Pd: il partito non c’è, le correnti sì. E potrebbero affondare Veltroni

Il leader del Partito democratico Walter Veltroni, davanti al logo del Pd, durante la conferenza stampa di presentazione della organizzazione dei Giovani del Partito Democratico | Ansa
Ufficialmente tutti negano contrasti. Ma nel loft del Partito Democratico è muro contro muro. Dietro al quale stanno venendo alla luce vecchie correnti, tutt’altro che scomparse, del nuovo partito. Proprio quelle anime che il segretario Veltroni aveva invocato, fin dall’inizio del suo mandato, non ci fossero. E che invece sono sempre più forti. Almeno darsi battaglia sui temi costitutivi del Pd: l’organizzazione interna (statuto,congressi, tessere, elezioni); la laicità; la legge elettorale.
Sul primo tema, lo scontro è previsto nell’incontro tra i 100 componenti della commissione statuto, ma solo a inizio febbraio ci sarà la battaglia finale, quando verrà licenziato il testo definitivo da sottoporre al voto dell’assemblea costituente (prevista per i primi di marzo). L’ultima bozza, messa a punto dal presidente della commissione Salvatore Vassallo prevede l’elezione del segretario del Pd “entro e non oltre l’ottobre del 2009″. Ma a far arrabbiare le varie correnti, appunto, sono le regole che porteranno al nuovo appuntamento con gli elettori. Quattro sono le questioni principali ancora da sciogliere (la modalità di registrazione dei “sostenitori”, le candidature per le primarie, la composizione dell’Assemblea Nazionale e la selezione dei candidati al Parlamento), come ha spiegato lo stesso Vassallo in una lettera che ha per allegato anche gli emendamenti alternativi proposti dalla corrente Ds-Popolari, da quella di Enrico Letta, da quella di Rosy Bindi e dalla Sinistra per Veltroni. Innanzitutto, la modalità di registrazione dei “sostenitori”, ovvero gli elettori delle primarie: i veltroniani chiedono un albo “aperto”, al quale ci si possa iscrivere anche il giorno delle primarie; ex Ppi e Ds chiedono di chiudere le iscrizioni al massimo 7 giorni prima delle elezioni (come avviene negli Usa).
Ma sono i dalemiani lo spauracchio dei veltroniani (e viceversa). In realtà lo sono da più di un decennio: dalla battaglia dei fax del ‘98 per la segreteria del Pds. Solo che adesso gli uomini vicini al ministro degli Esteri hanno deciso di venire allo scoperto. Il 26 gennaio, un sabato, D’Alema riunisce a Roma una convention sul Partito democratico. L’iniziativa ha una cornice autorevole, è organizzata dalla Fondazione Italianieuropei che quest’anno festeggia il suo decennale. Verranno invitati senza dubbio il segretario Veltroni e il premier Romano Prodi. Ma a suo modo quell’appuntamento vuole trasformarsi in una prova di forza e avrà ben poco di seminariale. Lo staff del titolare della Farnesina sta infatti cercando una sala che possa contenere quasi un migliaio di persone. Tra i quali spiccheranno tutti i dirigenti dalemiani di stretta osservanza: Finocchiaro, Latorre, Violante, Fassino, Bersani. Potrebbe addirittura essere un “processo” al segretario che dal sito www.leftwing.it (indipendente legato però a esponenti dell’area dalemiana con un articolo anonimo e severissimo viene invitato a convocare finalmente il congresso “per sottoporre la sua piattaforma al voto dei delegati”.
Fosse solo per spirito di emulazione, anche i liberal e gli ulivisti di Rosy Bindi e Arturo Parisi chiamano a raduno le truppe per far sentire la loro voce nel Pd. I primi a tenere un’assemblea nazionale sono i “Democratici per davvero”, ossia l’area di Bindi e Parisi nata per sostenere la candidatura del ministro della Famiglia alle primarie del Pd. La data scelta è il 19 gennaio, cioè probabilmente all’indomani del pronunciamento della Corte costituzionale sull’ammissibilità dei referendum elettorali. Non è un caso, perché per gli ulivisti del Pd la legge elettorale preferita da un partito è la cartina al tornasole di come esso si concepisce. Bindi e Parisi rimproverano a Veltroni di intendere la vocazione maggioritaria del Pd come sua autosufficienza; mentre la loro preferenza è per una legge elettorale di tipo maggioritario e non proporzionale.
