Sì ai referendum. Vincono il Cav e Veltroni. Prodi e i piccoli nei guai

La sala della Corte Costituzionale
Parafrasando John Landis: tutto in un giorno.

Dimissioni di Clemente Mastella per le disavventure giudiziarie della moglie (e dei vertici del suo partito in Campania); e sì della Corte costituzionale ai referendum elettorali. A questo punto è possibile, se non probabile, che le due cose finiscano per intrecciarsi.

Il sì della Consulta ai tre quesiti referendari era (oltre che previsto) temuto come la peste dai piccoli partiti, Udeur di Mastella in testa. Il ministro dimissionario aveva anzi più volte minacciato di uscire dall’Unione se Romano Prodi non avesse fatto tutto il possibile per evitare il referendum attraverso un accordo su una nuova legge elettorale.

Il referendum, se ovviamente avrà successo, trasferisce il premio di maggioranza dalla coalizione al partito che ottiene più voti; introduce uno sbarramento del 4 per cento alla Camera e dell’otto al Senato; impedisce la pratica, per chi viene eletto in più collegi, di optare per un seggio aprendo le porte del Parlamento al primo dei non eletti. Tutte modifiche che penalizzano i partiti più piccoli sottraendo loro, in primo luogo, il potere di “ricatto” nelle eventuali coalizioni. Le quali non spariscono, visto che resta consentita l’indicazione del “capo della forza politica” e del programma elettorale.

Una spinta al bipartitismo che va più o meno nella stessa direzione della trattativa avviata tra Pd e Pdl, cioè tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi. Un dialogo, però, che via via ha incontrato sempre maggiori ostacoli proprio a causa delle pressioni delle forze più piccole. Interessi di cui si era fatto in qualche modo garante Prodi. La decisione della Corte dunque rafforza Veltroni e Berlusconi.
In realtà, un punto fermo c’è: a primavera, in una data tra il 15 aprile ed il 15 giugno, si terrà la consultazione. A meno che non si trovi quel famoso accordo sulla legge elettorale (che però, per legge, per vanificare il referendum dovrebbe rispecchiarne i contenuti). Oppure non venga interrotta la legislatura; insomma, non cada il governo. Stamani Romano Prodi ha respinto le dimissioni del ministro della Giustizia. Mastella ha preso alcuni giorni per riflettere. Chissà che, al di là del merito dell’inchiesta che coinvolge la consorte e mezzo partito, la riflessione non si protragga a lungo.

Commenti

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Il 16 Gennaio 2008 alle 22:03 pacato ha scritto:

… e speriamo a questo punto … che non facciano nessuna Riforma Elettorale … perchè è ovvio che qualora la facessero con l’accordo dei piccoli partiti … sicuramente questi non si autocastrerebbero rendendosi ininfluenti nei futuri governi … quindi nulla cambierebbe rispetto all’attuale andazzo …

Speriamo quindi nel Referendum … dove il Partito Unico spingerebbe all’aggregazione … ed in caso di vittoria … nessuno potrebbe fare il furbo, dissociandosene, perchè eletto in quanto facente parte di un determinato Partito Unico con le sue Idee i suoi Valori, il suo Programma condiviso …

Il 17 Gennaio 2008 alle 13:50 carlo.tosi ha scritto:

Mi sa tanto che con la faccenda mastella (che sembra studiata ad arte) il governo sia destinato a cadere. Se questo accade, anche lo svolgimento dei referendum è a rischio, con grave delusione per tutti i cittadini che credevano nella possibilità di modificare, per mezzo dei referendum, il sistema elettorale. Sarebbe una cosa gravissima, che ritarda ancora la creazione di un sistema di governo più forte e stabile, senza i continui ricatti di politici da 300 voti.

Il 17 Gennaio 2008 alle 16:48 Corrado Buccieri ha scritto:

Almeno qualcosa si muove. Aspettiamo.

Il 17 Gennaio 2008 alle 19:32 Il caso Mastella scotta e Berlusconi soffia sul fuoco del Referendum » Panorama.it - Italia ha scritto:

