
Dopo l’ennesima giornata di limatura (con qualche coda polemica, subito rientrata) sono definitivamente chiuse le liste del PdL.
Nel bilancio finale: colpi a sorpresa, qualche imprevista esclusione finale, un po’ di mugugni e molti sospiri di sollievo. Le scelte rispecchiano un’idea precisa: ricandidare la gran parte degli onorevoli uscenti, aumentare le quote rosa, dare spazio alle nuove leve del partito (compresi collaboratori e portavoce dei big). Rispetto ai nomi (noti) usciti in questi giorni, le novità non sono tante ma di peso: tre le donne in rappresentanza dei rispettivi mondi cultural-religiosi, Eugenia Roccella (portavoce del Family day), la giornalista Fiamma Nirenstein e Souad Sbai, presidentessa dell’associazione delle donne delle comunità marocchine in Italia. Poi “le penne” Renato Farina, Giancarlo Mazzucca (Direttore QN – Il Resto del Carlino), Diana de Feo (moglie di Emilio Fede), Gianni Mottola e Giancarlo Lehner; e ancora imprenditori come Vincenzo Speziali e Ettore Riello; ex atlete come la Manuela Di Centa, militari quali l’ex comandante della Finanza Roberto Speciale, protagonista del caso Visco, un imprenditore della moda come Santo Versace, l’attore-regista Luca Barbareschi, l’editore Giuseppe Ciarrapico (al centro della bufera per un’intervista a Repubblica in cui ha sostenuto di essere fascista convinto) e Maurizio Scelli.
C’è posto anche per la leader dei Circoli della Libertà Michela Vittoria Brambilla. Che però dovrà traslocare: dalla Lombardia (è originaria della provincia di Lecco) andrà a fare la “testa di serie” in Emilia Romagna alla Camera, ovvero prima alle spalle di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, che sono in tutte le regioni i numeri uno e due per Montecitorio. Voci a lei vicine confermano che ci sarebbero almeno dieci dei suoi in posizioni “certe”, oltre ad altri cinque di FI “vicini” ai Circoli della Libertà. “Dieci nomi? No, quelli sicuri sono cinque”, replicano però fonti parlamentari azzurre. Solo martedì, quando saranno rese pubbliche tutte le candidature, si saprà chi ha ragione. Mara Carfagna sarà testa di serie in “Campania2″, Franco Frattini (che chiude la sua esperienza di commissario europeo) in Friuli e Lamberto Dini solo terzo al Senato (nel Lazio) alle spalle di Marcello Pera e di Maurizio Gasparri. Stefano Caldoro e Alessandra Mussolini saranno rispettivamente i numeri tre e quattro in Campania: Carlo Giovanardi capolista in Senato in Emilia Romagna. Fabrizio Cicchitto sarà il numero quattro dopo Gianni Alemanno (An) in “Lazio 1″, mentre nel Lazio 2 il testa di lista sarà l’azzurro Rocco Crimi e al numero quattro compare Giorgia Meloni.
Entrano con tutto il loro peso anche governatori come Roberto Formigoni e Giancarlo Galan, oltre all’ex Enzo Ghigo, che capeggiano al Senato le liste delle rispettive regioni. E per palazzo Madama gli altri posti di capolista vengono affidati ai massimi esponenti del Pdl, da Pisanu a Schifani, da Pera a Matteoli, con qualche nome forte a livello locale come il ligure Musso, mentre in Campania si presenta l’ex governatrice di Nassiriya Barbara Contini.
Una quarantina gli uscenti che non saranno ricandidati: alcuni di questi hanno ”rinunciato”, mentre altri sono stati esclusi per un ”necessario rinnovamento”. Fra i parlamentari esclusi dalle liste ci sono sicuramente i senatori Alfredo Biondi, Lino Jannuzzi e Egidio Sterpa. Fuori anche Antonio Martuscello e Dario Rivolta. Potrebbe invece farcela il senatore di An Nino Strano su cui proprio Forza Italia aveva posto il veto. Stessa situazione per un altro senatore di An, Domenico Gramazio. Non ci sarà Daniele Capezzone, l’ex segretario dei radicali che ruppe con il centrosinistra e che però assicura che continuerà a sostenere il Pdl.
Per quanto riguarda i piccoli partiti confluiti nel Pdl, sono 25 i posti sicuri loro assegnati. Fra questi, quattro per i Liberal Democratici di Lamberto Dini (lui compreso). Confermati tutti gli uscenti (quattro) della Democrazia Cristiana per le Autonomie di Gianfranco Rotondi più alcuni considerati ”border line”. Tre i candidati certi di Carlo Giovanardi, più uno considerato ”possibile”. Un solo nome in lista, oltre al suo, per Alessandra Mussolini. E solamente Sergio De Gregorio per il Movimento Italiani nel Mondo, più un candidato in posizione “incerta”. Due, infine, i posti per il movimento dei pensionati di Carlo Fattuzzo.
- Lunedì 10 Marzo 2008
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Commenti
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Il 10 Marzo 2008 alle 17:24 Campagna elettorale: se vince il partito del non prometto niente » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La corsa tra partiti unici e la fine delle “grandi coalizioni”? No. La gara a chi candida i nomi più noti o i personaggi più rappresentativi? Neanche. La vera sorpresa della campagna elettorale 2008 è il tormentone del “non si possono fare miracoli”, del “dipende dalla congiuntura economica”, del “faremo alcune cose, altre si vedrà”: insomma, la (quasi) totale assenza di promesse da parte dei candidati premier in gara. [...]