E anche i Liberal hanno deciso di far sentire la loro voce; il 26 gennaio l’area promossa da Enzo Bianco, Enrico Morando, Franco Bassanini e Valerio Zanone si radunerà a Roma, in un convegno a cui interverrà anche Walter Veltroni. Infatti, uno degli obiettivi è ribadire il sostegno al segretario del Pd proprio in un momento in cui l’organizzazione delle correnti interne sembra indebolirlo. I Liberal poi vogliono dire la loro anche sul tema della laicità, su cui, ha commentato Zanone, i vertici del Pd finora hanno “peccato di un eccesso di afasia”, lasciando troppo campo libero ai teo dem (altra corrente) Binetti, Bobba e Carra.
Per tutta risposta (istintiva e soprattutto difensiva), di fronte ai segnali che arrivano chiarissimi dalle antiche aree di riferimento della Quercia e della Margherita si stanno organizzando gli uomini vicini al segretario Veltroni (Dario Franceschini, Goffredo Bettini), che terranno una manifestazione a fine febbraio, quando inaugureranno anche la loro sede in via Goito, a Roma. L’annuncio è stato dato dopo una riunione tra Dario Franceschini e Beppe Fioroni (uomo in realtà vicino a Franco Marini). Il segnale è duplice: ribadire, a scanso di equivoci, l’appoggio alla segreteria Veltroni-Franceschini e chiarire che l’area popolare del presidente del Senato è tuttora unita e non ci sono divisioni tra Franceschini e Fioroni.
Il 16 febbraio, poi, anniversario del Protocollo di Kyoto esordirà anche, in un Convegno a Roma, l’Associazione degli eco-dem di Realacci, Vigni, Ronchi e Scalia. L’Associazione è già partita alla chetichella a novembre, mentre a febbraio verranno formalizzate le strutture anche a livello locale.

Calendario alla mano, da qui a fine febbraio sarà un un tourbillon di iniziative di aree politiche ognuna delle quali nega di non voler fare una corrente. Con il paradosso che queste esistono e fanno parte della struttura di un partito, ancora tutto da costruire.

Commenti

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Il 12 Gennaio 2008 alle 10:27 Corrado Buccieri ha scritto:

Certo se tutti,gira e rigira,mirano al
miracolo della ex DC,non bisogna dimenticare che era ricca di correnti.
Quindi il PD,con l’intento di eliminare
i piccoli partiti si troverà a competere con altrettante correnti.

Il 14 Gennaio 2008 alle 17:35 Corrado Buccieri ha scritto:

E comunque già molti sono pentiti di averlo creato.

Il 17 Gennaio 2008 alle 19:32 Il caso Mastella scotta e Berlusconi soffia sul fuoco del Referendum » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Per ora, il capo della Cdl mira a ricompattare la coalizione visto che, per lo tsunami causato dal caso Mastella e l’ammissibilità ai quesiti referendari temuti dai piccoli dell’Unione, a Berlusconi è tornata la voglia delle elezioni anticipate. E allora da un lato ha aperto all’ipotesi della consultazione, riavvicinando così Fini che oggi ha dichiarato forte e chiaro: An è contraria al Vassallum e se il centrodestra non vota insieme la legge elettorale “è la fine della Cdl’’. Dall’altro il Cavaliere non ha chiuso la porta al dialogo con Veltroni, blandendo in questo modo Casini (da sempre convinto della bontà di riforme condivise). Senza contare che con le sue affermazioni, il Cavaliere ha ributtato la palla nel campo del Pd e del centrosinistra. Dove, caso Mastella a parte, le acque sono sempre piuttosto agitate. Anche in tema di riforme. Walter Veltroni naturalmente farà votare sì al Partito democratico sul testo depositato dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. Non può fare altrimenti dopo aver legato la sua leadership nel Pd all’avvio della stagione delle riforme. Ma da ieri, il sindaco di Roma ha un’arma più (il referendum imminente) per imporre delle modifiche sostanziali a quella bozza e chiedere agli alleati dell’Unione di votarla. Senza contare che nello stesso Pd si mischiano sul consultazione popolare diverse posizioni. Da quella di Arturo Parisi, per il quale “è meglio al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”; a quella, in realtà maggioritaria, di quelle “correnti” che fanno riferimento a Massimo D’Alema, Francesco Rutelli ed Enrico Letta. Sballotato tra queste posizioni, Veltroni - che ha insistito fin dalla sua elezione a segretario che “Senza Berlusconi non si fanno le riforme” - rischia di rimanere col cerino acceso, passando come quello che ha staccato la spina al negoziato con il Cav. Che da parte sua ha meno problemi a far saltare il banco. Ha un alleato, Fini, che è ben felice di scivolare verso il referendum. Ma Casini è contrario ai quesiti e il Cavaliere non vuole perdere il suo appoggio tanto più di fronte alla situazione critica del governo Prodi. Ci sono ancora cinque giorni prima del voto di martedì in commissione e un ministro dimissionario, un partito nel caos (l’Udeur) che è lo stesso partito contrario sia al referendum sia allo sbarramento previsto dalla bozza Bianco che ha tre senatori. Il Berlusconi di oggi si spiega così. [...]

