Archivio di Aprile, 2008

Cossiga: Quello che non ho mai detto sui 55 giorni del sequestro Moro

Il presidente Francesco Cossiga in via Fani, rende omaggio ad Aldo Moro | Ansa
Francesco Cossiga vede in anteprima, con Panorama (la cronaca sul numero in edicola da giovedì 1° maggio), Aldo Moro. Il presidente (della TaoDue Film), che andrà in onda su Canale 5 il 9 e l’11 maggio. E nell’occasione racconta particolari inediti sui 55 giorni del rapimento dello statista ucciso dalle Brigate rosse. “Centrale è il ruolo del Vaticano” ricorda Cossiga.
“Ma anche intorno a questo passaggio cruciale bisogna aggiungere un nuovo pezzo di verità: ho sempre creduto che don Antonello Mennini, allora suo confessore, attualmente nunzio apostolico in Russia, abbia incontrato Moro prigioniero delle Br per raccogliere la sua confessione prima dell’esecuzione dopo la condanna a morte. Come ministro dell’Interno allora mi sentii giocato. Mennini ci scappò. Seguendolo avremmo potuto trovare Moro. Ma ancora oggi il Vaticano è riuscito a fare in modo che Mennini non potesse essere interrogato mai da polizia e carabinieri”.

Nell’intervista a Panorama, Cossiga svela anche un’altra verità, questa volta politica: “Durante i 55 giorni siamo stati a un passo dalla rottura con il Pci. La politica della fermezza voluta dal governo di unità nazionale concedeva alla famiglia di Moro la piena libertà di trattare per la liberazione, ma mai direttamente con le Br. Attraverso la Caritas, la Croce rossa, Amnesty international oppure il Vaticano, l’Onu… Ma un certo punto venne da me Enrico Berlinguer, insieme a Ugo Pecchioli, il suo ministro degli interni, per dirmi: “Adesso basta, abbiamo detto che non si tratta e non si tratta”.
In confidenza, poi, Pecchioli si preoccupò di informarmi che se si fosse trattato di pagare molti soldi sarebbe stato meglio non lo dirlo prima, così il Pci avrebbe potuto protestare senza però arrivare alla rottura politica. Tutto questo nel film non c’è”.

Guardando lo sceneggiato televisivo, il presidente emerito della Repubblica è rimasto colpito soprattutto dall’interpretazione che Michele Placido fa dello statista ucciso dalle Br. “Placido fissa per sempre nell’immaginario televisivo un Moro idelebile” commenta. “Ma devo dire che il più verosimile di tutti mi è sembrato Benigno Zaccagnini. Uguale!”.

Cedeva i 3 figli per giochi erotici di gruppo, arrestata una madre a Palermo

[i](Credits: Ansa)[/i]

La polizia ha scoperto a Palermo un giro di abusi sessuali di cui erano vittime tre fratellini, tutti con meno di 10 anni. I fatti si sarebbero verificati a Ballarò, un quartiere popolare della città. I poliziotti hanno eseguito quattro provvedimenti cautelari che riguardano un diciassettenne e tre maggiorenni, tutti accusati di violenza sessuale di gruppo. Le ordinanze sono state emesse dal gip del Tribunale per i Minorenni di Palermo, Valeria Spatafora, e dal gip del Tribunale di Palermo, Maria Pino, su richiesta dei sostituti procuratori Francesca Lo Verso e Alessia Sinatra.

Fra le persone arrestate c’è anche la madre 30enne dei tre piccoli che subivano le violenze e poi una coppia, marito e moglie, di 25 e 24 anni, titolare dell’abitazione in cui si sarebbero verificati gli abusi. Una delle bambine, già ospite di una casa famiglia, ha avuto il coraggio di rivelare agli assistenti sociali alcuni segreti fino ad allora sottaciuti. La casa della coppia di coniugi, secondo gli investigatori, sarebbe stata nel corso del tempo luogo di abituale frequentazione per la piccola e la madre e soprattutto teatro di giochi erotici spinti cui, nel migliore dei casi, i fratellini sarebbero stati costretti ad assistere.

Strumento di coinvolgimento per i bambini ai “giochi sessuali di gruppo” sarebbe stato il gioco dell’obbligo e della verità realizzato con la classica bottiglia che a conclusione del suo giro avrebbe stabilito il destinatario dell’abuso perpetrato dalla coppia di coniugi ed addirittura dalla madre delle vittime. Secondo gli investigatori, gli indagati all’interno dell’abitazione non si sarebbero limitati ai giochi sessuali ma avrebbero anche fumato sostanze stupefacenti ed avrebbero visionato film pornografici, sempre in presenza dei minorenni. Le dichiarazioni delle vittime sono state vagliate da operatori e psicologi infantili che in conclusione ne hanno attestato l’attendibilità.