Il 10 Marzo 2008 alle 17:27 fercas ha scritto:
No caro Berlusconi, così non ci siamo! Candidare un fascista impentito come Ciarrapico è stato un grave errore, anzi un erroraccio, e mi fa specie che tu lo abbia commesso visto che ti ritieni più furbo ed intelligente degli altri. Così come altro errore, seppur meno grave, è stato candidare tal Versace: che ci azzecca costui? Forse si occuperà della vestizione dei parlamentari? Domando.
Cordialità.
Il 11 Marzo 2008 alle 10:20 Ciarrapico divide il Pdl e inguaia il Cavaliere » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] A poche ore dalla presentazione delle liste dei candidati, scoppia nel Pdl il “caso Ciarrapico”. L’editore-imprenditore romano, ex braccio destro di Giulio Andreotti, in un’intervista a La Repubblica afferma di “non aver mai rinnegato il fascismo” ed è subito bufera. Immediata la reazione sdegnata del centrosinistra e della comunità ebraica. Walter Veltroni spera che “si tratti di un’autocandidatura e non di una cosa seria”, mentre Fausto Bertinotti definisce queste frasi “imbarazzanti per chi lo mette in lista, proponendosi di governare il Paese”. Durissimo l’ex deportato di Auschwitz, Piero Terracina che legge in queste parole “la vera anima della destra italiana” e la dimostrazione che “il fascismo non è morto ed è massicciamente presente in una delle maggiori formazioni politiche italiane”. Acido anche Pier Ferdinando Casini: “Tutto ciò conferma che il Pdl si colloca nella destra populista”. Ma lo scontro coinvolge soprattutto il Popolo delle Libertà. Se Paolo Bonaiuti si dice “stufo di una sinistra che pensa di essere moralmente superiore”, Fiamma Nirenstein, la nota giornalista ebrea anche lei new entry nelle liste Pdl, annuncia di essere “incompatibile con chi si professa ancora fascista”. Anche Alessandro Ruben (candidato berlusconiano, presidente dell’Antidefamation league in Italia) chiede chiarezza. Ma la reazione più nervosa viene dal numero due del partito, Gianfranco Fini che prima rivela di essere estraneo alla scelta di candidarlo, scaricando di fatto ogni responsabilità su Berlusconi, quindi invita l’ex re delle acque minerali a ritirarsi. “Se Ciarrapico è davvero un fascista convinto” osserva nel pomeriggio in un gazebo a Piazza del Popolo “si dovrebbe ritirare dalla competizione elettorale perché fu Mussolini a giudicare le elezioni dei ludi cartacei”. Pochi minuti dopo giunge la smentita: “Il mio pensiero - spiega “er Ciarra”, com’era chiamato a Roma negli anni ‘80 - è stato forzato. Ho aderito al fascismo da giovane ma ho sempre condannato la perdita della democrazia e le leggi razziali”. Chiarimento accolto con sollievo dallo stesso Fini (”Precisazione molto, molto, molto opportuna. Se l’avesse fatto prima” commenta a caldo “avrebbe risparmiato a tutti le polemiche di queste ore”), ma che non basta alla Lega: “È opportuno che Ciarrapico” esorta Umberto Bossi “faccia un passo indietro se non vuole danneggiare la coalizione”. Invito però subito respinto al mittente: “Bossi mi chiede di ritirarmi? Si tratta di una sua idea personale, che non trova motivi validi perché io l’accolga”, replica Ciarrapico. Sul caso, sostengono alcune fonti, si sarebbe consumato un conflitto tutto interno al Pdl tra falchi e colombe. Stavolta, però, a vestire i panni del duro sarebbe stato Gianni Letta, il principale sponsor dell’operazione, forte della tesi che grazie a questa candidatura al Senato nel Lazio il Pdl potrebbe togliere molti voti alla Destra di Francesco Storace, consensi preziosi per acquisire l’ambitissimo premio di maggioranza nella regione. Contro questa impostazione chi, invece, fa osservare che un’eccessivo spostamento a destra del partito potrebbe far pagare un prezzo alto tra l’elettorato moderato del resto del Paese, in particolare nel Nord dove l’antifascismo resta un valore spesso irrinunciabile. Secondo alcuni, lo stesso Silvio Berlusconi non avrebbe affatto gradito i giudizi di Ciarrapico e sarebbe stato sul punto di chiedergli di fare un passo indietro. Ipotesi però sfumata in favore di una soluzione di mediazione, cioé la diffusione di una nota in cui l’imprenditore in prima persona torna a precisare il suo pensiero, mentre conferma di essere, alla scadenza delle 20, regolarmente in lista: “Sono un cittadino fedele della Repubblica italiana e quindi” scrive “della democrazia che la regola. Per quanto riguarda il passato, come giustamente ha detto Gianfranco Fini, è qualcosa che attiene alla memoria storica. Le leggi razziali furono una ignominia purtroppo subita, ancora una volta mi sento onorato del fatto che la mia famiglia abbia protetto negli anni bui del ‘44 una delle più importanti famiglie israelite in Roma: questo è ciò che conta”. Ed è proprio ciò che conta per dare il via libera definitivo alla sua candidatura, sarà il numero 11 nella lista del Lazio per il Senato della Repubblica. [...]
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