In un’afosa mattina di metà agosto Chiara Poggi, 26 anni, viene trovata morta nella sua villetta di Garlasco con la testa fracassata. Sette mesi dopo, lo scorso martedì 18 marzo, sono cominciate nel dipartimento di medicina legale dell’Università di Pavia le analisi su sette capelli che la ragazza stringeva nella mano destra. Si riparte da capo? “Ci mancherebbe… Ma non vogliamo tralasciare alcuna ipotesi” corregge Alfonso Lauro, procuratore di Vigevano. Fatto sta che gli altri capelli trovati nella medesima mano erano già stati analizzati dal Ris di Parma, che non era riuscito a estrarne il dna.
Il celebrato reparto di investigazioni scientifiche è stato nei fatti escluso dal nuovo incarico? “Illazioni” replica infastidito il procuratore. “Avevamo solo bisogno di specialisti che nel Ris ci sono, ma non a livello universitario. Quindi abbiamo preferito dare altrove la consulenza”.
Comunque sia, l’omicidio di Garlasco ha mostrato i limiti della scienza applicata alle indagini. La nuova consulenza sui capelli di Chiara Poggi è solo l’ultimo episodio di un’inchiesta cominciata male e mai finita. Panorama ne svela, per la prima volta, tutti i passi falsi.
Le dubbie tracce di sangue sui pedali della bici di Alberto Stasi, fidanzato della vittima e unico indagato; le impronte digitali che il ragazzo avrebbe lasciato sul portasapone; l’inquinamento della scena del crimine; il giallo della riesumazione di Chiara Poggi: tutti elementi che gettano pesanti ombre su uno dei casi di cronaca nera più misteriosi degli ultimi tempi.
A partire proprio da quei capelli che adesso Carlo Previderè e Gabriella Peloso hanno il compito di analizzare “entro 60 giorni”: questo scrive il pm Rosa Muscio, titolare delle indagini, nel verbale di conferimento dell’incarico. I due genetisti dovranno estrapolare il profilo genetico e poi confrontarlo con tutte le persone coinvolte nell’inchiesta: da Stasi fino alle cugine di Chiara, Paola e Stefania Cappa.
Nella relazione tecnica del Ris, inviata alla procura di Vigevano il 16 novembre, si parla di “reperto 10-A”: una “ciocca di capelli, lunghi circa 20 centimetri, variamente imbrattati di sangue, verosimilmente relativi alla vittima”. Tutti “privi di radici e quindi non utili” per estrarre il “dna nucleare”. I tecnici del Ris infatti annotano: “Nessun prelievo effettuato”. Saranno adesso i biologi dell’Università di Pavia a fare quegli accertamenti che hanno meritato appena quattro righe di ragguagli.
Ben più ponderosa la mole di lavoro sulla bicicletta marrone di Stasi. Il 24 settembre 2007 viene inviata alla procura di Vigevano una “relazione preliminare” con l’accertamento sui pedali: “Ha permesso di ottenere un profilo genetico riconducibile, al di là di ogni ragionevole dubbio, alla vittima”. Sui pedali vengono scoperte delle piccolissime crosticine rosso-brunastre: “Sottoposte al Combur test, per la diagnosi generica della natura ematica delle tracce, hanno fornito esito positivo”. Secondo il Ris, su quei pedali c’è il sangue di Chiara Poggi. Se ne convince anche Rosa Muscio che, sulla base di quella relazione, arresta Stasi.
Il giorno seguente, il 25 settembre, il reparto scientifico dell’arma manda una “nota tecnica” sugli esami del giorno prima: “Risultati”, ammette il documento, comunicati senza “procedere a ulteriori accertamenti”. C’è di più; il 24 settembre quelle tracce sono considerate senza dubbio di sangue, tanto da convincere il pm a spiccare il decreto di fermo per Stasi. Un giorno dopo la posizione del Ris è più sfumata: “Il profilo genetico relativo alla vittima” è solo “con elevata probabilità riconducibile a sangue”. Le certezze che hanno portato in galera l’ex fidanzato di Chiara Poggi sono scomparse.
