Tra Silvio e Walter: il voto è italiano, i patti saranno francesi

Silvio Berlusconi negli studi di Porta a Porta | Ansa
di Carlo Puca

Insinuazioni, allarmi, fiumi di inchiostro. I primi a sospettare sono i maggiorenti del Partito democratico e dell’Udc, i primi ad accusare i leader della sinistra radicale. Ma il dibattito sulla grande coalizione è fasullo, così come sono false le voci di un accordo sottobanco tra Walter Veltroni e Silvio Berlusconi su un governo costituente. “Non c’è nulla di nulla di tutto questo” va ripetendo da giorni Goffredo Bettini, “braccio amato” del leader democratico. “Noi dobbiamo fare la nostra bella campagna e possibilmente vincere le elezioni. Tutto il resto è noia” insiste Veltroni tra i corridoi (pochi) del loft sede del Pd.
E Berlusconi? Nei corridoi (tanti) di Palazzo Grazioli, il Cavaliere dice praticamente la stessa cosa: “È il solito teatrino della politica, il ripetitivo guazzabuglio di voci che dura da decenni. Quando vincerò le elezioni, collaborazione con l’opposizione tanta, inciuci nessuno. Il Popolo della libertà, quello che mi vota, non me lo perdonerebbe mai”. I due capi sono in piena competizione, anche se il conflitto politico esploderà soltanto nell’ultimo mese di campagna elettorale. Prima devono occuparsi delle resistenze interne e dei rapporti con gli alleati. Vogliono imporsi in tutta la loro forza, a costo di perdere soci politici indispensabili fino alla scorsa legislatura, come Fausto Bertinotti da un lato e Francesco Storace dall’altro, e tanti altri con i quali vanno in questi giorni divaricandosi i rapporti.
“A questo giro conta la compattezza programmatica” è l’opinione di Bettini. “È ora di dire basta all’eterogeneità delle coalizioni” ribadisce Gianfranco Fini, il leader di Alleanza nazionale tornato sotto la tenda berlusconiana. Pier Ferdinando Casini dice no. Certo, l’Udc potrebbe risultare decisiva per la vittoria del premio di maggioranza regionale in cinque-sei regioni: Sicilia, Puglia, Calabria, Abruzzo, forse Lazio e Campania. Ma sono numeri che Berlusconi conta di recuperare. E per i partiti medio-piccoli c’è poco spazio di trattativa: queste sono le elezioni dei simili con i simili, è finita l’era della politica transgenica.
Anche Antonio Di Pietro, che ha apparentato la sua Italia dei valori con il Pd, ha accettato di formare gruppi unici in Parlamento per confluire successivamente nei democratici. Mentre al Loft c’è chi ipotizza (i dalemiani e qualche veltroniano) di dar vita a un cartello dei piccoli (radicali, socialisti, liberali, repubblicani, transfughi della Sinistra democratica di Fabio Mussi) collegato al Pd ma “che ci stanno” a darsi la dicitura “per Veltroni” nel simbolo elettorale. Una sorta di lista civica nazionale sul modello di quella che sostenne Walterissimo al Comune di Roma nel 2006 e ottenne il 6,5 per cento dei voti. Per i nanetti, o così o nulla, sempre che il Cavaliere vada uno e trino alle elezioni. Né Veltroni né Berlusconi intendono affiancare a Pd-Idv e Pdl-Lega una terza forza prima che lo faccia l’altro. È la corsa a chi ha lo schieramento più semplificato. È la corsa a chi è più leader.
Eppure, sul dopoelezioni un progetto convergente e parallelo ce l’hanno: sia Veltroni sia Berlusconi sono rimasti impressionati dal lavoro della commissione Attali istituita dal presidente francese Nicolas Sarkozy. La “commissione indipendente per la liberazione della crescita francese”, presieduta da Jacques Attali, prestigioso economista di sinistra già consigliere del presidente socialista François Mitterrand, è composta da 42 membri. Ecco, in appena 4 mesi la commissione ha redatto un documento composto da 316 proposte “per raggiungere entro la fine del 2012 obiettivi economici e sociali strabilianti”.