Camera, Fini presidente: “Onorare i valori del 25 aprile e del 1 maggio”

Il neo eletto presidente della Camera dei Deputati Gianfranco Fini durante il suo primo intervento nell'aula di Montecitorio | Ansa
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Il leader di An ha ottenuto la maggioranza assoluta con 335 voti. Alla votazione hanno partecipato 611 deputati. La maggioranza richiesta era di 306 voti. Oltre ai 335 voti di Fini, sette consensi sono andati a Daniele Marantelli del Pd. Tre i voti dispersi, 259 le schede bianche (era annunciata l’astensione di gran parte della minoanza: Pd, Idv e Udc), sette le nulle. Un applauso scrosciante dell’aula di Montecitorio ha salutato il raggiungimento del quorum, che portava Fini a diventare il tredicesimo presidente della Camera dei deputati, dal 1948. Da Giovanni Gronchi a Fausto Bertinotti, sono stati infatti dodici i suoi predecessori nelle nelle passate quindici legislature. Ben cinque di loro sono poi diventati presidenti della Repubblica (Gronchi, Leone, Pertini, Scalfaro e Napolitano).
Dopo un “doveroso omaggio” alle figure del capo dello Stato e di Papa Benedetto XVI, seguito da un richiamo alle radici cristiane dell’Italia, Fini nel suo primo discorso dallo scranno più alto di Montecitorio ha invitato la nuova Assemblea a dimostrare che “i deputati non sono solo una casta di privilegiati. Questo e’ possibile solo con i fatti”. Facendo suo l’auspicio del presidente del Senato Renato Schifani, Fini ha aggiunto che “non siamo all’anno zero” delle riforme, molto è stato fatto ma “la XVI legislatura dovrà essere per davvero legislatura costituente”.
“Avere istituzioni più moderne e più vicine ai cittadini è interesse di tutti, rappresenta un autentico interesse nazionale”, ha detto Fini, augurando che si possa ripartire dal lavoro degli ultimi mesi della Commissione Affari Costituzionali, sul superamento del bicameralismo perfetto e per avere un “federalismo solidale”.
Completo grigio chiaro e cravatta rosa, su camicia bianca, Fini ha preso la parola, per il suo discorso di insediamento, tra i palchi della presidenza:il 25 aprile e il 1 maggio, ha detto, “devono essere giornate condivise da tutto il popolo italiano”. “Celebrare la ritrovata libertà del nostro popolo e la centralità del lavoro nell’economia è un dovere a cui nessuno si può sottrarre. Specie se vogliamo vivere il 25 aprile e l’1 maggio come giornate in cui si onorano valori autenticamente condivisi e avvertiti come vivi e vitali da tutti gli italiani e in particolare dai più giovani”.
Secondo Fini “negli ultimi anni molti passi avanti nella giusta direzione sono stati compiuti, e dalla quasi totalità delle forze politiche. Coloro che si ostinano a erigere steccati di odio o a negare le infamie dei totalitarismi sono pochi, quanto isolati nella coscienza civile degli italiani”. Fini ha poi sottolineato: “La ricostruzione di una memoria condivisa, una sincera pacificazione nazionale, nel rispetti della verità storica, tra vincitori e vinti di ieri sono traguardi ormai raggiunti, anche per il nobile e coraggioso impegno di due Presidenti della Repubblica: Francesco Cossiga e Carlo Azeglio Ciampi”.
“Un’insidia alla nostra libertà e alla democrazia esiste tutt’ora. Non viene dalle ideologie antidemocratiche del secolo scorso ormai superate, ma dal diffuso e crescente relativismo culturale”. Si tratta, prosegue Fini, della convinzione secondo cui “la libertà è assoluta pienezza di diritti e totale assenza di regole. La Libertà è minacciata quando in suo nome si teorizza l’impossibilità di definire ciò che è giusto e ciò che è sbagliato”. Secondo Fini, è responsabilità della politica e delle istituzioni rispondere a questa “minaccia”, puntando “sull’educazione dei giovani e sulla diffusione del sapere”. Infine un capitolo dedicato alla “perdurante tragedia delle cosiddette morti bianche offende la coscienza di ognuno, non può e non deve essere considerata come ineluttabile, ma deve generare uno sforzo comune a tutte le istituzioni perché ad essa si ponga rapidamente fine”.