Il 27 settembre Francesco Maria Avato, consulente tecnico di Stasi, invia le sue osservazioni alla procura. Il professore di medicina legale dell’Università di Ferrara spiega che le analisi del Ris non dimostrano “la presenza di emoglobina”. Quindi non consentono “la qualificazione di una determinata traccia come ematica”.
Stasi viene scarcerato il 28 settembre, il giorno dopo la relazione di Avato. Il gip di Vigevano, Giulia Pravon, considera “insufficienti” gli indizi raccolti. Quello sui pedali potrebbe non essere sangue: un dubbio del resto legittimato anche dalla formula usata dal Ris nella nota del 25 settembre: “Elevata probabilità”.
Potrebbe essere invece saliva, dicono i difensori di Stasi. Una divergenza di opinioni che ricorda il caso di Cogne. Per il Ris quello trovato sulle pantofole di Anna Maria Franzoni era sangue; per altri periti era solamente sudore.
In un ipotetico libro sui punti oscuri dell’indagine, un capitolo a parte, anche questo voluminoso, meriterebbero le impronte. A cominciare da quelle digitali. Due di queste sarebbero per l’accusa un’ulteriore prova a carico di Stasi: due ditate sul dispenser del sapone nel bagno al piano terra. Nella parte della consulenza tecnica dedicata agli accertamenti dattiloscopici si legge: “Appare comunque suggestivo che le uniche impronte dell’indagato, oltre a quelle rinvenute sul cartone per il trasporto della pizza, siano state evidenziate proprio sull’erogatore del sapone liquido, davanti al quale ha sostato l’omicida con le scarpe fortemente imbrattate del sangue della vittima”.
Due tracce che però, probabilmente, non reggerebbero in un processo. Per la giurisprudenza italiana, un rilievo dattiloscopico ha valore probatorio certo solo quando ha 16 punti (detti minuzie) in comune con l’impronta di una persona. Però una delle presunte tracce dell’anulare destro di Stasi ha solo 13 minuzie: quindi non ha “utilità giuridica”. L’altra ne ha 17. “È un’interpretazione forzata” ammette, dietro l’anonimato, un esperto di dattiloscopia in servizio al Ris. “I punti utili in quell’impronta non sono più di una decina”.
Oltre ai segni che avrebbe lasciato Stasi, sulla scena del delitto sono state trovate molte altre impronte. Nella consulenza tecnica c’è una lunga tabella: dieci sono del fratello di Chiara Poggi, due del padre, tre di un falegname che, qualche giorno prima dell’omicidio, aveva fatto dei lavori nella villetta di via Pascoli. Il documento firmato dal Ris conferma: oltre a Stasi, “tutte le restanti impronte sono state attribuite alla vittima, ai suoi familiari, a un operaio”, ma pure “al personale che ha effettuato i primi accessi alla scena del crimine”. Cioè i carabinieri.
Quattro tracce sono del capitano Gennaro Cassese, che guida la compagnia di Vigevano. Una è del colonnello Giancarlo Sangiuliano, a capo del comando provinciale di Pavia. C’è poco da sorprendersi: nessuno ormai crede più alla scientifica rappresentata nelle fiction, in cui ogni cosa funziona alla perfezione. La scena del crimine viene immediatamente preservata, in attesa dell’arrivo degli uomini in tuta e sovrascarpe bianche. A volte, invece, i primi momenti di un’indagine possono essere molto convulsi.
Non dovrebbe accadere, però un movimento maldestro può sfuggire. Ma a Garlasco è accaduto molto di più. Lo descrive nei dettagli la stessa relazione del Ris. “Numerose tracce per deposizione ematica” si trovano sul pavimento del soggiorno, in direzione del corridoio, dove Chiara Poggi fu presumibilmente trascinata e poi spinta giù per le scale della cantina. Tracce di sangue con “un medesimo disegno”: “che ricorda nella forma la lettera greca lambda”. Segni che, viene specificato, non appartengono né a suole di scarpa e nemmeno ai “depositi lasciati dalla cassa mortuaria”.
