
“Non c’entro niente con queste inchieste, con la guerra di mafia e con le nove ordinanze che avete emesso nei miei confronti”: sono state queste le parole che il boss indiscusso della ‘ndrangheta, Salvatore Condello, ha detto ai carabinieri del Ros che nella tarda serata di ieri lo hanno arrestato nel rione Pellaro a Reggio Calabria.
Vestito con capi di abbigliamento di marca, Condello, con il suo atteggiamento, ha trasmesso ai carabinieri la percezione di avere di fronte un vero capo di ‘ndrangheta con una personalità improntata alla “correttezza” che gli deriva dal ruolo in seno alla criminalità organizzata.
Numerosissimi pizzini sono stati trovati dai carabinieri del Ros nell’appartamento dove si nascondeva Pasquale Condello, “il supremo” della ‘ndrangheta, arrestato nella tarda serata di ieri. Il superboss utilizzava in maniera metodica il sistema della comunicazione scritta con gli affiliati per impartire ordini e dare disposizioni. ”Bernardo Provenzano” ha commentato un investigatore “in confronto era un dilettante”. Già durante la fase delle indagini, i Ros dei carabinieri avevano intercettato alcuni di questi pizzini. Il boss utilizzava una terminologia che i carabinieri stanno cercando di decifrare nel dettaglio, associando ai soprannomi utilizzati da Condello nomi reali di persone, e ad alcune terminologie il vero significato inteso dal boss. Nell’appartamento nel rione Pellaro di Reggio è stata trovata anche numerosa documentazione adesso al vaglio degli investigatori.
Pasquale Condello, “il supremo” della ‘ndrangheta, arrestato ieri sera dai carabinieri del Ros, era latitante dal 1988 dopo essere stato scarcerato dietro il pagamento di una cauzione di 100 milioni delle vecchie lire. All’epoca il boss era stato arrestato per associazione mafiosa, ma uscì dal carcere sfruttando l’istituto, allora in vigore, della scarcerazione per cauzione. Da allora Condello ha fatto perdere ogni traccia. Inserito nell’elenco dei 30 latitanti più pericolosi d’Italia, come nella migliore tradizione dei latitanti di ‘ndrangheta, non si era però trasferito altrove, ma stava nella sua Reggio Calabria, protetto da una rete di fiancheggiatori che fino ad ora gli aveva consentito di sfuggire a blitz ed operazioni. Protezione che però è stata violata da un centinaio di carabinieri del Ros, il Raggruppamento operativo speciale, e del Goc, il Gruppo operativo Calabria.
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- Martedì 19 Febbraio 2008
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Il 20 Febbraio 2008 alle 18:57 Lotta alla ‘ndrangheta: togliete i figli ai boss. E alle loro mogli » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] “Alle mogli dei boss mafiosi vanno tolti i figli”. Dopo l’arresto a Reggio Calabria del capo della ‘ndrangheta Pasquale Condello, la direzione distrettuale antimafia tenta una clamorosa e inedita strada per colpire alle radici le le organizzazioni criminali italiane. Il tribunale per i minorenni del capoluogo calabrese ha ritenuto fondata la richiesta della procura per escludere la moglie del boss catturato dopo 20 anni di latitanza dall’esercizio della potestà sulla figlia di 16 anni che vive con lei. E che, secondo gli accertamenti eseguiti dai pubblici ministeri Salvatore Boemi, Giuseppe Lombardo e Domenico Galletta, sarebbe stata usata dalla madre Maria Morabito per “coprire la latitanza” del padre. Il caso verrà esaminato il 29 febbraio dal tribunale per i minorenni di Reggio Calabria che, se dovesse ritenere motivata la richiesta, aprirebbe una nuova strada per la lotta alla criminalità mafiosa. “La nostra riflessione è stata questa” spiega a Panorama il pubblico ministero Lombardo: “come è possibile che la decadenza dalla potestà venga applicata quando è accertato che un minore è vittima di maltrattamenti, mentre l’identico istituto civilistico non è mai stato applicato per i ragazzi e i bambini che vengono allevati respirando un’aria distorta, la cultura mafiosa?”. Il magistrato antimafia fa un’altra riflessione: “Ai figli dei latitanti viene perfino insegnato a non chiamare papà il loro genitore. Devono abituarsi a usare nomi diversi perché i grandi insegnano loro che potrebbero essere intercettati e portare gli inquirenti a scoprire il nascondiglio dei latitanti”. La scelta dei tre magistrati della Dda di Reggio Calabria, che hanno lavorato in stretto rapporto con i carabinieri del Ros comandati dal colonnello Valerio Giardiana, tenta di colpire al cuore il primo collante delle ‘ndrine calabresi: la famiglia. “Una delle regole fondamentali della ‘ndrangheta” spiega a Panorama il procuratore aggiunto Salvatore Boemi “è che i figli maschi dei mafiosi sono dei mafiosi, dei predestinati”. “Ma qualcosa sta cambiando anche nel coinvolgimento diretto del mondo femminile, storicamente rimasto ai margini” aggiunge Lombardo. Ora i magistrati stanno esaminando la posizione familiare di tutti i maggiori latitanti della zona, molti dei quali compaiono nella lista dei 30 più pericolosi ricercati. Nell’elenco c’è, primo fra tutti, il fratello di Pasquale Condello, alias il Supremo. I magistrati ricordano che il familiare che favorisce un ergastolano (e Condello ne deve scontare nove) che ha subito una sentenza passata in giudicato e si sottrae alla giustizia, è punibile. Dunque, se la moglie di Condello dovesse avere usato per esempio la figlia sedicenne per fare arrivare alcuni dei pizzini che il boss custodiva nel suo rifugio, la donna non solo avrebbe commesso un reato lei stessa, ma avrebbe istigato la ragazzina a violare la legge. E dunque a quella donna, a quella madre, la figlia deve essere tolta. Perché venga affidata (ed educata) da un tutore nominato dal Tribunale per i minorenni. [...]
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