
Stroncato, da quanto si apprende, da un tumore ai polmoni, è morto mercoledì in una clinica romana, dove era ricoverato da alcune settimane il boss mafioso Michele Greco, 83 anni, detto “il Papa” della mafia. Il capomafia di Ciaculli, prima del ricovero in ospedale, era detenuto a Rebibbia dove stava scontando alcuni ergastoli definitivi. Greco era una figura storica di Cosa nostra ed era ritenuto fra i mandanti di alcuni delitti eccellenti.
Lo chiamavano “Papa” perché sapeva mediare tra le famiglie di Cosa Nostra. Ieratico, sempre incravattato e in ordine, sembrava lo “zio”, quegli “zii” di Sicilia ritratti da Leonardo Sciascia cui chiedere un consiglio, giustizia o ponderata vendetta secondo i casi. Fu “Papa” in tempi difficili, quei primo Ottanta in cui i Corleonesi stavano prendendo in mano Cosa Nostra e lui, il padrino di Croceverde-Giardini riceveva politici e potentame vario nella sua tenuta di Ciaculli, “La Favarella”.
Greco divenne una figura nota a tutti gli italiani grazie alle immagini del Maxiprocesso di Palermo, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Dalle gabbie in cui i maggiori capimafia facevano sfoggio di sé, lui parlava solo a proposito e, a differenza di Luciano Liggio e il suo enorme sigaro cubano agitato polemicamente come un bastone, interveniva solo per stretta necessità. Da vero padrino disse ai giudici che lo interrogavano: “Se mi fossi chiamato Michele Roccapinnuzza oggi forse non sarei qui”, poi si lanciò in una filippica contro la pornografia e i film violenti che a suo dire avevano rovinato il mondo. Disse infatti che se il pentito Salvatore Contorno avesse visto I dieci comandamenti, anziché Il Padrino, non avrebbe calunniato alcune persone. Greco fu arrestato il 26 febbraio dell’86 dopo quattro anni di latitanza in un casolare nelle campagne di Caccamo, a una cinquantina di Km da Palermo, dove si nascondeva sotto falso nome.
Nominato nel 1978 capo della commissione di Cosa Nostra, dopo l’espulsione di Tano Badalamenti, non ostacolò l’avanzata dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano, dei quali divenne anzi alleato. Insieme al fratello Salvatore (detto “il senatore”, per i suoi rapporti con politici e banchieri), fu il mandante dell’omicidio del giudice Rocco Chinnici.
Con undici ergastoli sulle spalle (tra cui quello del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa), il “Papa” sarebbe potuto tornare in libertà nel 2010, a 86 anni. Per i magistrati, infatti, non aveva più legami con la mafia. Coerente con le scelte che ha fatto, è morto dopo una lunga malattia senza mai rivelare quello che sapeva sugli anni passati dentro Cosa Nostra. Nemmeno sul significato di quell’augurio di pace che rivolse ai giudici prima della camera di consiglio del Maxiprocesso e che nessuno è stato mai capace di interpretare: “Auguro a tutti voi la pace, perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza, perché per il compito che vi aspetta la serenità è la base per giudicare. Non sono parole mie, ma le parole che nostro signore disse a Mosè, le auguro ancora che questa pace vi accompagni per il resto della vostra vita”.
- Mercoledì 13 Febbraio 2008
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