Invece: “L’originaria posizione del divano, così come ripreso dall’Arma territoriale di Pavia all’atto del primo sopralluogo, era parzialmente sovrapposta all’area in cui sono state osservate le tracce lambda”. Significa che il sofà è stato spostato con poca accortezza. Infatti, questi residui possono riferirsi “alle prime attività sulla scena del crimine, allorquando il sangue della vittima non era completamente coagulato”.
Ma pure dopo l’intervento del reparto scientifico dell’Arma sembra che le cose non siano migliorate. Il segno del palmo destro ritrovato sul portone è del maggiore Marco Pizzamiglio, vicecomandante del Ris di Parma. E gli uomini ai suoi ordini non fanno apparentemente di meglio. Altre tracce nell’ingresso e nel corridoio “esibiscono una caratteristica suola a carro armato, tipica delle calzature pesanti, nonché di quelle militari”. Tracce che “devono ragionevolmente riferirsi all’azione di riporto delle calzature del personale di questo reparto intervenuto durante i precedenti sopralluoghi”. Cioè il Ris di Parma.
Un’abbondanza di reperti che stride con il più imprevedibile dei paradossi. Il 20 agosto, una settimana dopo il delitto, la salma di Chiara Poggi viene inaspettatamente riesumata. I tecnici del Ris devono prendere le impronte digitali sul cadavere. Nelle prime, concitate, fasi dell’inchiesta qualcuno aveva dimenticato di farlo.
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Commenti
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Il 24 Marzo 2008 alle 21:03 angelo41 ha scritto:
Da un pò di anni in qua le analisi scientifiche hanno sostituito, quasi totalmente, le indagini “come si facevano una volta”. Certamente aiutano a capire la tecnica del delitto, ma vanno integrate in un contesto studiato
e verificato col supporto di riscontri, testimonianze e soffiate, cose che solo personale di esperienza e “fiuto”
può fare. Aridatece il commissario Maigret.
Il 25 Marzo 2008 alle 11:34 nhico ha scritto:
L’incompetenza elevata a metodo di indagine scientifica e il senso del ridicolo sotto le suole delle scarpe. Ma nessuno dei nostri eroi che percorrono in lungo ed in largo la nostra penisola in cerca di voti ha speso una sola parola su questa giustizia zoppa e arruffona.
Il 25 Marzo 2008 alle 12:58 squitty ha scritto:
PEr me la questione é assai semplice…
l’incompetenza sia de Ris e verosilmente di qualche PM…
le assunzioni in Italia rimangono e sono clienterali a discapito della competenza e preparazione professionale
Il 27 Marzo 2008 alle 15:26 Ris nel mirino: i superesperti finiscono sotto inchiesta » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] La Procura militare di Roma sta indagando sulle consulenze tecniche effettuate negli ultimi anni dal Ris di Parma comandato da Luciano Garofano. I reati ipotizzati sono abuso d’ufficio, falso e peculato. Lo scrive Panorama nel numero in edicola da venerdì 28 marzo. L’inchiesta, condotta del sostituto procuratore militare Giovanni Barone, è partita lo scorso novembre. Sono già stati interrogati ufficiali e sottufficiali in servizio nel Reparto di investigazioni scientifiche dei carabinieri. L’inchiesta riguarda gli accertamenti scientifici che molte procure hanno affidato al Ris di Parma, comprese le indagini su famosi casi di cronaca degli ultimi anni, tra cui Garlasco, Erba e le Bestie di Satana. Secondo la Procura, molte consulenze tecniche affidate “ad personam” sarebbero state in realtà svolte da altri militari durante l’orario di servizio, in contrasto con la legge. La Procura militare di Roma sta approfondendo anche il meccanismo di pagamento che i carabinieri del Ris di Parma avrebbero percepito con questo sistema per verificare eventuali illeciti. Nelle prossime settimane, scrive Panorama, alcuni militari del reparto potrebbero essere iscritti nel registro degli indagati. [...]
Il 30 Novembre 2008 alle 14:39 HTTP500 2.0 » Delitto di Garlasco: i Ris di Parma ha scritto:
[...] Confusione a Garlasco. Alcune anziane residenti vogliono sapere se il Ris di Parma è meglio di quello di Vercelli. [...]