Il 17 Gennaio 2008 alle 21:32 Il caso Mastella scotta e Berlusconi soffia sul fuoco del Referendum » eBlog Network - Magazine ha scritto:

[...] Alla fine il Cavaliere si fa sentire e sul referendum (ammesso proprio ieri dalla Consulta) prende posizione. Ecco le parole del leader di Forza Italia: “Di fronte alla bozza Bianco che ha ribaltato la Vassallo, sulla quale avevamo detto che c’erano le condizioni per parlare, io ho detto che a questo punto è meglio il referendum”. “Faccio un appello perché Veltroni”, dichiara il Cavaliere, “intervenga e possa tornare ai principi che avevamo enunciato e sui quali siamo ancora d’accordo e abbiamo la volontà di proseguire il dialogo”. E ancora sul nuovo testo Bianco: “È più proporzionale del modello tedesco” e così “proprio non va. A questo punto credo che si vada al referendum, che porta comunque un miglioramento”. Infine, sarebbe necessario, dice Berlusconi, memore dei non pochi problemi che ha avuto coi suoi alleati quando era al governo, “che i due grandi partiti non subiscano i condizionamenti delle ali estreme e che il governo e la politica nazionale siano messi nelle mani di un partito del 6%. Invece la bozza che ci troviamo adesso è proprio il contrario di ciò che voleva Veltroni per il suo partito e io per noi”. A cosa mira il Cavaliere? Per ora, a ricompattare la coalizione visto che, per lo tsunami causato dal caso Mastella e l’ammissibilità ai quesiti referendari temuti dai piccoli dell’Unione, a Berlusconi è tornata la voglia delle elezioni anticipate. E allora da un lato ha aperto all’ipotesi della consultazione, riavvicinando così Fini che oggi ha dichiarato forte e chiaro: An è contraria al Vassallum e se il centrodestra non vota insieme la legge elettorale “è la fine della Cdl’’. Dall’altro il Cavaliere non ha chiuso la porta al dialogo con Veltroni, blandendo in questo modo Casini (da sempre convinto della bontà di riforme condivise). Senza contare che con le sue affermazioni, il Cavaliere ha ributtato la palla nel campo del Pd e del centrosinistra. Dove, caso Mastella a parte, le acque sono sempre piuttosto agitate. Anche in tema di riforme. Walter Veltroni naturalmente farà votare sì al Partito democratico sul testo depositato dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. Non può fare altrimenti dopo aver legato la sua leadership nel Pd all’avvio della stagione delle riforme. Ma da ieri, il sindaco di Roma ha un’arma più (il referendum imminente) per imporre delle modifiche sostanziali a quella bozza e chiedere agli alleati dell’Unione di votarla. Senza contare che nello stesso Pd si mischiano sul consultazione popolare diverse posizioni. Da quella di Arturo Parisi, per il quale “è meglio al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”; a quella, in realtà maggioritaria, di quelle “correnti” che fanno riferimento a Massimo D’Alema, Francesco Rutelli ed Enrico Letta. Sballottato tra queste posizioni, Veltroni - che ha impostato la sua leadership sul motto:”Senza Berlusconi non si fanno le riforme” - rischia di rimanere col cerino acceso, passando cioè come quello che ha staccato la spina al negoziato con il Cav. Che da parte sua ha meno problemi a far saltare il banco. Ha un alleato, Fini, che è ben felice di andare al voto popolare. Ma ha anche un Casini contrario ai quesiti e il Cavaliere non vuole perdere il suo appoggio tanto più di fronte alla situazione critica del governo Prodi. A pochi giorni prima dal voto in commissione, con un ministro dimissionario e un partito nel caos (l’Udeur) - che è lo stesso contrario sia al referendum sia allo sbarramento previsto dalla bozza Bianco - il Berlusconi di oggi si spiega così. [...]

