
L’acceso diverbio che ha contrapposto negli ultimi giorni esponenti del Pdl e del Pd sul tema del futuro delle missioni militari italiane ha avuto se non altro il merito di portare alla ribalta della campagna elettorale la questione della sicurezza e del ruolo dei nostri soldati in Libano, Afghanistan e Kosovo (dove, nelle ultime ore, la situazione si sta facendo sempre più calda). Temi delicati, del tutto inadatti a conquistare consensi e che fino a ieri erano rimasti ai margini del dibattito politico pre-elettorale.
Prima era stato Gianfranco Fini a sollevare la questione affermando che in caso di vittoria del Popolo della Libertà verrebbe ridotto il contingente italiano in Libano e potenziato quello in Afghanistan. L’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, in un’intervista ha ipotizzato il ritiro dei caschi blu italiani dal Libano, l’abrogazione dei limiti imposti dall’Italia all’impiego delle truppe schierate in ambito Nato in Afghanistan e un maggiore impegno militare in Iraq dove l’Italia schiera ancora circa 150 istruttori per l’esercito e la polizia locale.
Affermazioni personali non condivise neppure da Silvio Berlusconi ma che hanno scatenato richieste di chiarimenti da parte del governo libanese e risposte polemiche dal Pd e dalla Sinistra -Arcobaleno con il ministro della Difesa Arturo Parisi e quello degli Esteri Massimo D’Alema che accusano il centrodestra di confusione guerrafondaia.
In realtà i problemi sollevati sono reali e si tratta di nodi destinati a venire molto presto al pettine in Afghanistan come in Libano. A inizio aprile al summit di Bucarest la Nato chiederà nuovamente all’Italia più truppe e soprattutto un più aggressivo impiego delle forze per contrastare la penetrazione dei talebani che dalla provincia meridionale di Helmand si spingono nel settore occidentale a comando italiano. A Farah e Herat sono in arrivo rinforzi e presto il contingente italiano verrà riorganizzato e concentrato proprio in quell’area ma il prossimo governo dovrà decidere se abrogare i caveat che impediscono alle truppe di condurre azioni offensive.
In Libano la missione dell’Onu posta sotto comando italiano è fallita non portando a termine nessuno dei compiti prefissati. Hezbollah e le altre milizie (incluse quelle di al-Qaeda) non sono stati disarmati, i confini siriani da dove provengono le armi non sono neppure presidiati e i due militari israeliani presi in ostaggio dai miliziani del Partito di Dio nel 2006 non sono mai stati liberati.
Gli stessi caschi blu, a dispetto del numero elevato (13.000 dei quali 2.600 italiani) obbediscono a un mandato Onu che vieta loro persino di perquisire edifici o veicoli se non richiesto dall’esercito libanese che però si guarda bene dal creare problemi agli uomini di Hezbollah.
Per questo, anche se un ritiro totale sarebbe politicamente imbarazzante e forse inattuabile, l’Italia potrebbe però prendere atto del fallimento di Unifil e ridurre la presenza militare in Libano a qualche centinaio di soldati racimolando così le risorse umane e finanziarie necessarie a rafforzare il sempre più caldo fronte afghano. Anche perché, paradossalmente, l’Italia schiera più truppe e mezzi da combattimento in Libano, dove non può impiegarli in combattimento, che in Afghanistan dove invece sono sempre più necessari.
- Lunedì 17 Marzo 2008
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Commenti
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Il 17 Marzo 2008 alle 17:23 vincenzo.m. ha scritto:
“La missione dell’O.N.U. posta sotto comando italiano è fallita non portando a termine nessuno dei compiti prefissati”.
Facendo riferimento ai militari italiani è opportuno rivolgerci loro con rispetto e profonda stima, diversamente da quando ci relazioniamo a coloro che decidono politicamente le modalità delle missioni.
Se osserviamo il caso Alitalia non possiamo sentirci fieri della lungimirante capacità intellettuale logistico strategica della nostra classe politica: re Mida trasformava in oro tutto quello che veniva sottomesso alla sua mano, i nostri dirigenti trasformano in disastro tutto ciò che amministrano. Da decenni chi rappresenta l’Italia ha espresso l’immensa capacità politica di non assumere una decisione: ecco la ragione dei fallimenti e dell’immagine poco credibile che però ha consentito ad una classe dirigenziale di sopravvivere per lungo tempo. La nuova maggioranza che uscirà dalle elezioni, il PDL ovvero il dott. Silvio sig. Berlusconi, dovrà finalmente dire da che parte l’Italia vorrà porsi. Gli italiani vorranno essere posti al corrente, dell’orientamento della sua classe politica, con maggiore chiarezza e visibilità verso chi l’Italia ritiene siano i suoi alleati e dove l’Italia ritiene di avere relazioni di interesse anche economico.
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