Vincere male nelle regioni rosse. Se l’obiettivo del Partito democratico fosse quello di ripetere al Senato, ma rovesciato, lo scenario della scorsa legislatura, Walter Veltroni dovrebbe augurarsi un’affermazione meno brillante del previsto nelle roccheforti della sinistra. È uno degli strani effetti speciali prodotti dalla legge elettorale e dal riassetto della geografia politica in questa consultazione. Chiuse le liste, i partiti tornano a occuparsi della materia reale del contendere: i voti e gli effetti che la nascita delle due galassie (Pd e Pdl) e di altre piccole costellazioni (Udc+Rosa bianca e Sinistra arcobaleno) avrà sulla distribuzione dei posti in Parlamento.
Partiamo da quest’ultimo aspetto. Nelle elezioni del 2006 solo due coalizioni presero seggi e nessuna delle altre 19 liste riuscì ad assicurarsi un posto a Montecitorio e a Palazzo Madama. Allora l’Unione e la Casa delle libertà si spartirono la torta. Due anni dopo, la crostata sul tavolo è sempre la stessa, ma le coalizioni in grado di conquistare seggi teoricamente sono quattro: Pdl, Pd, Sinistra Arcobaleno e Udc.
I sondaggi mostrano in netto vantaggio il Popolo della libertà sul Partito democratico e disegnano un Parlamento dove né Fausto Bertinotti né Pier Ferdinando Casini possono influenzare più di tanto l’esito finale. Ma la corsa è ancora lunga e probabilmente questo distacco (oggi intorno ai 10-9 punti) si ridurrà in vista della data del voto. La vittoria del Pdl per ora non sembra in discussione, ma se fosse in corso una guerra, il generale Veltroni dovrebbe lasciar perdere il campo di battaglia della Camera e dedicare i suoi sforzi sul Senato.
Per fare cosa? Guardando i sondaggi, Veltroni non può impedire a Berlusconi di vincere con i voti ma può puntare a un quasi pareggio dei seggi grazie agli effetti paradossali del premio regionale (voluto dall’allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi) e degli sbarramenti. Non stravincere nelle regioni rosse e affermarsi in quelle in bilico per il Pd sarebbe la ricetta migliore per pareggiare al Senato e poi giocarsi un secondo tempo nel confronto con il Pdl di Berlusconi. Si tratta di scenari all’attenzione dei due grandi partiti: le simulazioni tengono conto dell’attuale dinamica dei voti e del gradimento degli elettori. Il paradosso è che la coalizione di Berlusconi (Pdl+Lega+Mpa) con un vantaggio di 2,5-3 milioni di voti al Senato potrebbe trovarsi di fronte a due scenari diversi, proprio per effetto degli sbarramenti dei premi della legge elettorale. In pratica il Pdl, che è in testa nei sondaggi, ha di fronte a sé quattro categorie di regioni:
1. Le regioni dove vince con il 55 per cento degli eletti, come Lombardia (26 seggi), Veneto (15) e Sicilia (15), o anche di più (in questo caso i seggi diventano 29, 16, 16) e questo dipende dal risultato dei terzi poli, cioè se superano l’8 per cento.
2. Le regioni dove la vittoria è sicura ma i seggi non variano: Piemonte (12 seggi), Friuli Venezia Giulia (4), Campania (17) e Puglia (12).
3. Le regioni incerte: quelle dove il Pd è in vantaggio (Liguria, Marche e Abruzzo) e quelle dove il Pdl è in testa (Lazio, Calabria e Sardegna). Regioni dove si può conquistare il massimo dei posti in palio, o perdere e vedersi attribuiti tutti i seggi destinati all’opposizione oppure vedersi costretti a dividerli con Udc e Sinistra arcobaleno.
4. Le regioni perse: Emilia-Romagna, Toscana e Umbria per il Pdl sono out e i seggi per gli sconfitti probabilmente saranno da dividere con Bertinotti.
La previsione migliore consegna un’affermazione netta del Pdl e un Parlamento dove ci sono solo due grandi partiti. Sarà questa la fotografia di Camera e Senato la sera del 14 aprile? “Al momento, sulla base dei sondaggi, è plausibile pensare che il Senato assuma una conformazione quasi perfettamente bipartitica con due grossi gruppi parlamentari” prevede il costituzionalista Salvatore Vassallo, candidato in Emilia-Romagna alla Camera per il Pd.
Fondamentale sarà il risultato finale di Bertinotti e Casini: se superassero la soglia dell’8 per cento in alcune regioni, il Senato potrebbe ritrovarsi con una maggioranza risicata. Vassallo illustra questa possibilità, per ora solo teorica: “Certo, c’è un possibile paradosso: il Senato rischia di rimanere in bilico se uno dei due principali partiti perde voti rispetto ai concorrenti interni, cioè se il Pdl cede troppi voti al centro in alcune regioni in cui vince e se il Pd cede voti alla Sinistra arcobaleno nelle regioni dove è forte. Paradossalmente, il Pd avrebbe un vantaggio (se volesse giocare sull’incertezza del risultato) a vincere peggio in Toscana, Umbria, Emilia e Marche a vantaggio della Sinistra arcobaleno. Il Pd in quel caso comunque otterrebbe il premio, però i seggi residui verrebbero divisi tra sinistra e Pdl e in questo modo nell’aggregato nazionale il Pdl rischierebbe di restare sotto la maggioranza o comunque di arrivare in una situazione di quasi pareggio”.
Situazione da brivido che Gaetano Quagliariello, professore di teoria e storia dei partiti politici alla Luiss di Roma, candidato al Senato in Toscana per il Pdl, non vede alle porte: “Non credo a questa ipotesi e la tendenza di questa campagna elettorale non lo fa pensare. Se è sempre più chiaro che votare per il governo significa votare per il Pdl o per il Pd, dobbiamo ancor più impegnarci a far capire agli elettori che in alcune regioni votare per un piccolo partito di centro o di destra significa gettare il voto dalla finestra. Né la Destra della Santanchè e di Storace né il centro di Casini e Baccini hanno la possibilità di superare la soglia dell’8 per cento nelle regioni decisive, mentre un voto al Pdl può servire a dare stabilità e forza a un’esperienza di governo. In ogni caso noi non potremmo mai fare quello che ha fatto la sinistra, cioè non considerare per pregiudizio ideologico la realtà dei fatti”.
La partita finale non sarà semplice. Berlusconi e Veltroni devono confrontarsi con le forze intermedie che possono intercettare i loro voti e sono a un bivio. Per affermare il modello bipartitico a cui si ispirano devono tagliare i cespugli sul piano politico (cosa fatta, in parte) ma anche sul piano elettorale, perché in caso contrario a perderci sarebbero entrambi.
Il Cavaliere avrebbe il problema a Palazzo Madama di una vittoria netta di voti e un quasi pareggio di seggi, mentre Veltroni di fronte a un risultato deludente vedrebbe il suo modello di Pd e la sua leadership traballare al primo giro di giostra.

- Lunedì 17 Marzo 2008

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Commenti
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Il 17 Marzo 2008 alle 17:14 Corrado Buccieri ha scritto:
E’ un bel gioco,però per chiunque vince
la partita….la perdita sarà sempre
dell’elettore.E’ un mio pensiero.
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