Il 11 Febbraio 2008 alle 11:23 Veltroni, l’arte di vincere perdendo » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] “Non c’è più tempo per gingillarsi tra statuto e altre formalità. Per chi non l’avesse ancora capito, ci sono le elezioni. E ci giochiamo tutto”. Pronunciate nel loft del Circo Massimo, le parole di Goffredo Bettini hanno sbattuto in faccia agli altri azionisti del Partito democratico la scomoda verità. Altro che primarie, altro che candidature scelte collegialmente: nel partito comanda lui, Walter Veltroni, detto Walterissimo. Tutto il resto è noia. Dunque il Partito democratico sarà a immagine e somiglianza del suo leader. Le elezioni anticipate sono un’occasione troppo ghiotta. A cominciare dalle candidature. L’escamotage per ridimensionare le correnti di Massimo D’Alema, Franco Marini e Romano Prodi, che attraverso Enrico Letta insistevano sulle primarie per selezionare i candidati, è già stato individuato: saranno i segretari regionali, regolarmente eletti appunto attraverso le primarie, a produrre delle proposte di lista, che poi verranno limate a livello centrale. Liste, insiste Veltroni, che dovranno certificare l’alternanza tra uomini e donne; molto più del rapporto 65-35 proposto anche dal viceleader, Dario Franceschini. Una novità che da sola porterebbe al rinnovamento di circa un terzo del personale parlamentare del Pd. Una rivoluzione rosa, anzi rosa shocking. A pagarne le conseguenze saranno senatori e deputati con tre mandati alle spalle, tranne una trentina di big tra i quali vanno compresi, oltre a D’Alema e Marini, ministre, ex ministre e donne di punta come Rosy Bindi, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Barbara Pollastrini. Non riotterranno la poltrona personaggi come Luciano Violante, Ciriaco De Mita, Anna Serafini, Sergio Mattarella e altri. Resteranno fuori dalle liste anche molti di quei parlamentari (e sono circa il 75 per cento) alla loro prima o seconda legislatura. Dalemiani e mariniani, in gran parte. Sostituiti dall’onda lunga veltroniana. E già, perché la base organizzativa del programma elettorale democratico è sintetizzabile in un titolo: “Veltroni pigliatutto”. E non solo nel partito. Il sindaco di Roma uscente punta anche a liquidare quel che resta della vecchia Unione, a cristallizzare la sua influenza nel sindacato, a imporsi nella società civile, imprenditori compresi. Con l’obiettivo di conquistare il controllo assoluto della sua metà campo, consacrando la sua leadership a danno del resto del mondo politico. Pazienza se a spese degli amati-odiati compagni di sempre. Compagni che sbagliano, per la nuova dottrina veltronista. Come D’Alema, che insisteva sull’alleanza con la sinistra radicale almeno per il Senato. Ma Walterissimo lo ha stoppato, e con lui ha stoppato prodiani e mariniani che lo sostenevano. “Niente pasticci, andremo da soli anche a Palazzo Madama” ha imposto. “A fronte di 18 partiti ci sarà il Pd, che correrà da solo”. Punto. Il segretario democratico intende usare le elezioni per distruggere i “nanetti” (corresponsabili con le loro intemperanze e i loro diktat del fallimento prodiano), mettendoli di fronte a un dilemma: entrare dentro il Pd ammainando le loro bandiere o misurarsi con le severe soglie di sbarramento del Porcellum per le forze non coalizzate (3 per cento alla Camera e 8 al Senato). Quanto alla sinistra radicale, che si è appena federata nella Sinistra arcobaleno, a Veltroni proprio non interessa: “Le nostre posizioni sono obiettivamente diverse”. Anzi, contro Bertinotti e compagnia il Partito democratico è pronto a lanciare una campagna di propaganda sul voto utile. À la guerre comme à la guerre: si spiegherà che dare consenso alla Cosa rossa significherebbe in definitiva rafforzare il centrodestra. Peraltro, secondo le proiezioni in mano a Bettini, la corsa in solitaria