Un discorso lungo 14 minuti, che ha mandato “in soffitta” l’appellativo “deputati” usato da Fausto Bertinotti e da Irene Pivetti per tornare al tradizionale “Onorevoli colleghi”. Fini ha un testo, cosa inusuale per lui, normalmente abituato a parlare a braccio, e ha incassato diciassette applausi. Il primo ad andare a congratularsi è il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini; il predecessore lo raggiunge sulle scalette del banco della presidenza e gli porge la mano, che Fini stringe. Tutto lì: nessun abbraccio e nessuna frase di circostanza. Quindi l’abbraccio dei deputati del Pdl. Nella sala del governo il “passaggio delle consegne” con Fausto Bertinotti: dopo essersi intrattenuto per qualche minuto con il suo successore, giusto il tempo per un brindisi, Bertinotti si congeda senza rilasciare dichiarazioni ma solo stringendo le mani ai funzionari della Camera e augurando a tutti un buon lavoro. Nel frattempo, si continua a brindare: c’è Berlusconi, poi fra gli altri giungono Massimo D’Alema, Arturo Parisi e tanti altri parlamentari, soprattutto del Pdl.
Gli arriva anche una telefonata di auguri da Walter Veltroni dalla clinica romana in cui èricoverato per un piccolo intervento. Finito lo champagne, si va a lavorare. Accompagnato dal segretario generale della Camera Ugo Zampetti e dal nuovo portavoce Fabrizio Alfano, Fini va al primo piano di Montecitorio e prende possesso del suo ufficio.
Nel pomeriggio la visita al Quirinale, poi qualche giorno di riposo fino a martedì, quando a Montecitorio si tornerà a votare per eleggere l’ufficio di presidenza.

Il VIDEO servizio:

Padova, maestra insulta bambine col velo islamico: sospesa

[i](Credits: [url=http://www.flickr.com/photos/15635500@N00/428785618/]Resmi 17[/url] by Flickr)[/i]

Una maestra di una scuola elementare di Padova è accusata di vessazioni psicologiche nei confronti degli alunni, in particolare delle bambine, che sarebbero state prese in giro dall’insegnante per il loro aspetto fisico e apostrofate con frasi sprezzanti perché troppo grasse o perché coperte dal velo islamico. La maestra è stata sospesa dall’insegnamento in via cautelare, in attesa dei risultati dell’ispezione disposta dalla dirigente dell’Ufficio scolastico regionale Carmela Palumbo su segnalazione della preside.

E mentre gli ispettori sono ancora al lavoro, il Consiglio di disciplina dell’Ufficio scolastico provinciale, come riporta Il Mattino di Padova, si è espresso per la sospensione della maestra fino alla fine dell’anno. “Si tratta di un caso nato da segnalazioni su molteplici ’strani’ comportamenti da parte dell’insegnante su cui sono in corso gli accertamenti”, precisa Palumbo, escludendo però che si tratti di un caso di discriminazione etnica o religiosa. Gli “sfottò” della maestra - una donna quarantenne descritta come molto appariscente e dall’abbigliamento ritenuto poco consono ad un insegnante - avrebbero infatti avuto come bersaglio bambine italiane e straniere, prese di mira per la loro femminilità “mortificata” dal velo, ma anche dai chili di troppo, con frasi offensive nei riguardi delle piccole alunne “ciccione” e di due bimbe islamiche apostrofate con un “toglietevi ’sto velo”.

Ma la formazione di estrema destra Forza Nuova ha risposto chiedendo le dimissioni della dirigente scolastica del Veneto, che ha sospeso la maestra. Forza Nuova dà una propria versione dell’accaduto, sostenendo che l’insegnante sarebbe stata ingiustamente sospesa dall’incarico “per aver espresso ‘disappunto’ sul velo islamico indossato da alcune bambine extracomunitarie”.

Alla Camera la prima volta di un uomo di destra: Fini presidente di Montecitorio

Il presidente di An, Gianfranco Fini
Gianfranco Fini è il nuovo presidente della Camera. Dopo le tre fumate nere di martedì 29, per salire allo scranno più alto di Montecitorio al leader di An bastava la maggioranza assoluta. Appena raggiunto il quorum necessario di 316 voti, dall’Aula si è levato un forte applauso. Alla fine della conta i voti a favore del leader di An sono giunti a 335.
Cravatta rosa, completo grigio chiaro. Così il futuro presidente della Camera, si è presentato a Montecitorio nel giorno della sua elezione. “Sono un po’ emozionato” ha confidato prima dello spoglio “ma credo sia normale. Ma sono anche uno freddo di carattere”, ha aggiunto subito dopo, colorando l’affermazione con un “sono un Capricorno”. Fini, che si è trattenuto a chiacchierare con Roberto Calderoli mentre in Aula è in corso la prima chiama, si è poi lasciato andare ai ricordi e, in particolare, alla prima volta “che varcai il portone” che conduce all’emiciclo. “Era l’83″ racconta “e c’erano Almirante e Berlinguer…”.

