servizio antiestorsioni. Era guerra. Ho portato in Corte d’assise Riccobono e Gaspare Mutolo con indagini svolte personalmente. Per poi vederli assolti dall’accusa di associazione mafiosa il 23 aprile 1977 per decisione di un giudice che ritroverò poi a condannarmi sostenendo che ero amico di Riccobono. La verità è un’altra: Contrada era il nemico giurato di Riccobono. Mutolo mi odiava, convinto che avessi dato ordine ai miei uomini di sparargli a vista come poi in effetti, per motivi di servizio, accadde in ben tre occasioni. Odio, nient’altro, ha prodotto il caso Contrada, con gente che si è persino uccisa.
Cioè?
Oltre me Mutolo ha accusato il pm Domenico Signorino, che condusse le indagini su di lui e che poi si è suicidato. Poi, proprio perché era necessaria la convergenza del molteplice, spunta Pino Marchese. Per capire chi è Marchese basti sapere che ha ammazzato un compagno di cella all’Ucciardone, a colpi di bistecchiera in testa. Marchese è quello che parla della mia presunta soffiata a Riina. Ma cambia versione: prima dice che Riina aveva lasciato il suo nascondiglio, la villa di Borgo Molara, perché temeva agguati nella guerra di mafia, poi cambia versione e dice che fui io ad avvisare.
Secondo lei perché cambia versione?
C’era un suggeritore.
E chi era?
Marchese era gestito dalla Dia.
È un’accusa grave, Contrada.
La mia storia è tutta così. Prendete un altro pentito, Francesco Marino Mannoia. Nell’aprile del 1993 parte lo staff della Dda di Palermo, Gian Carlo Caselli e altri pm, alla volta di New York per interrogare Mannoia sull’omicidio di Salvo Lima. Gli chiedono se ha qualcosa da dire su “Contrada, capo della polizia giudiziaria di Palermo”. Mannoia risponde che sa soltanto che Contrada era un funzionario di polizia e che non ha altro da aggiungere.
Poco dopo Mannoia venne interrogato anche sulle stragi.
Sì, da Giovanni Tinebra e i suoi pm che raggiungono gli Usa per sentire l’oracolo di Delfi. Poi gli chiedono di Contrada ma Mannoia dice che non gli risulta che avessi rapporti con loro. Bisogna aspettare il gennaio 1994 quando, poco prima del decreto di rinvio a giudizio, Mannoia decide di confermare le accuse degli altri pentiti, in concomitanza con il pagamento dello stipendio. Ma se si è pentito nel 1988, come mai mi accusa solo nel 1994? E quando gli vengono rivolte domande specifiche sul mio conto, perché tace? Come poteva dimenticarsi che il capo della polizia giudiziaria, non proprio l’ultimo poliziotto di Palermo, è colluso con Cosa nostra? Sa come spiegò la cosa in aula? “Non parlai a Caselli perché ero stanco e li mandai a fare in c…”. Questi sono i pentiti. Spesso portatori di menzogne. Spesso manovrati.
Lei accusa la Dia perché furono proprio gli uomini di Gianni De Gennaro a raccogliere le prove contro di lei?
No, dico solo che la Dia era agli inizi della sua formazione andando a sovrapporsi con il Sisde dove lavoravo.

Perché?
La Dia nacque proprio nel momento in cui il Sisde, tramite il sottoscritto, stava attivando un processo di riconversione delle funzioni, all’epoca quasi esclusive, di antiterrorismo politico in funzioni di anticriminalità organizzata. Su sollecitazione del governo si avviò un programma di riconversione parziale. Io, essendo l’unico alto in grado con esperienza di lotta alla mafia, dovevo costituire dei nuclei anticrimine nei centri Sisde del Sud Italia: Palermo, Catania, Bari, Napoli, Reggio Calabria. Avevo costituito anche un gruppo di lavoro per la cattura di Bernardo Provenzano… Insomma, questa riorganizzazione andava a coincidere con la nascita della Dia che aveva proprio le stesse funzioni specifiche.
Quindi ci fu uno scontro tra lei e De Gennaro, come vogliono i suoi difensori?
Non ci fu alcuna questione personale. Con lui ebbi pochissimi rapporti di lavoro quando ero a Palermo e lui a Roma, entrambi a capo delle rispettive squadre mobili. Ma non è stata una lotta di persone quanto di organismi. Con De Gennaro io non ho mai avuto nulla da ridire, né lui ha mai detto niente contro di me.
