
11 marzo: data da ricordare per il Pd. È caduto un “muro”. Anzi due.
Il primo è quello che, secondo il candidato premier del Pd, Walter Veltroni, divideva il Nord-est e il centrosinistra riformista. Muro che ora non c’è più, butta lì speranzoso l’ex sindaco di Roma, che sta tentando di creare dal nulla un rapporto con il popolo delle partite Iva, anche grazie alla candidatura nel Pd di Massimo Calearo.
Il secondo muro si potrebbe definire “psicologico”. Un velo, ma di un certo peso. E anche questo è caduto, tolto. Sempre da Veltroni, che prima a Vicenza poi a Padova ha ufficialmente preso le distanze dal governo Prodi e dalla variegata maggioranza che lo sosteneva. E infatti lo si sente dire: “la colpa” della distanza tra Nord-est e Pd “è del vecchio centrosinistra”. Ora, dice l’ex sindaco di Roma, l’abbattimento di quelle barriere “non so se si tradurrà subito in un risultato elettorale, ma ciò che importa è che sia caduto”.
11 marzo, data simbolo per i democratici italiani: è il giorno della riconciliazione tra la sinistra riformista e gli imprenditori della locomotiva d’Italia. Certo non è come la caduta del Muro di Berlino, ma dal punto di vista della strategia elettorale veltroniana è un punto molto importante. Messo a segno (guarda caso) a soli due giorni dall’addio alla politica annunciato da Romano Prodi.
Come se, con il Professore fuorigioco, Veltroni si trovasse di colpo con le mani e le parole più libere. Come se ormai avesse trovato il coraggio di osare, di non nasconere più le colpe dell’Unione nel fin qui farraginoso dialogo tra il centrosinistra e gli elettori storicamente attratti da Berlusconi e Bossi: “Nel Nord-est c’è delusione verso la destra, perché le cose non sono cambiate anche se hanno governato per cinque anni. Inoltre c’è stato il nostro cambiamento, con una separazione consensuale della sinistra che permette a tutti di non essere più costretti a mediare”.
Una strategia che finora era stata solo abbozzata dal leader democratico. Un’operazione in crescendo, perseguita giorno dopo giorno. Dalla candidature di Matteo Colaninno in avanti, fino a quella di Massimo Calearo (il “falco” di Federmeccanica, secondo la Sinistra Arcobaleno). E se, sui tabelloni pubblicitari che tappezzano le città , le scritte e gli slogan del Pd sono piuttosto evocativi ma senza impegni concreti (invitano gli elettori a “voltare pagina”, a “uscire dal caos”, a “cambiare l’Italia”), da oggi l’operazione di rimozione, nei confronti del governo precedente e dell’Unione prodiana, appare più incisiva. Parla di “colpe” Veltroni, quasi a liberarsi di un peso, di fronte alla platea (numerosa, “nonostante l’orario e il giorno settimanale”, dice orgoglioso il candidato democratico) dell’auditorium vicentino. Che infatti non contesta, semplicemente ascolta. E resta anche fredda di fronte alla stretta di mano tra il proprio rappresentante Calearo e Paolo Nerozzi, sindacalista della Cgil (entrambi in lista per i democratici).
Unici a protestare: i circa cinquanta dissidenti del presidio “No Dal Molin” che attendono il segretario del Pd all’uscita: “Venduto, venduto”, urlano. Ma si sa: i duri che a mesi si oppongono alla costruzione della nuova base militare sono più vicini alla sinistra radicale. Che Veltroni, con il muro ormai caduto, oggi si è lasciato alle spalle.
Lo aspettano per un aperitivo, dove a brindare alla svolta veltroniana, di imprenditori non se ne sono visti tanti.
- Mercoledì 12 Marzo 2008
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