Il 30 Novembre 2008 alle 14:40 HTTP500 2.0 » Delitto di Garlasco: il Ris di Parma ha scritto:
[...] Confusione a Garlasco. Alcune anziane residenti vogliono sapere se il Ris di Parma è meglio di quello di Vercelli. [...]
Il 24 Dicembre 2008 alle 18:47 L’alfabeto per leggere il 2009. Chi sale e chi scende nel nuovo anno » Panorama.it - Italia ha scritto:
[...] A come Amanda. Sarà l’anno dei processi alle facce d’angelo. Ai (presunti) bravi ragazzi che hanno monopolizzato per mesi le cronache giudiziarie. Biondi, giovani, efebici, come Raffaele Sollecito e Amanda Knox, accusati di aver ucciso la studentessa inglese Meredith Kercher. O come Alberto Stasi, rinviato a giudizio per l’omicidio della fidanzata, Chiara Poggi. Gli esiti dei processi sono tutt’altro che scontati. Ma è certo che catalizzeranno un’attenzione mediatica spasmodica. A Perugia le udienze cominceranno il 16 gennaio. Quel giorno il presidente della Corte d’assise, Giancarlo Massei, deciderà se il dibattimento avverrà a porte chiuse, come chiedono i familiari di Meredith, o se sarà pubblico. In aula peseranno gli elementi scientifici: le tracce di Amanda nella villetta di via della Pergola e quelle di Raffaele sul reggiseno dell’inglese. I testimoni che avrebbero visto i “fidanzatini diabolici” la notte del delitto non sembrano infatti troppo attendibili: ricordi vaghi e tardivi i loro, che non dovrebbero incidere granché. Stesso copione per il giallo di Garlasco. Il 24 febbraio ci sarà l’udienza preliminare, probabile preludio al processo. Anche in questo caso l’accusa si basa soprattutto su indizi scientifici: quelli raccolti dal Ris di Parma. E su una perizia che afferma: la mattina in cui dice di avere scoperto il corpo di Chiara, per Stasi era impossibile non sporcarsi le scarpe di sangue. Consulenti l’un contro l’altro armati: un canovaccio giudiziario sempre più frequente, che a molti fa rimpiangere le indagini tradizionali. Quelle in cui una prova puzzava di intuito, notti insonni e sigarette. (Antonio Rossitto) [...]
Il 17 Dicembre 2009 alle 19:25 Zione ha scritto:
Dal Blog Italia di Panorama.
Il 16 Dicembre 2009 alle 18:19 Zione ha scritto:
Che per questa dolce e sventurata Chiara, sia fatta giustizia; ricordandosi ed evitando l’anabasi di Cogne.
In questo processo, non notandosi reciproca avversione politica fra le parti, come purtroppo verificatosi in altre circostanze e dal supplemento di indagini fatte giustamente eseguire ad integrazione, dal Magistrato
inquirente, si può ragionevolmente ritenere che è stato onestamente e coraggiosamente espletato tutto il possibile, per acclarare questa dolorosa e complicata tragedia e pertanto la gente della strada, spera che non vi sia di nuovo un’allucinante conclusione (ancora temporanea ?) come quella di Cogne; dove quasi certamente il piccolo Samuele è morto per un’ aneurisma cerebrale,
così come affermato dal primo momento da specialisti del ramo e quindi auspica che in caso di condanna non si accampino come prove, blateramenti e supponenze, ventisette (o più ?) sopraluoghi del Ris, esperimenti dell’ F.B.I., cassetta con foto (fra le prime fatte) cancellate per registrarne altre (possibile per risparmio di un paio di Euro in un caso che è costato miliardi ?), farneticazione demenziali, calunnie ai difensori, perizie di cervelloni vari con astronomiche parcelle, mastodontici onorari e Faraoniche spese dissanguatrici del Popolo, e via dicendo; ma che ci siano prove concrete, tangibili e riscontrabili; in modo da non ripetere questa Barbarie.