consentirebbe al Pd di conquistare addirittura più parlamentari degli attuali 280. Più liste non riusciranno a superare gli sbarramenti, meglio sarà per il Pd, che potrà utilizzare anche i loro resti. Né a Veltroni mancheranno i soldi, finalmente. Grazie alle elezioni anticipate, i rimborsi elettorali (tra 6 e 8 milioni di euro per le elezioni politiche) finiranno da subito nelle casse del Pd rette dal veltroniano Mauro Agostini. Se invece la legislatura fosse andata avanti, i rimborsi avrebbero continuato a finire in quelle, ancora funzionanti, della Quercia e della Margherita, poiché il finanziamento “fotografa” per tutta la legislatura il panorama del giorno successivo al voto. E i rispettivi tesorieri, il rutelliano Luigi Lusi e il dalemiano Ugo Sposetti, si sono rivelati fin qui piuttosto tirchi con Veltroni; soprattutto il secondo, ancora alle prese con i debiti milionari da ripianare del vecchio Pci-Pds-Ds. Non solo: grazie a una leggina del 2006, anche in caso di scioglimento anticipato della legislatura le forze politiche incassano i rimborsi per l’intero quinquennio. Per gli ex Ds-Margherita fanno un “regalo” di circa 20 milioni, gran parte dei quali non potrà che essere girata ad Agostini. Procede, intanto, la campagna acquisti di Walter. Alla Rai, il punto di riferimento veltroniano più recente è David Sassoli (il prodiano direttore del Tg1 Gianni Riotta è avvisato). Per il mondo delle imprese è invece Pierluigi Toti. Insieme a Francesco Gaetano Caltagirone, Toti è il massimo rappresentante della genia di costruttori romani assai contenti della gestione urbanistica del sindaco di Roma. Non a caso, Veltroni ha annunciato che si dimetterà da sindaco “subito dopo aver approvato il piano regolatore”. E magari dopo aver controllato lo stato dei lavori della linea C della metropolitana e della Città dello sport in costruzione a Tor Vergata, entrambe affidate al tandem Toti-Caltagirone. Il secondo è anche patron di Messaggero, Mattino e Gazzettino; sebbene nella versione di editore Veltroni preferisca Carlo De Benedetti, tessera del Pd “numero uno”. La ricca tornata di nomine pubbliche prevista per il dopo voto consentirà a Veltroni di rinsaldare la presa sul mondo economico. Anche se al governo ci sarà il centrodestra, l’interlocutore di Palazzo Chigi per la scelta dei nuovi boiardi sarà lui. Poi c’è il sindacato. Cisl e Uil, o almeno i loro gruppi dirigenti, sono certamente non ostili al Partito democratico. La Cgil, invece, sembrava prendesse una rotta ancor più di sinistra. Ma grazie al lavoro silenzioso del segretario Guglielmo Epifani, uno che sente Veltroni tutti i giorni, le cose hanno preso una piega diversa. Il sigillo alla fatica veltroniana è la rinuncia di Paolo Nerozzi, potentissimo uomo di tessere e d’apparato, a sostenere la Sinistra democratica di Fabio Mussi e con essa la Cosa rossa. A Bertinotti non resta che mezza Fiom, quella dei metalmeccanici di Gianni Rinaldini. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio (fondata esattamente 40 anni fa, nel ‘68), sta invece curando i rapporti (piuttosto tesi ma in via di chiarificazione) con il Vaticano. Quanto agli economisti, Michele Salvati resta il numero uno. Ma avanza come un carro armato Tito Boeri, inventore del sito Lavoce.info, il più autorevole diffusore di opinioni di politica economica in Italia, spesso controcorrente. E Veltroni, si sa, ama internet e andare controcorrente. Un po’ come Prodi. Il Prof ha scelto di non ricandidarsi. “Mi dedicherò ai nipoti” ha annunciato. E però è già pronta per lui la presidenza del Mulino, il think-tank più influente d’Italia. Poltrona culturale e di prestigio, dalla quale il Prof potrà discettare sulle sorti del Paese in attesa di una rivincita politica e personale, si può star certi, che egli medita. Approdo futuribile al Quirinale. Veltroni permettendo. [...]

