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Quando a Fiuggi arrivò la svolta e Fini chiese ai camerati missini di “lasciare la casa del padre”, un pezzo del partito girò fieramente le spalle. Altri si sono persi per strada, di fronte alle drastiche revisioni storiche che il delfino di Giorgio Almirante si è consentito nel tempo: la catalogazione della Repubblica Sociale tra le pagine vergognose della nostra storia e quella del fascismo nell’alveo di ciò che è “male assoluto”, il mea culpa sulle leggi razziali volute dal fascismo, il mutato giudizio su Mussolini, non più “grande statista”.
Nella Direzione di domani, Gianfranco Fini si appresta a compiere un nuovo strappo: An nel Partito delle libertà e la Fiamma tricolore, che arde minuscola in campo bianco azzurro nel simbolo, via dalle schede elettorali, dai manifesti, dalla propaganda. ”An non si scioglie, ci sarà un congresso”, ripete Andrea Ronchi, portavoce del partito. Ma non è poco ciò che comunque Fini domani chiederà di ”ratificare” al vertice del partito e, insieme, al fortemente identitario popolo della destra.
Si tratta di aderire al ”progetto politico di portata storica” del Pdl. Si tratta di completare definitivamente la scelta del bipolarismo in Italia, cosa che An del resto aveva già fatto appoggiando il referendum. La lista unica del Pdl impone di mettere tra parentesi, almeno per ora, il simbolo di An. ”Ma sarebbe un peccato rinunciare ad un progetto così entusiasmante solo per conservare un simbolo”, ha spiegato proprio in queste ore Fini all’ex alleato del ’subgoverno’ Casini.
Perciò, domani Fini proverà a spiegare - in una Direzione che si annuncia tranquilla - che rinunciare al simbolo non significa recidere le proprie radici. Perché la forza di un partito si misura attraverso i valori, e quelli della destra diventeranno pilastri del programma della Pdl. Parole d’ordine come amor patrio, nazione, autorità, gerarchia, legalità, sicurezza, centralità della famiglia, saranno le nuove bandiere del Pdl. E An di questo si farà garante.
Fini indica la marcia e An tiene dietro. Oggi la direzione è quella del partito unitario, del gruppo unico in Parlamento, dell’approdo al Ppe, che da tempo Fini vede come unica via possibile per il futuro del centrodestra e suo personale. Prima ancora di diventare il capo delle Feluche italiane, per anni il leader di An ha cercato infatti il pieno riconoscimento del suo profilo di leader di un centrodestra moderato ed europeo.
Questo è arrivato soprattutto con l’impegno da costituente europeo, con lo storico viaggio in Israele e la definitiva riconciliazione con gli ebrei. Ma ben prima Fini aveva già percorso il mondo spiegando la sua visione: Vienna, Berlino, Madrid, Londra, Parigi, Mosca, tutte le capitali dell’Est. E poi New York, Washington, Nassiriya, Gerusalemme, Kabul, El Cairo, ovunque il leader di An aveva promosso il modello della Cdl e ridipinto i contorni della destra italiana.
Da anni poi, il partito si è abituato agli strappi di Fini: dal progetto-choc del voto agli immigrati, alle aperture sulla fecondazione assistita, alle recenti revisioni sul Sessantotto, all’ostinata volontà di portare la destra nella famiglia europea del Ppe, benedetta nel recente viaggio a Parigi da Nicolas Sarkozy, che si e’ offerto di spianare la strada all”ami Gianfranco”.
Sul progetto del partito unico, Fini era poi arrivato con Berlusconi alle zuffe verbali, sfidandolo più volte a voltare pagina, a smetterla con gli stop and go e a tirare fuori dal cassetto il sogno, finendola con le ipocrisie. Furibondo per la mancata spallata al governo Prodi, Fini si era messo di prepotenza in pista nel dialogo sulle riforme, tentando di speronare il Cavaliere.
Ma la risposta di Berlusconi era stata l’editto di San Babila, il partito del predellino in cui gli alleati erano invitati a confluire. Fini era passato alle minacce: ”Visto che la Cdl e’ un ectoplasma, d’ora in poi mani libere su Tv e giustizia”. E ancora: ”Non sono una pecora”, ”non vado lì con il cappello in mano a chiedere”, ”pretendo un’assemblea costituente del nuovo soggetto, altro che gazebo”, ”a Palazzo Chigi Berlusconi non ci tornerà mai perché ha bisogno del mio voto e non l’avrà mai più”, ‘’siamo alle comiche finali, non esiste la possibilità che An si sciolga o confluisca nel Pdl”.
La sfida adesso, per Fini, è convincere An, ma soprattutto il popolo della destra, che la lista unica del Pdl non è il “partito del predellino” ma la realizzazione di un sogno, di quel progetto unitario che la destra voleva da tempo.
- Venerdì 15 Febbraio 2008
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Il 16 Febbraio 2008 alle 10:51 Fini ha deciso: An si scioglierà in autunno » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] LEGGI ANCHE: Fini cancella il simbolo di An [...]
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