Si comincia a vedere un po’ di luce. Si sta aprendo uno spiraglio per l’intesa sulla cosidetta “bozza Bianco”, lo schema di riforma elettorale alla quale sta lavorando la commissione Affari costituzionali del Senato presieduta da Enzo Bianco. Secondo quanto risulta a Panorama, i termini sui quali si potrebbe delineare un accordo a sei (Pd, Fi, Rifondazione, Lega, Udc e, novità, anche l’Udeur) sarebbe articolato in tre punti. Il primo è un’allargamento delle maglie della cosidetta “clausola salva-Lega”: potranno entrare in Parlamento anche partiti che non abbiano superato il 5 per cento a livello nazionale, a condizione che superino tale soglia in almeno 3 delle 32 circoscrizioni nelle quali verrebbe divisa l’Italia. In origine la clausola, studiata su misura per la Lega, parlava di 7 per cento in 5 circoscrizioni; la nuova formulazione consentirebbe anche al partito di Mastella (che comunque sta spingendo per abbassare ulteriormente la soglia al 4 per cento, sempre in 3 circoscrizioni) di salvarsi sfruttando il suo buon radicamento in Campania.
Il secondo punto sarebbe il voto unico e non disgiunto: l’elettore esprime solo una preferenza per un candidato del suo collegio uninominale, e tale preferenza si trasferisce automaticamente al partito d’appartenenza. Questa soluzione è un punto fermo per Pd e FI, che avranno nei collegi candidati con più appeal, e non piace a Udc e Rifondazione.
Che si rifarebbero però con il terzo punto dell’accordo in base ai quali la ripartizione dei resti si farebbe a livello nazionale e non regionale: meccanismo che aiuta a non sprecare nulla, e quindi favorisce i partiti meno grandi. Al momento resterebbe fuori dall’accordo An, perché la sua proposta di indicazione cogente delle alleanze prima del voto viene respinta dal Pd, in quanto costringerebbe a rifare il patto elettorale con Rifondazione e i vari “nanetti”, condizione dalla quale Walter Veltroni vuole assolutamente liberarsi.
Se l’accordo reggerà nel fine settimana, sarà comunque messo a dura prova lunedì, quando si svolgerà il vertice di maggioranza sulla legge elettorale nel quale i partiti che considerano inaccettabile l’ipotesi Bianco (Pdci, Verdi, Sdi) alzeranno di sicuro le barricate.
- Venerdì 11 Gennaio 2008

Elezioni amministrative: lo speciale
LEGA: LE DIMISSIONI DI UMBERTO BOSSI
Viaggio tra le gang sudamericane in Italia, le pandillas
La pirateria online è un furto? 