Il 20 Ottobre 2008 alle 11:24 Fassino: “Niente crisi e nessun rischio di balcanizzazione per il Pd” » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] È un ex che le basse frequenze di Radio Transatlantico danno in corsa (con Massimo D’Alema) per il rientro sul ponte di comando. Solo rumori di fondo ai quali bisogna dare un peso relativo, ma è certo che al Piero Fassino intervistato da Panorama l’energia e la tenacia non mancano. Quello con l’ultimo leader della Quercia è un colloquio molto franco, senza reticenze. Visti i tempi, Fassino ha una sorprendente visione del futuro del Pd e uno straordinario orgoglio nel ricordare il suo lavoro al Botteghino: “Sono stato segretario dei Ds per sette anni. E ho sempre vinto”. Un memento per chi è arrivato dopo di lui, Walter Veltroni. Onorevole Fassino, il Pd è in crisi? No. Anzi, contesto la rappresentazione di un partito allo sbando e senza bussola. Le chiedo: in quale Paese democratico, sei mesi dopo le elezioni, chi ha vinto è già in crisi e chi ha perso è già pronto a sostituire il governo? In nessuno. Capisco che da un punto di vista emotivo i nostri elettori vorrebbero il centrodestra sostituito domani mattina, ma razionalmente non può essere così. La costruzione di un’alternativa credibile ha bisogno di tempo. L’importante è mettersi in cammino e darsi il passo giusto. Il Pd festeggia il suo primo compleanno e non appare in grande salute. Se guardiamo a questi primi 12 mesi, beh, abbiamo fatto un enorme tratto di strada: 3,5 milioni di persone alle primarie, 8 mila circoli, il voto di un terzo degli elettori. Segnalo che sull’intero arco delle forze progressiste dei 27 paesi Ue, i partiti con più del 33 per cento sono cinque. Nel prossimo Parlamento europeo molto probabilmente gli eletti nel Pd saranno una delle prime tre delegazioni dell’intero campo progressista. Come sono andate le feste del Pd? Benissimo. Ne abbiamo fatte più che negli anni precedenti. Così sembra il Pd delle meraviglie. Progetto concluso, dunque? No, abbiamo ancora tanto lavoro da fare e il cantiere è ancora aperto. Abbiamo costruito gli elementi portanti dell’edificio: le fondamenta, i muri maestri, il tetto. È una casa solida per tutti i riformisti italiani. Adesso si tratta di completarla. Casa chiusa? Casa aperta? Casa aperta. E allora perché i socialisti sono rimasti fuori? Le elezioni europee e amministrative dovranno essere l’occasione per aprire il Pd ai socialisti, così come a quel riformismo ambientalista che con la crisi dei Verdi rischia di non avere più un riferimento. Poi c’è da dare al partito un’architettura politico-organizzativa solida. Antonio Gramsci nelle note sul Machiavelli scrive che un partito non è fatto solo da generali e soldati. Sono decisivi i quadri intermedi, quelli che guidano e organizzano il partito nei tanti territori del Paese. E lì dobbiamo investire su una nuova leva di quadri locali. Non partiamo da zero: all’appuntamento del Pd, i Ds sono arrivati portando la dote di una nuova generazione di dirigenti regionali e provinciali. La dialettica al vertice del partito funziona o ha dei limiti? Dobbiamo migliorare la nostra vita democratica. È naturale che in un partito grande ci sia una pluralità di culture che si organizzano per correnti, parola che non mi spaventa. Non è preoccupato dalla balcanizzazione del Pd? Le correnti sono utili se ciascuno ha chiare due cose: che non sostituiscono il partito, ma ne sono parte; che obiettivo di ciascuno è concorrere alla costruzione di una sintesi comune. E se il leader non ha correnti? Io ho fatto il segretario dei Ds per sette anni e non avevo correnti. Il Pd è cosa ben diversa dai Ds. Il segretario nazionale ha una funzione di sintesi che lo porta naturalmente a essere sopra le parti. Scegliendo Veltroni non abbiamo scelto il direttore di una campagna elettorale, ma un leader capace di fare sintesi e di guidarci per diventare maggioranza. Progetto lento, si direbbe. Non stiamo con le mani in mano. Lo stiamo costruendo. Sei mesi dopo le vittorie di Margaret Thatcher, Helmut Kohl e Nicolas Sarkozy nessuna opposizione in quei paesi era in piena salute. Ma le cose possono cambiare in fretta. Nel 2001 abbiamo perso le elezioni. Poi dal 2002 al 2006 ogni anno abbiamo vinto. Lei cita politici che sono stati degli shock culturali per la controparte. Per voi il Cavaliere è stato lo stesso? Silvio Berlusconi ha vinto le elezioni con un messaggio semplice, fondato su due affermazioni. La prima: “Con me ognuno sarà più