La storia dirà a medio termine se Sarkozy avrà la forza e il coraggio di approvare almeno 313 proposte (”Tre non mi piacciono” ha detto il presidente). Certo è che in Italia le conclusioni della commissione hanno generato le reazioni entusiastiche della classe dirigente, la Confindustria di Luca Cordero di Montezemolo in primis, soprattutto per la parte che riguarda il modello di moderna economia di mercato. Tra il Loft e Palazzo Grazioli sono già emersi una quindicina di nomi utili alla “commissione Monti”, da Mario Monti, presidente dell’Università Bocconi e membro italiano, insieme con Franco Bassanini, della commissione Attali.
Monti è graditissimo a Berlusconi come a Veltroni più come presidente di commissione che come ministro. Intorno a lui dovrebbe comporsi un fronte variegato e competente. Circolano le biografie di Ernesto Galli della Loggia, Aldo Schiavone, Claudio Velardi, Giovanni Guzzetta, Innocenzo Cipolletta, Francesco Valli, Achille Serra, Pietro Ichino, Francesco Giavazzi, lo stesso Bassanini.
Dunque, chiunque vincerà le elezioni governerà da solo (sempre che lo spoglio assegni un risultato netto; solo in caso contrario si aprirebbero le porte alla grande coalizione). Allo stesso tempo, vincitore e vinto procederanno alla costituzione della bipartisan commissione Monti. Prima, però, tenteranno di trovare un accordo sulla modifica dei regolamenti parlamentari, sulla base di piattaforme molto simili. Anzi, praticamente uguali.
Per il Partito democratico valgono le proposte anticipate a Panorama dal capogruppo alla Camera Antonello Soro (articolo in basso). Quanto al Popolo della libertà, il 20 febbraio, sotto le insegne di fondazioni e associazioni legate al centrodestra come Magna Carta, Ircocervo e Free Foundation, mezzo stato maggiore di Forza Italia si ritroverà all’Unioncamere di Roma. Sul modello dell’Aspen Institute, Gaetano Quagliariello, Fabrizio Cicchitto e Renato Brunetta discuteranno a porte chiuse, con una quarantina di personalità, proprio della modifica dei regolamenti parlamentari per garantire “una maggioranza decidente e una opposizione garantita” si legge nella scheda di sintesi in via di ultimazione “per rafforzare governo e opposizione in Parlamento e superare la frammentazione dei gruppi alle Camere”. Sarebbe la morte definitiva dei piccoli partiti. “Il fatto è che mentre in Italia continuiamo a indicare i sistemi elettorali di altri paesi, in quegli stessi paesi abbandonano i loro” avverte Quagliariello. “Il problema principale è diventato la forza da dare ai governi, che con le vecchie strutture istituzionali non reggono più le sfide esterne della globalizzazione. Ora dobbiamo trovare gli strumenti adatti a colmare il deficit senza provocare all’inverso un deficit di democrazia”.
È il lavoro che sta facendo in Francia un’altra commissione, quella per le riforme istituzionali guidata dall’ex premier Edouard Balladur. “Incontrerò Balladur il 14 marzo, a Parigi, anche per capire come sta procedendo e confrontarci sulla situazione italiana” annuncia Quagliariello, sherpa berlusconiano per le questioni istituzionali ed elettorali.
Magari va a finire che anche in Italia si costituisce una seconda commissione. Ma qui lo sherpa si schermisce: “È davvero troppo presto per parlarne”. Prima ci sono le elezioni.

Commenti

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Il 17 Febbraio 2008 alle 14:54 dido1 ha scritto:

Il PDL vincerà le elezioni, questo secondo gli italiani e i numeri statistici, ma attenzione che gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo.

VEE VICTIS!!

Nessun inciucio con Veltroni, D’Alema, Fassino, Bertinotti, Giordano e l’amico della puzzolente salma di Lenin, Diliberto.
Far ingoiare all’On. signora Palermi la frase: qualsiasi cosa, ma non far vincere Berlusconi!
Far capire all’On. catocomunista Rosy Bindi che le prerogative democratiche non sono SOLO sue, ma di tutti gli italiani che credono nella libertà, nella democrazia, nella cultura e
civiltà cristiana.
Il Burqa, cara Rosy, non è come tu pensi una tradizione islamica, ma un sopruso jiadista ed assassino verso tutte le donne che tu dici di voler proteggere.
Tabula rasa con tutti quelli che hanno affossato l’Italia, perchè invasi dal furore cieco comunista di vendetta, e non hanno optato per cariche governative bipartisan.
GUAI AI VINTI!

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