[...] Il Cavaliere rompe il silenzio e sul referendum (ammessi ieri dalla Consulta) prende posizione. Ecco le parole del leader di Forza Italia: “Di fronte alla bozza Bianco che ha ribaltato la Vassallo, sulla quale avevamo detto che c’erano le condizioni per parlare, io ho detto che a questo punto è meglio il referendum”. “Faccio un appello perché Veltroni”, dichiara il Cavaliere, “intervenga e possa tornare ai principi che avevamo enunciato e sui quali siamo ancora d’accordo e abbiamo la volontà di proseguire il dialogo”. E ancora sul nuovo testo Bianco: “È più proporzionale del modello tedesco” e così “proprio non va. A questo punto credo che si vada al referendum, che porta comunque un miglioramento”. Infine, sarebbe necessario, dice Berlusconi, memore dei non pochi problemi che ha avuto coi suoi alleati quando era al governo, “che i due grandi partiti non subiscano i condizionamenti delle ali estreme e che il governo e la politica nazionale siano messi nelle mani di un partito del 6%. Invece la bozza che ci troviamo adesso è proprio il contrario di ciò che voleva Veltroni per il suo partito e io per noi”. Attenzione, però. Quella del Cavaliere non è ancora l’ultima parola. La politica è una “guerra di posizione” e sarebbe sbagliato dare per scontati strategie e obiettivi dei leader. [...]

Il 17 Gennaio 2008 alle 21:31 Il caso Mastella scotta e Berlusconi soffia sul fuoco del Referendum » eBlog Network - Magazine ha scritto:

[...] Alla fine il Cavaliere si fa sentire e sul referendum (ammesso proprio ieri dalla Consulta) prende posizione. Ecco le parole del leader di Forza Italia: “Di fronte alla bozza Bianco che ha ribaltato la Vassallo, sulla quale avevamo detto che c’erano le condizioni per parlare, io ho detto che a questo punto è meglio il referendum”. “Faccio un appello perché Veltroni”, dichiara il Cavaliere, “intervenga e possa tornare ai principi che avevamo enunciato e sui quali siamo ancora d’accordo e abbiamo la volontà di proseguire il dialogo”. E ancora sul nuovo testo Bianco: “È più proporzionale del modello tedesco” e così “proprio non va. A questo punto credo che si vada al referendum, che porta comunque un miglioramento”. Infine, sarebbe necessario, dice Berlusconi, memore dei non pochi problemi che ha avuto coi suoi alleati quando era al governo, “che i due grandi partiti non subiscano i condizionamenti delle ali estreme e che il governo e la politica nazionale siano messi nelle mani di un partito del 6%. Invece la bozza che ci troviamo adesso è proprio il contrario di ciò che voleva Veltroni per il suo partito e io per noi”. A cosa mira il Cavaliere? Per ora, a ricompattare la coalizione visto che, per lo tsunami causato dal caso Mastella e l’ammissibilità ai quesiti referendari temuti dai piccoli dell’Unione, a Berlusconi è tornata la voglia delle elezioni anticipate. E allora da un lato ha aperto all’ipotesi della consultazione, riavvicinando così Fini che oggi ha dichiarato forte e chiaro: An è contraria al Vassallum e se il centrodestra non vota insieme la legge elettorale “è la fine della Cdl’’. Dall’altro il Cavaliere non ha chiuso la porta al dialogo con Veltroni, blandendo in questo modo Casini (da sempre convinto della bontà di riforme condivise). Senza contare che con le sue affermazioni, il Cavaliere ha ributtato la palla nel campo del Pd e del centrosinistra. Dove, caso Mastella a parte, le acque sono sempre piuttosto agitate. Anche in tema di riforme. Walter Veltroni naturalmente farà votare sì al Partito democratico sul testo depositato dal presidente della commissione Affari costituzionali del Senato. Non può fare altrimenti dopo aver legato la sua leadership nel Pd all’avvio della stagione delle riforme. Ma da ieri, il sindaco di Roma ha un’arma più (il referendum imminente) per imporre delle modifiche sostanziali a quella bozza e chiedere agli alleati dell’Unione di votarla. Senza contare che nello stesso Pd si mischiano sul consultazione popolare diverse posizioni. Da quella di Arturo Parisi, per il quale “è meglio al voto referendario per consentire ai cittadini di scegliere per il bene del Paese”; a quella, in realtà maggioritaria, di quelle “correnti” che fanno riferimento a Massimo D’Alema, Francesco Rutelli ed Enrico Letta. Sballottato tra queste posizioni, Veltroni - che ha impostato la sua leadership sul motto:”Senza Berlusconi non si fanno le riforme” - rischia di rimanere col cerino acceso, passando cioè come quello che ha staccato la spina al negoziato con il Cav. Che da parte sua ha meno problemi a far saltare il banco. Ha un alleato, Fini, che è ben felice di andare al voto popolare. Ma ha anche un Casini contrario ai quesiti e il Cavaliere non vuole perdere il suo appoggio tanto più di fronte alla situazione critica del governo Prodi. A pochi giorni prima dal voto in commissione, con un ministro dimissionario e un partito nel caos (l’Udeur) - che è lo stesso contrario sia al referendum sia allo sbarramento previsto dalla bozza Bianco - il Berlusconi di oggi si spiega così. [...]

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