
E adesso tutti a dire della retromarcia di Silvio Berlusconi sulle riforme: “La legge elettorale non c’entra niente con la Gentiloni. E non sono stato certo io a collegare i due temi che sono e restano separati e distinti perché riguardano due piani diversi”.
In realtà, quello che ieri ha chiuso a Roccaraso la kermesse di Forza Italia Neve Azzurra era un Cavaliere più collaborativo e aperto al dialogo di quanto le sue (dure) parole non lasciassero trasparire. Se l’era presa con Prodi, ma aveva aperto a Veltroni, proprio sulla legge elettorale. Certo, aveva avvertito del rischio che nell’accordo trovassero spazio manovre anti-Mediaset, di fronte alle quali aveva minacciato di far saltare tutto.
Discorso tranchant, tanto che a molti il Berlusconi appenninico sembrava chiudere la porta in faccia alle riforme. Ecco perché, nel giro di 24 ore, è giunta la rettifica del Cav. in merito al presunto legame tra legge elettorale e paletti anti-Gentiloni: “Sulla Gentiloni” precisa oggi il leader di Forza Italia “ho risposto ad una domanda in coerenza con la realtà e con quanto ho sempre affermato: l’impossibilità di una futura collaborazione con un Governo che si macchiasse di una simile nefandezza, inconcepibile in una vera democrazia”.
Ma chi domenica lo ha sentito è conscio che la risposta sul conflitto di interessi era solo un inciso – certo, non secondario – alla fine di un discorso di un’ora. E per capire quanto il Cav. punti sull’asse con Veltroni basta riportare un passaggio del suo intervento telefonico alla festa di Forza Italia: “Sulla legge elettorale devono prima trovare un accordo fra loro, spero ardentemente che Veltroni ci riesca”.
E quel “ardentemente” stava a significare che il Cav. difende a spada tratta il dialogo con il Pd. Ma al tempo stesso guarda minaccioso a Palazzo Chigi e avverte: “Non potremmo trattare con delle forze politiche che mettessero in atto una decisione criminale come il disegno di legge Gentiloni”. Poi fa chiarezza sul sistema elettorale. In particolare affossando il tedesco: “Sarebbe un ritorno al passato alla politica dei due forni di andreottiana memoria”. Il francese gli piace, ma lo considera una chimera, un “vorrei ma non posso”. E allora sì a uno sbarramento almeno al 5%.
Le parole di Berlusconi hanno comunque fatto scattare le reazioni del centrosinistra. Ed è stato un diluvio di critiche. Veltroni, che in un’intervista al Corriere della Sera aveva detto che le riforme senza il Cavaliere non si possono fare, lascia parlare il suo vice, Dario Franceschini che va giù duro: “Non ci può essere nessuno scambio tra le cose che ci siamo impegnati a fare per il Paese e tra queste la riforma Gentiloni, e il dialogo sulla legge elettorale”. Certo l’asse con il Cavaliere c’è. Ma nel Pd sale la paura che una legge elettorale punitiva dei nanetti abbia ripercussioni sul governo. Stasera in Senato si annuncia un vertice dell’Unione che - da quanto filtra dal centrosinistra - dovrebbe andare verso una “tedeschizzazione” della bozza Bianco. Ovviamente per accontentare tutti
Daniele Capezzone a Panorama.it conferma un Berlusconi dialogante: “Sbaglierebbe chi considerasse le parole di Berlusconi una chiusura. Io lo vedo disponibile ad un dialogo serio che preveda una legge elettorale con uno sbarramento alto”. Poi l’ex radicale, ora nel centrodestra, spiega l’attacco al premier: “È Prodi che non deve avvelenare il clima di dialogo alzando barricate su tv e conflitto di interessi”.
A confermare che l’obiettivo degli strali berlusconiani non fosse Veltroni (e il percosrso delle riforme), ma Prodi, erano arrivate anche le parole del portavoce dell’ex premier, Paolo Bonaiuti: “Nessuno ha mai tirato né tirerà in ballo il progetto anti-Mediaset del ministro Gentiloni, che rimane un obbrobrio giuridico e un’operazione distruttiva”.
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- Lunedì 14 Gennaio 2008
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Commenti
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Il 14 Gennaio 2008 alle 13:12 cini ha scritto:
Il governo stá sprofondando nel letame dei rifiuti e trova ancora il tempo di preoccuparsi della riforma sui diritti TV,che non danno fasti dio a nessuno.
Un´ulteriore conferma sulla incorregibilitá di questo martoriato nostro Paese!!!
É una propria e vera maledizione,é necessario far esorcizzare il Paese.
Il 14 Gennaio 2008 alle 16:59 Corrado Buccieri ha scritto:
Ma facciano presto, non c’è più tempo da perdere, stiamo sprofondando.
Il 15 Gennaio 2008 alle 8:51 Legge elettorale: chi ha paura del referendum » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale. I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario. “Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”. Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione. Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”. Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica. Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti. Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe. Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle. Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”. Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”. Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum. [...]
Il 16 Gennaio 2008 alle 8:59 Legge elettorale: chi ha paura del referendum » eBlog Network - Magazine ha scritto:
[...] Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale. I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario. “Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”. Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione. Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”. Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica. Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti. Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe. Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle. Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”. Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”. Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum. [...]
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