Legge elettorale: chi ha paura del referendum

Mario Segni, leader referendario
di Paola Sacchi

Mancava solo il “Casinellum” ed è puntualmente arrivato. La penultima proposta (ce ne saranno altre) di riforma elettorale l’ha avanzata Pier Ferdinando Casini. L’obiettivo è evitare il referendum sulla cui ammissibilità la Corte costituzionale decide il 16 gennaio. Riflettori puntati sul Palazzo della Consulta, che guarda il Quirinale.
I quesiti presentati dal comitato referendario puntano a trasferire il premio di maggioranza dalla coalizione alla lista più votata, introducendo di fatto un sistema bipartitico, in cui i piccoli partiti non sarebbero più indispensabili per vincere. I pronostici sono per il disco verde alla consultazione. Ma vista la posta in gioco, grosso è il peso che grava sulle spalle dei 14 giudici (il quindicesimo, Romano Vaccarella, si è dimesso e non è stato ancora sostituito), chiamati di fatto a dare un parere decisivo per l’avvento della cosiddetta Terza repubblica: e grossa è la preoccupazione per il comitato referendario.
“Ho fiducia nella Corte, ma quanti spintoni” confida a Panorama il leader referendario Mario Segni. Che a sorpresa sembra rivalutare il suo ex acerrimo nemico Bettino Craxi: “Lo scontro nel 1991 con Craxi fu sanguinoso. Non ho alcuna nostalgia di quei tempi. Sulla Corte si esercitarono violente pressioni politiche, ma almeno Craxi combatté a volto scoperto”. Ora invece? “C’è una parte della politica che spera di vincere standosene acquattata, sperando in qualche arzigogolo della Corte, come ha detto in una dichiarazione mai smentita Clemente Mastella. Il ministro della Giustizia, dico…”.
Lo spettro di un altro 1991 aleggia nelle stanze spoglie del comitato referendario in via Veneto a Roma. Allora la Corte ammise solo il quesito sulla preferenza unica, escludendo gli altri due che avrebbero introdotto con 2 anni di anticipo il sistema maggioritario. Sciagurata per i referendari è ora l’ipotesi che la Consulta ammetta solo il quesito che abolisce le candidature multiple, escludendo gli altri due, e cioè il cuore della consultazione.
Un’eventualità che il costituzionalista Augusto Barbera, vicino al Pd, non vuole neppure prendere in considerazione. Si dichiara ottimista, ma accusa: “Trovo del tutto anomalo che, per la prima volta nella storia del referendum, partiti rappresentati in Parlamento, come Sinistra democratica, Udeur, Partito socialista, intervengano con la presentazione di memorie oppositive davanti alla Corte. Finora lo avevano fatto solo associazioni della società civile”. Spiega: “Non mi pare il massimo del rispetto nei confronti della Consulta perché i partiti rappresentati in Parlamento contribuiscono a eleggere un terzo dei giudici che la compongono”.
Mentre l’attesa cresce e il clima si è surriscaldato (è intervenuto il Quirinale sostenendo che sull’Alta corte non ci sono state pressioni), il comitato referendario ha inviato al capo dello Stato Giorgio Napolitano, ai presidenti di Camera e Senato, Fausto Bertinotti e Franco Marini, un corposo volume di 700 pagine, uscito in questi giorni, curato da Barbera e da Giovanni Guzzetta, quest’ultimo presidente del comitato referendario. Copertina arancione, colore della speranza, con il titolo Il governo dei cittadini (Rubbettino editore), il libro è arrivato anche sulla scrivania dei giudici della Consulta. È un atto d’accusa di 30 costituzionalisti, compresi tre ex presidenti della Corte (Riccardo Chieppa, Piero Alberto Capotosti, Annibale Marini) e di alcuni economisti, fra cui Renato Brunetta, vicecoordinatore di Fi, contro la frammentazione politica.
Un fenomeno che nel lungo giallo della transizione italiana riveste la parte double face dell’assassino e del demone che paralizza le decisioni e fa anche impennare spesa pubblica, tasse e debito. Dopo il Belgio, l’Italia è il paese con il quadro partitico più frammentato nel Continente. Questo sebbene sia la democrazia europea più bipolarizzata, con il 99 per cento dei voti e dei seggi raccolti da due schieramenti alle ultime elezioni. Gli autori del volume (che è sulla scrivania anche dei giudici costituzionali) concordano sull’ammissibilità dei quesiti referendari perché la norma che ne uscirebbe sarebbe immediatamente applicabile. Posizione sostenuta anche da un proporzionalista come Capotosti.
Nella sfida all’O.K. Corral tra proporzionalisti e maggioritari c’è anche un terzo giocatore che per qualcuno è pure incomodo. È il premier Romano Prodi, il cui obiettivo principale è la durata del governo. L’opinione che si sta facendo strada a Palazzo Chigi è che alla fine il referendum sarebbe per il governo il male minore. Perché con i “nanetti”, le forze politiche minori, una soluzione si troverebbe.
Il palazzo della Consulta, sede della Corte Costituzionale
Il problema è che il referendum rappresenterebbe un colpo duro al dialogo intrapreso da Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Il perdente sarebbe uno solo, Veltroni. Il leader del Pd infatti sulla riforma elettorale, sulla sua apertura al Cavaliere rischia di giocarsi gran parte della legittimazione alla leadership, visto che in queste ore il dibattito sulle regole interne al Pd è rovente, con le truppe dalemiane che cercano di dettarle.
Situazione interna che potrebbe spianare la strada a Prodi fino al 2011. Uno degli uomini più vicini al premier, il ministro della Difesa Arturo Parisi, con Panorama è chiarissimo: non ci resta che il referendum. Il suo suona come un requiem sul tentativo di trovare un accordo sulla proposta di Enzo Bianco, presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. “Qualunque cosa uscisse oggi dalle commissioni, cioè a pochi giorni dalla decisione della Consulta, sarebbe peggio del Porcellum (la legge elettorale attuale, ndr). Meglio quindi andare al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”. Ma il referendum non rischia di far cadere il governo? Parisi replica un po’ sibillino: “E che c’entra? Le leggi le fa il Parlamento, mica il governo. Comunque, non dico un’eresia, anzi vorrei fosse la linea guida di tutti quelli che fanno politica, se affermo che per me il Paese viene prima di tutto”.
Che il referendum alla fine sia l’unica strada lo lascia capire il portavoce di An Andrea Ronchi. Spiega il plenipotenziario di Gianfranco Fini: “Stiamo lavorando per una legge elettorale che rafforzi il bipolarismo. Se poi il governo non è in grado di fare una proposta condivisa, il referendum è la via naturale”. Strada non obbligata per Forza Italia, ma “se si terrà il referendum sarà comunque difficile dire no a una proposta che in ogni caso tende alla riduzione del numero dei partiti e all’aggregazione di forze politiche omogenee” spiega a Panorama Renato Schifani, capogruppo di Forza Italia al Senato. Per Schifani “comunque il referendum non è la via maestra per andare a una buona legge elettorale”.
Prodi intanto, per spuntare le armi ai nanetti che hanno minacciato la crisi se ci sarà il referendum, ha rinviato il fatidico vertice dell’Unione sulla riforma elettorale a dopo la decisione della Consulta. Si tratta di quella verifica a tappe con la quale il Professore sta abilmente tentando di diluire i conflitti della sua maggioranza. Con lo scopo immediato di arrivare a marzo, quando non ci sarà più tempo per indire le elezioni. “A meno che qualcuno della coalizione non gli stacchi la spina prima” confida un deputato del Pd. Obiettivo? Far saltare il referendum.