Erano comunque modi diversi di indagare. Quando lei svolgeva inchieste, non c’erano i collaboratori di giustizia e venivano effettuate pochissime intercettazioni…
Per fare antimafia bisognava avere i confidenti. I pentiti dicono che mi incontravo nei ristoranti con i mafiosi, quando invece vedevo le mie fonti nei posti più impensabili come al cimitero di Ficarazzi tra Villabate e Bagheria, dove per paura nemmeno le coppiette andavano ad appartarsi. Ma ho sempre applicato un principio non seguito da colleghi di valore anche caduti come Nini Russo: non si potevano stabilire rapporti con i capi dei mandamenti. I rischi di finire ammazzato o strumentalizzato erano troppo alti. Così avevo confidenti border line, come il cognato di Mutolo, che pur non appartenente alla cosca conosceva i retroscena. Infatti fu lui ad avvisarmi che i due avevano deciso di ammazzarmi.
Però i collaboratori di giustizia sono stati fondamentali nella lotta alla mafia.
Infatti non è un problema di pentiti, ma di chi ne ha manovrati in qualche occasione. E poi, per dirla tutta, le prime dichiarazioni di un pentito di mafia le ho raccolte proprio io nel lontano 1973. Erano quelle di Leonardo Vitale, che venne poi ucciso nel 1984.
( gianluigi.nuzzi at mondadori.it)
Partecipa al FORUM
- Venerdì 11 Gennaio 2008

Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 13 Gennaio 2008 alle 12:55 nhico ha scritto:
Appena cominciò a circolare la voce che a Contrada sarebbe potuta essere concessa la grazia, i familiari delle vittime di mafia fecero sentire tutta la loro contrarietà. Reazione naturale e spontanea, perché l’idea di quella possibile cella vuota per loro doveva essere insopportabile. Ma dal Presidente della Repubblica, della carica istituzionale che dovrebbe rappresentare tutti, carcerati compresi, sembra meno naturale e del tutto affrettata. E non perché da quel colle sono state prese in considerazione e concesse grazie a gente che di mestiere faceva il terrorista e si vantava pure di essere incline a rifarlo ancora, ma perché Contrada è stato condannato nonostante molti ragionevoli dubbi. Non va dimenticato, infatti, che il tribunale ha preso per oro colato, ribaltando una precedenza sentenza a lui favorevole, tutto quello che hanno detto i pentiti, e ha considerato carta straccia le testimonianze che lo scagionavano. Su un piatto della bilancia c’era l’onorabilità di diecine e diecine di uomini delle istituzioni e sull’altro la ferocia di assassini incalliti. Tuttavia sono stati quest’ultimi ad essere stati creduti. Ed è su questo che la riflessione andava fatta.
Il 17 Aprile 2008 alle 11:50 Contrada choc. L’ex 007 chiede l’eutanasia: “Così è penoso vivere” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Nuovo colpo di scena nel caso Contrada. Il legale dell’ex 007, Giuseppe Lipera, su mandato della sorella Anna, ha presentato un’istanza formale di eutanasia. [...]
Il 23 Luglio 2008 alle 12:10 La procura al Tribunale: “Scarcerate Bruno Contrada” » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Motivi di salute. E dopo la difesa, anche l’accusa chiede la scarcerazione di Bruno Contrada, da tempo malato. Il procuratore generale Ugo Ricciardi ha espresso stamani, “parere favorevole alle istanze” di differimento pena per Bruno Contrada. La richiesta è stata avanzata ai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli - davanti al quale è in corso l’udienza - che si sono ritirati in camera di consiglio per decidere. L’ex funzionario del Sisde, che sta scontando una condanna a dieci anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, è presente in aula ma tra poco sarà trasferito in ambulanza nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. I difensori dell’ex ’superpoliziotto’ hanno più volte presentato richiesta di differimento pena o, in subordine, di arresti domiciliari, per il loro assistito in considerazione dell’età, 77 anni, e dello stato di salute che, secondo i legali, lo renderebbero incompatibile con la detenzione. Fino ad arrivare alla richiesta choc: un’istanza formale di eutanasia. Tutte istanze fino ad ora sempre respinte, sia dal giudice di sorveglianza di Santa Maria Capua Vetere, sia dal Tribunale di Napoli. A dare notizia del parere favorevole del Pg è stato il legale di Contrada, l’avvocato Giuseppe Lipera, che ha depositato una relazione medica redatta da Silvio Buscemi, docente di Scienze dietetiche dell’Università di Palermo, che conferma “la sfavorevole prognosi a rischio vita. Contrada in poco più di un anno, dal maggio 2007, avrebbe perso 22 chilogrammi. Il suo stato di salute è assolutamente incompatibile con lo stato di detenzione”. “Per la prima volta” dice l’avvocato di Contrada, Giuseppe Lipera “un magistrato, con un parere autorevolissimo ha capito la situazione e nelle sue parole ha riconosciuto sia i problemi di salute che quelli legati all’anzianità, 77 anni, del mio assistito”. [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.