Stralcio dalla Sentenza di conferma della condanna; che oltre a distinguersi per strafalcioni e corbellerie, Crocifigge una Mamma Sfortunata (e la sua Famiglia),
ottenendo solo di aumentare il Pateracchio con queste cervellotiche arzigogolazioni:
“… LA RICOSTRUZIONE DEL FATTO IN TERMINI DI CERTEZZA TALI DA ESCLUDERE LA PROSPETTABILITA’ DI OGNI ALTRA RAGIONEVOLE SOLUZIONE, MA NON ANCHE DI ESCLUDERE LA PIU’ ASTRATTA E REMOTA DELLE POSSIBILITA’ CHE, IN CONTRASTO CON OGNI E QUALSIVOGLIA VEROSIMIGLIANZA ED IN CONSEGUENZA DI UN IPOTETICO, INUSITATO COMBINARSI DI IMPREVISTI E IMPREVEDIBILI FATTORI, LA REALTA’ DELLE COSE SIA STATA DIVERSA DA QUELLA RICOSTRUITA IN BASE AGLI INDIZI DISPONIBILI …”
A questo punto e in attesa dell’Imminente (Profonda) Riforma di questa giustizia, è necessario ricordarci di Viviani in Totonn’e Quagliarell : “… quann è arrivat l’ora, s’add calà o sipario; pezzient o milionarij, s’add arricettà …”. (Boja fauss, l’è andait !!!).
Il 16 Dicembre 2009 alle 22:17 enrico fumagalli ha scritto:
Lo specialista dell’aneurisma cerebrale,era il medico del paese. la prima accorsa che non seppe darsene ragione e tirò fuori la castronata smentita immediatamente, quindi quel commento del cavolo termina con pezzenti e milionari, la santa donna non era pezzente tanto da permettersi un Taormina che ricorse pure in prove false ma astuto com’è riuscì svincolarsi. Se non furono trovate tracce di fantasmi o uomini neri non poteva essere che la persona presente, era lei e di li non si scappa. Su Gerlasco non occorrono altre prove, se uno entra in casa di una persona cara, istintivamente corre a soccorrerla senza badare di sporcarsi o meno di sangue e non dà un’occhiata per poi andarsene sicuro che sia morta.
Difficile da bere, altro diavoletto travestito da angelo ma non troppo furbo,se si imbrattava e chiamava i soccorsi standole vicino, forse se la cavava meglio, nemmeno per una persona estranea uno si allontana senza accertarsi se ha bisogno di aiuto,salvo che sia una belva e il ragazzino sembra proprio una belva. Freddo com’è non è certo il sangue ad impressionarlo.
Il 17 Dicembre 2009 alle 18:44 Zione ha scritto:
Garlasco, assolto Alberto Stasi — Decisione del gup di Vigevano.
Il gup di Vigevano, Stefano Vitelli, ha assolto Alberto Stasi nel processo per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa a Garlasco il 13 agosto del 2007. Il processo è stato celebrato con rito abbreviato.
L’assoluzione è stata data “per non aver commesso il fatto”. Il pubblico ministero Rosa Muscio aveva chiesto la condanna di Stasi a 30 anni di reclusione.
La sentenza di assoluzione è stata emessa in base all’articolo 530, secondo comma del codice di procedura penale, il quale stabilisce che deve essere pronunciata sentenza di assoluzione “quando manca, è insufficiente o è contraddittoria la prova” che l’imputato abbia commesso il fatto.
Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa nella sua villetta di via Pascoli a Garlasco, in provincia di Pavia. Era stato il fidanzato Alberto Stasi, allora 24enne laureando alla Bocconi, a dare l’allarme. Entrando dalla porta socchiusa, aveva detto di aver camminato sul pavimento sporco di sangue, per scopre il cadavere sulle scale che portano in taverna.
Contro di lui secondo il pubblico ministero di Vigevano, c’era un quadro indiziario “grave e preciso” che in effetti aveva portato all’arresto il 24 settembre, a più di un mese dal delitto. Il giudice per le indagini preliminari, Giulia Pravon, però, non aveva convalidato il fermo scarcerando il giovane dopo quattro giorni.
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