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Il 15 Gennaio 2008 alle 9:27 Unione: fallisce il vertice con troppe punte che fa barcollare Prodi » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Legge elettorale: chi ha paura del referendum [...]

Il 16 Gennaio 2008 alle 9:02 Unione: fallisce il vertice con troppe punte che fa barcollare Prodi » eBlog Network - Magazine ha scritto:

[...] LEGGI ANCHE: Legge elettorale, chi ha paura del referendum - Le riforme dei cittadini: più poteri a chi governa Un momento del vertice [...]

Il 6 Febbraio 2008 alle 19:36 Referendum, i promotori ricorrono alla Consulta » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] E alla fine il referendum arriva sul tavolo della Corte Costituzionale. Quella che per i costituzionalisti era solo un’ipotesi, si è tradotta in realtà: il comitato promotore del Referendum sulla legge elettorale ha deciso di sollevare un conflitto di attribuzione di fronte alla Consulta per fare in modo che, nonostante lo scioglimento delle Camere, si possano comunque votare i quesiti il prossimo 18 maggio. Il consiglio dei ministri ha infatti fissato, come “atto dovuto” la consultazione referendaria per il 18 maggio. Ma poiché ad aprile dovremo tornare alle urne, il referendum slitta automaticamente di un anno. I promotori, Giovanni Guzzetta, Mario Segni e Natale D’Amico, però, non ci stanno: “Tutti dicono che la prossima sarà una legislatura costituente” spiega Guzzetta. “Noi crediamo che questo percorso sarà ancora più forte se sorretto dal voto popolare”. E chiedono alla Corte costituzionale di verificare se sia legittimo lo slittamento di 365 giorni. I referendari ricordano che ci sono due precedenti nei quali si è votato un referendum subito dopo le elezioni politiche. “È successo nel 1987, quando il parlamento fece un legge ad hoc per tenere il referendum, precedentemente indetto, 4-5 mesi dopo il voto. Il secondo caso è avvenuto nel giugno 2006 quando il referendum di revisione costituzionale si tenne a giugno”. Ora la Corte Costituzionale ha un mese di tempo per dare il suo responso, che arriverà in piena campagna elettorale. [...]

Il 14 Febbraio 2008 alle 19:00 Consiglio al Cav e a Walter: fuori (sul serio) gli impresentabili » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Sono gli stessi con i quali non desidera più avere molto a che spartire Aldo, elettore di centrodestra sì, ma cittadino critico e attento. Sappiamo che la politica, per scomodare Winston Chiurchill, è anche “sangue e merda”. Dunque la pulizia totale non è possibile, né nel Pd veltroniano né nel Pdl berlusconiano. E non lo sarebbe neppure dalle parti di Barack Obama o di John McCain. Tuttavia ora che i due duellanti, anticipando nei fatti la riforma prevista dal referendum, promettono di essere più responsabili per le loro parti politiche e di non dover più cedere ai ricatti dell’ultimo scalmanato, è giusto chiedere anche un impegno formale su questo punto. [...]

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