libero di fare ciò che vuole”, intercettando così coloro che vivono la politica, lo Stato, la pubblica amministrazione come un peso e un vincolo. La seconda: “Nel momento del bisogno vi proteggerò io”, raccogliendo così il consenso di una società percorsa da mille paure. La destra ha vinto più che per un progetto, per la sua capacità di rassicurare le inquietudini di chi guadagna mille euro al mese, del pensionato che ne riceve 500, del piccolo imprenditore che ha paura della concorrenza cinese, di chi pensa che la sua sicurezza sia a rischio. Inquietudini di segno diverso, che con un messaggio efficace si possono tenere insieme. Solo un messaggio efficace? Non dico questo, ma ai messaggi non corrisponde ancora un’altrettanto efficace politica di governo. Berlusconi ha l’onere della prova. Noi dobbiamo partire dalle stesse inquietudini dei cittadini e dimostrare di avere risposte più credibili. Lei riduce il discorso a questione di pura comunicazione. Ma Berlusconi governa. No, affatto. Berlusconi ha fatto una scelta efficace partendo dall’emergenza rifiuti. Dopo che per mesi Napoli è stata soffocata dall’immondizia, è chiaro che toglierla è un fatto che la gente riconosce. Partendo da questo successo, Berlusconi ha messo in campo una strategia che ogni giorno dice agli italiani: “Adesso c’è un governo che governa e che decide”. Se però si va a vedere su cosa è fondato questo messaggio, in realtà spesso si scopre una strategia della doppia verità. Ne è davvero sicuro? Le faccio esempi concreti. In questi giorni di crisi finanziaria Berlusconi ha detto che ridurrà le tasse, ma il suo ministro dell’Economia ribadisce che non si ridurranno prima di cinque anni. Si accredita che con un governo che fa la faccia feroce, gli immigrati clandestini non arrivino più, ma secondo il Viminale ad agosto ne sono sbarcati un numero superiore all’anno scorso. Si rassicura la gente che teme per la propria sicurezza schierando l’esercito nelle città, però in Finanziaria hanno ridotto i soldi per forze dell’ordine e magistratura. Si è abolita l’Ici e poi si sta per rintrodurla con un altro nome. Il governo cresce nei sondaggi. Il centrodestra appare credibile perché tocca temi che sono sofferenti da così lungo periodo che basta evocarli per raccogliere consenso. Non c’è dubbio, per esempio, che quello che dice Renato Brunetta sui dipendenti pubblici incontra, soprattutto al Nord, il consenso di una larga opinione pubblica. Scontiamo il fatto di non aver affrontato per un lungo periodo il tema della qualità della pubblica amministrazione, la sua efficienza e produttività. Non mi sfugge insomma che ci sono problemi veri su cui il centrodestra si muove. Cosa manca al Pd? Noi abbiamo il dovere di denunciare ciò che riteniamo dannoso per il Paese. Ma questo non basta. Dobbiamo dare risposte più convincenti. Penso, ad esempio, che il ministro Gelmini sulla scuola sbagli, ma non possiamo fingere che nella scuola italiana non ci siano un sacco di problemi. È giustissimo dire che occorre mettere in campo delle riduzioni fiscali per dare fiato ai redditi bassi e medi, ma dobbiamo anche dire su quali voci di spesa pubblica recuperiamo risorse. Insomma, possiamo battere Berlusconi se alziamo la qualità del nostro progetto. Anche per questo ci siamo dati la forma del governo ombra. La sua rivendicazione del governo-ombra stride con il fatto che non volete istituzionalizzarlo cambiando i regolamenti di Camera e Senato. Il governo ombra è espressione del Pd e in Parlamento ci sono altre due forze di opposizione, istituzionalizzarlo vorrebbe dire imporre questa forma agli altri. A me ora interessa che il Governo-ombra abbia proposte credibili e sia accreditato nella società. Se diventa questo, troveremo una soluzione anche per la sua istituzionalizzazione. Siete comunque pronti a riscrivere, con la maggioranza, i regolamenti parlamentari? Siamo pronti a discutere tutto ciò che accelera la capacità di decidere della politica: riforma dei regolamenti, riduzione delle materie su cui intervenire per legge, il superamento del bicameralismo perfetto. Ma la maggioranza deve essere pronta a riconoscere all’opposizione gli strumenti di garanzia e controllo che sono necessari Ma se lei ha una visione così chiara, perché Veltroni appare ondivago, e non solo su questo? E perché calate vistosamente nei sondaggi? Liberiamoci dalla ossessione dei sondaggi. Contano i voti che si prendono alle elezioni. E bisogna liberarsi delle caricature. Sarebbe fin troppo facile