Costa Concordia: gli approfondimenti, le immagini





LA CASTA - Privilegi (veri o presunti) di politici, lobby e categorie






Mostri della porta accanto
Le grandi inchieste sul sesso di Panorama


Avetrana: video, articoli e foto esclusive 







Commenti
Puoi lasciare un commento, oppure fare trackback dal tuo sito.
Il 12 Gennaio 2008 alle 10:20 Corrado Buccieri ha scritto:
Se sarà d’accordo Mastella,con un pugno
di voti…allora è fatta.
Il 14 Gennaio 2008 alle 12:18 Berlusconi avanti con le riforme. In sintonia con Veltroni, ma contro Prodi » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Le parole di Berlusconi hanno comunque fatto scattare le reazioni del centrosinistra. Ed è stato un diluvio di critiche. Veltroni, che in un’intervista al Corriere della Sera aveva detto che le riforme senza il Cavaliere non si possono fare, lascia parlare il suo vice, Dario Franceschini che va giù duro: “Non ci può essere nessuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e tra queste la riforma Gentiloni, e il dialogo sulla legge elettorale”. Certo l’asse con il Cavaliere c’è. Ma nel Pd sale la paura che una legge elettorale punitiva dei nanetti abbia ripercussioni sul governo. Stasera in Senato si annuncia un vertice dell’Unione che - da quanto filtra dal centrosinistra - dovrebbe andare verso una “tedeschizzazione” della bozza Bianco. Ovviamente per accontentare tutti Daniele Capezzone a Panorama.it conferma un Berlusconi dialogante: “Sbaglierebbe chi considerasse le parole di Berlusconi una chiusura. Io lo vedo disponibile ad un dialogo serio che preveda una legge elettorale con uno sbarramento alto”. Poi l’ex radicale, ora nel centrodestra, spiega l’attacco al premier: “È Prodi che non deve avvelenare il clima di dialogo alzando barricate su tv e conflitto di interessi”. A confermare che l’obiettivo degli strali berlusconiani non fosse Veltroni (e il percosrso delle riforme), ma Prodi, erano arrivate anche le parole del portavoce dell’ex premier, Paolo Bonaiuti: “Nessuno ha mai tirato né tirerà in ballo il progetto anti-Mediaset del ministro Gentiloni, che rimane un obbrobrio giuridico e un’operazione distruttiva”. [...]
Il 16 Gennaio 2008 alle 8:59 Legge elettorale: chi ha paura del referendum » eBlog Network - Magazine ha scritto:
[...] Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale. I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario. “Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”. Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione. Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”. Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica. Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti. Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe. Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle. Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”. Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”. Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum. [...]
Il 23 Gennaio 2008 alle 11:07 Berlusconi pensa già al dopo. Ma se resta Prodi, Italia in piazza » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Non ammette repliche e bis il Cavaliere, quando si tratta del governo di Romano Prodi. “Al voto, al voto” è il coro che si sente ripetere nel centrodestra. Con Silvio Berlusconi che questa volta più che mai sente non solo profumo di elezioni di primavera ma anche quello della vittoria in pugno. E per questo boccia con fermezza qualsiasi ipotesi di governo di transizione e suona l’adunata per gli alleati. La riforma elettorale e il dialogo con il centrosinistra sono archiviati come pure le polemiche all’interno della coalizione. “Credo che andremo alle elezioni e ci andremo con questa legge elettorale. Noi del blocco liberale staremo insieme tutti appassionatamente, come l’altra volta” dice il cavaliere da palazzo Grazioli, dopo che in mattinata a Milano aveva anche detto che Mastella avrebbe stretto un accordo con Casini (”potrebbero tornare insieme”). Un’ipotesi che però il suo portavoce Bonaiuti aveva prontamente ridimensionato: “Sono scenari prematuri: non se n’è certo parlato…”. Ma si tratta di scenari futuri. Al momento c’è la preoccupazione che Prodi tiri fuori dal cilindro qualche alchimia. “Prodi è pervicacemente attaccato al potere. Mi aspetto ancora qualche escamotage” arringa Berlusconi che bocciato il governo istituzionale (”non credo sia una soluzione”) rilancia: “Bisogna tornare alle urne in primavera”. L’ex premier non vede altra soluzione per il governo che “dare le dimissioni e andare a votare in primavera”. In caso contrario, Berlusconi lascia intendere che il governo “sarebbe travolto da un movimento popolare irresistibile. Sono convinto che la fiducia non passerà, ma se il governo dovesse sopravvivere con degli escamotage credo che l’Italia intera si riverserebbe a Roma”. Il richiamo alla piazza però non piace affatto a Casini che subito in modo ironico gli consiglia di “starsene fermo in salotto ad aspettare che l’Unione imploda da se stessa”. Per poi andare a un governo di responsabilità nazionale: “L’unica cosa che serve oggi all’Italia”. Dalla piazza al Colle, il passo è breve. E il pressing sostenuto. A farlo sono lo stesso Berlusconi insieme a Gianfranco Fini. Tema: i senatori a vita, ancora una volta determinanti per salvare il governo. “Napolitano è stato chiarissimo: in altre occasioni ha detto che per la fiducia lui considera necessario il voto politico con l’esclusione dei senatori a vita”, chiarisce Berlusconi. Come già aveva fatto Gianfranco Fini: “Vi pare che Napolitano possa dimenticare ciò che ha detto solo nel febbraio scorso, che possa aver cambiato idea rispetto a quando sostenne che i voti dei senatori a vita non sono computabili in una maggioranza politica?”, si chiedeva retoricamente il leader di An a Montecitorio. E così, se solo qualche settimana fa la Cdl per Berlusconi era “un ectoplasma”, oggi tutti si acconciano a restare uniti. Anche se il timore che Prodi possa restare a galla ancora una volta è forte. Non a caso, anche il leghista Roberto Calderoli si augura che “tutti i segretari dell’opposizione vigilino attentamente sui loro senatori, perché il governo è clinicamente morto, ma siamo tutti allertati rispetto a possibili generosi donatori di organi. E chi vuol essere futuro leader della maggioranza deve saper dimostrare di essere oggi leader dell’opposizione e saperla compattare per tornare al voto”. [...]
Devi aver fatto log-in per inserire un commento.