Venticinque anni sono passati, da allora: Fini ne aveva 31. E tante cose in politica sono cambiate. Anche grazie a lui. Già perché Fini è l’uomo delle svolte, o degli strappi. Ed è anche il leader che ha portato gli eredi del Movimento sociale al governo, primo ministro degli Esteri post missino, ora primo presidente della Camera di destra, terza carica dello Stato.
Per dirigere Montecitorio, si sa, bisogna avere polso e sangue freddo. La sua immagine pubblica si nutre da anni di queste caratteristiche: serio, certo, ma capace anche di sparigliare.
Ancora oggi, in An, si ironizza sull’outing giamaicano: “Anch’io ho provato uno spinello, è successo in Giamaica insieme ad alcuni amici”, confessò un giorno da Fazio. Non convinse tutti quando aggiunse: “Sono stato rimbecillito per due giorni”. Altre conseguenze, ben più dolorose, le provocò il suo annuncio sul referendum sulla procreazione assistita: rompendo il fronte dell’astensione nel centrodestra, e per di più votando tre “sì” ai quesiti, provocò un terremoto che mise a repentaglio la sua stessa leadership nel partito.
L’uomo degli strappi, informa Wikipedia, nasce a Bologna nel 1952 . Studia all’istituto magistrale, si laurea in Psicologia, diventa giornalista professionista. Intanto fa politica, si trasferisce a Roma, a 25 anni assume la guida dei giovani del Msi, proclamato segretario del Fronte della Gioventù. Vive al fianco di Giorgio Almirante, che lo sceglie presto come suo delfino. Intanto il trentunenne Fini entra in Parlamento, sempre nel ramo di Montecitorio, per non uscirne più: dalla nona alla tredicesima legislatura, poi ancora nella quindicesima, in mezzo l’incarico di vicepresidente del Consiglio nel secondo governo Berlusconi, tra i costituenti alla Convenzione europea, ministro degli Esteri dal novembre 2004.

Gianni Alemanno, Francesco Storace, Gianfranco Fini in una foto d'archivio del 1996
Fini con Storace e Alemanno

Vent’anni, tanto è durato il suo regno sul Movimento sociale prima, su Alleanza nazionale dopo. Un solo incidente di percorso, nel gennaio del 1990: Pino Rauti gli strappa la guida del partito, ma l’avvicendamento dura solo un anno e mezzo. Due anni dopo, a pochi giorni dal ballottaggio per il Comune di Roma nel quale è candidato contro Francesco Rutelli, la strada di Fini si incrocia con quella di Silvio Berlusconi. “Se votassi a Roma, sceglierei Fini”, disse il Cavaliere, sancendo quello che per tutti divenne lo ’sdoganamento’. Un percorso che passa per l’esperienza di governo del ‘94, la svolta di Fiuggi nel 1995, i viaggi in Israele, la denuncia degli errori del fascismo, la netta condanna delle leggi razziali. Svolte digerite a volte con fatica dal partito, a volte con addii: da quello di Pino Rauti a quello di Francesco Storace, passando per Alessandra Mussolini.

Svolta è stata anche la caparbia volontà di andare verso la grande famiglia popolare europea, le “roptures” alla Sarkozy per rimodulare in chiave di modernità tutte le parole d’ordine della destra: patria, famiglia, identità, sicurezza, giustizia sociale, lotta al crimine, meritocrazia. E poi le battaglie su temi etici, droga, laicismo, la proposta choc del voto agli immigrati, l’appoggio a sorpresa alla fecondazione assistita. Fino alla nuova strategia politica, con la scelta di sciogliere Alleanza Nazionale nel Popolo delle Libertà (che un congresso ratificherà entro l’anno o al massimo nei primi mesi del 2009) e di archiviare quindi il simbolo, dove ancora arde minuscola la Fiamma in campo bianco azzurro.

Della sua passione per le immersioni, si sa. Come si sa che Fini è reduce dalla recente separazione con Daniela Di Sotto, sposata nel 1988, con la quale nel 1985 ebbe la sua prima figlia, Giuliana. Nel novembre 2007 viene resa pubblica la relazione con Elisabetta Tulliani: a dicembre è nata Carolina.