ricordare gli anatemi che si lanciavano Berlusconi e Gianfranco Fini 60 giorni prima delle elezioni. Come no? Litigavano… … e poi si sono messi insieme e hanno vinto le elezioni. Dunque, non impicchiamo un leader politico alla frase di un giorno. Al momento voi, la sinistra moderata e riformista, vi preparate ad andare in piazza. Guardi che la piazza non è qualcosa di eversivo. Nell’agorà, la piazza, è nata la democrazia. Nel dicembre del 2006 Berlusconi organizzò contro il governo Prodi una manifestazione nazionale a piazza del Popolo. Libero scrisse “10, 100, 1000 spallate”. Berlusconi urlava dal palco: “Chi non salta comunista è”. Eravate per il dialogo e ora fate le barricate. Toccò a me intervenire per primo in Parlamento per manifestare la nostra disponibilità al dialogo. Ma ci siamo trovati di fronte a una maggioranza che non ci ha dato margini di discussione. Procedono a colpi di fiducia su ogni materia rilevante. Lo faceva anche il governo Prodi. Ma Berlusconi ha cento seggi in più! Che bisogno ha di blindare una maggioranza così larga? Lei è pronto a discutere, ma il suo segretario lo è? Certo, Veltroni è pronto a discutere. Lei sostiene alleanze variabili sul territorio. Governerebbe con la Lega? Con la politica leghista di oggi, mi pare complicato. Tuttavia non mi sfugge che la Lega non è assimilabile tout court a Berlusconi e men che meno ad An. In molti territori del Nord ha radici popolari ed esprime domande, tensioni e esigenze con cui noi dobbiamo fare i conti. Il Pd avrà il suo vero test nelle elezioni del 2009. Non per mettere le mani avanti, ma per avere il quadro: il 65 per cento dei quasi 5 mila comuni e 70 provincie che andranno al voto sono governati dal Pd. È chiaro che è un test molto impegnativo, che parte da un dato molto alto e il centrodestra rischia molto meno. Qual è la soglia di sopravvivenza del segretario Veltroni? È un gioco al quale non partecipo (sorride). È un voto amministrativo e più articolato rispetto a quello politico. E conteranno molto i fattori locali. È inutile fare previsioni. Noi comunque puntiamo a vincere nel maggior numero dei comuni. Il ministro Giulio Tremonti vi ha scavalcato a sinistra? Tremonti è certamente intelligente, ma in questi anni ha detto tutto e il contrario di tutto. Anche con una buona dose di spregiudicatezza e cinismo. Può darsi, ma piace anche ai suoi elettori. E poi siamo il paese di Machiavelli… Io distinguo tra Machiavelli e il machiavellismo. Nel colbertismo di Tremonti c’è un fumus protezionistico che non è convincente. E anche il suo recente europeismo contraddice quanto ha detto per anni. Comunque, meglio tardi che mai. Lei preferisce Bersani? Non c’è dubbio. Anche come prossimo segretario del Pd? Noi il Segretario lo abbiamo. A Panorama Bersani ha detto di puntare a un ruolo più grande per il domani. Fa parte delle umane ambizioni. [...]

Il 13 Luglio 2009 alle 12:15 Pd alla resa dei conti. Primarie al minimo, partito al Massimo » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Introdotte da Romano Prodi nel 2005 allo scopo di farsi plebiscitare per mettere nell’angolo le nomenklature del partito, le primarie sono da allora diventate una specie di marchio di fabbrica del Pd. Con esiti quasi sempre imprevedibili e talvolta paradossali. A Orvieto, tradizionale roccaforte rossa, il Pd ha appena regalato il municipio al centrodestra dopo che nelle primarie il sindaco uscente è stato sconfitto da una candidata d’apparato con scarso appeal per gli elettori meno ideologizzati. Alla Provincia di Ascoli il presidente uscente vendoliano e il candidato espresso dalle primarie del Pd si sono fatti la guerra, spianando la strada al Pdl. Oltre all’autolesionismo, un rischio insito nelle primarie è la sovversione dei rapporti di forza codificati al vertice. A Firenze l’outsider Renzi sconfisse sia il candidato di D’Alema sia quello di Veltroni. In Puglia, alle primarie del 2005 per il candidato governatore, Nichi Vendola ebbe la meglio sul favorito Francesco Boccia, ancora un dalemiano. Si potrebbe dunque affermare che alla base dell’avversione dalemiana per le primarie ci sia anche una serie storica negativa, già a partire dall’antefatto, lo scontro con Veltroni nel 1994 per la successione ad Achille Occhetto. Allora Veltroni ebbe la meglio nella prima fase, la consultazione tra il “popolo dei fax”; salvo poi subire la rivincita dell’altro nel decisivo voto in consiglio nazionale. [...]

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