Cuffaro condannato a 5 anni, ma non per mafia: non mi dimetto

Il governatore siciliano Totò Cuffaro
Salvatore Cuffaro non si dimetterà da governatore della Sicilia. Lo ha ribadito lui stesso subito dopo aver ascoltato dalla voce del giudice Vittorio Alcamo la sentenza che lo condanna a 5 anni per favoreggiamento semplice. ”Domattina alle 8 - ha detto il presidente della Regione - sarò al mio tavolo di lavoro”.
Già da tempo il Governatore aveva annunciato che avrebbe lasciato la sua carica, e anche l’ormai trentennale attività politica (attualmente è vicesegretario nazionale dell’Udc), soltanto se fosse stato condannato per aver favorito la mafia. Ma l’aggravante non gli è stata contestata e dunque Totò Vasa Vasa ha tutte le intenzioni di restare al suo posto.
Tra le pene accessorie comminategli dai giudici della terza sezione del tribunale di Palermo, ci sono anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e l’interdizione legale, che però non sono esecutive con la sentenza di primo grado.
”La sentenza di oggi conferma che non ho mai commesso atti tesi a favorire la mafia - ha detto Cuffaro, che oggi ha ricevuto una telefonata di solidarietà da Francesco Cossiga -, vero e proprio cancro della Sicilia, che ho sempre combattuto con tutte le mie forze. Tuttavia non posso nascondere lo stato di disagio davanti alla condanna, e annuncio che farò appello”.

Nel processo alle ”talpe”, che si è concluso oggi sono stati contestati al Governatore quattro capi di imputazione: due per il favoreggiamento personale e altri due per la rivelazione e l’utilizzazione di segreti d’ufficio, tutti con l’aggravante di avere favorito la mafia che però non è stata riconosciuta dai giudici della terza sezione del tribunale.
Per l’accusa, il Governatore avrebbe appreso nel 2001 dall’ ex maresciallo dei carabinieri, Antonio Borzacchelli, poi eletto deputato regionale, dell’esistenza di microspie sistemate dagli investigatori del Ros nell’abitazione del boss di Brancaccio, Giuseppe Guttadauro. Il salotto del boss, giò condannato all’epoca per mafia, era frequentato da un amico di Cuffaro, il medico Domenico Miceli, ex assessore comunale alla sanità, anche lui Udc, condannato nel dicembre 2006 a otto anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Gli inquirenti sostengono che Borzacchelli avrebbe avvisato Cuffaro dell’esistenza delle cimici a casa Guttadauro e che il presidente della Regione lo avrebbe a sua volta comunicato a Miceli. In questo modo il boss di Brancaccio avrebbe scoperto le microspie, bruciando l’inchiesta.

Sulla scelta del governatore di andare avanti, si è già aperta la polemica. Il primo a sottolinearne l’inopportunità è stato il segretario regionale del Partito democratico, Francantonio Genovese.
Indagato nel giugno del 2003, due anni dopo la sua prima elezione a palazzo d’Orleans, Cuffaro è stato rieletto presidente della Regione il 28 maggio 2006, nel pieno del processo alle cosiddette Talpe alla Dda di Palermo, che lo vedeva coinvolto con altre 12 persone. L’uomo forte dell’Udc in Sicilia vinse battendo il candidato del centrosinistra Rita Borsellino. Cinque anni prima aveva sconfitto, con un risultato ancora più clamoroso, Leoluca Orlando.
Nel 2003, dopo aver ricevuto l’avviso di garanzia, l’Assemblea regionale siciliana, convocata per l’occasione, diede fiducia a Cuffaro, che chiedeva ai 90 parlamentari dell’Ars se aveva ancora il loro sostegno per andare avanti.
Adesso alla Regione si apre una nuova fase e sembra imminente un rimpasto di governo, che tra i 12 assessori vede quasi la metà di tecnici.

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