Camere con vista: sarà un Parlamento senza ali estreme e meno costoso

La porta di Montecitorio | Ansa
Over 50 (è di 53,35 anni l’età media dei deputati e dei senatori della XVI legislatura) e le deputate saranno più delle senatrici; più accessibile ai disabili; con un Aula senza estreme, espressione di una geografia politica di fatto rivoluzionata dal voto; con meno gruppi parlamentari; un po’ meno costoso del passato. Si presenta così la XVI legislatura del Parlamento repubblicano, che da domani mattina inizia con l’elezione dei presidenti di Camera e Senato.
Ecco qualche curiosità che emerge dalla lettura dei dati statistici disponibili. Dati che non sono ancora incompleti e che possono cambiare, soprattutto alla Camera. Mancano, infatti, quelli relativi ai 112 deputati e ai nove senatori che subentreranno ai 19 colleghi di Montecitorio e ai nove di Palazzo Madama che sono stati eletti in più collegi dopo che comunicheranno la circoscrizione in cui avranno scelto di essere eletti.
L’età media dei senatori che martedì parteciperanno alla prima seduta è di 56,5 anni, più bassa dei 57,89 anni della precedente, ma più alta dei 56,48 anni della legislatura 2001-2006. L’età media dei 512 deputati proclamati ad oggi è invece di 50,2 anni.
La deputata più giovane è la siciliana Daniela Cardinale (Pd), che ha 26 anni. Il più giované, pure lui siciliano, è Nino Minardo (Pdl) che ha trent’anni. I più anziani a Montecitorio sono Mirko Tremaglia (81) e Margherita Boniver (70). A Palazzo Madama, la più anziana è Rita Levi Montalcini (99 anni appena compiuti), mentre il più giovane è Massimo Garavaglia, che ha da poco quarant’anni.
Sui 312 senatori censiti, gli uomini sono 259 (83,01%), le donne 53 (16,99%). Alla Camera il calcolo é ancora possibile solo a livello di proiezione: con questo calcolo, le donne dovrebbero essere circa il 22%.
Sono 77 i senatori sotto i 49 anni (62 uomini, 15 donne), 139 quelli tra i 50 e i 59 (116 uomini, 23 donne), 57 i senatori quelli tra i 60 e i 69 anni (57 uomini, 12 donne) e 27 gli over 70 (24 uomini, 3 donne). Alla Camera, sempre calcolando sui 512 fino ad oggi proclamati, sono cinque i deputati tra i 25 e i 29 anni (nella scorsa legislatura era solo uno), 71 tra 30 e 39 (erano 46), 172 tra 40 e 49 (erano 176), 176 tra 50 e 59 (erano 250), 88 over 60 (erano 157).
Sono 92 i senatori al primo incarico parlamentare (vale a dire quasi un terzo del totale). Quelli confermati dal voto del 13-14 aprile sono 147. Sono invece 49 i senatori provenienti dalla Camera. Fra questi Sandro Bondi, Emma Bonino, il ministro uscente Vannino Chiti, Maurizio Gasparri, Carlo Giovanardi, Giuseppe Lumia, Nicola Rossi, Francesco Rutelli (candidato sindaco a Roma) e Silvio Sircana, portavoce del presidente del Consiglio uscente Romano Prodi. Anche in questo caso, è più difficile il calcolo alla Camera. Le matricole a Montecitorio sono fino ad ora 225, e 287 sono i deputati rieletti.
La scomparsa dei partiti della sinistra radicale e dell’estrema destra, che non hanno raggiunto il quorum richiesto o hanno corso con il Pdl, determina una ‘rivoluzione’ che si rispecchierà anche in Aula. Dopo la prima seduta “free seating”, toccherà ai gruppi parlamentare dopo la loro costituzione spartirsi gli spazi per il resto della legislatura. E allora, è presumibile che il Pd occupi tutta l’ala sinistra dell’Emiciclo, compresi i seggi fino ad ora usati da Prc, Pdci e Sd, mentre Idv, Udc e Lega restino nel settore centrale e nell’ala destra si sistemi il Pdl.
La drastica riduzione dei gruppi parlamentari, (da 28 in totale a poco più di dieci, praticamente dimezzati dal voto del 13 e 14 aprile), comporterà risparmi cospicui per i bilanci del Senato e della Camera: che potrebbero arrivare, per entrambi i rami del Parlamento, a poco più di 11 milioni di euro annui.

Governo futuro: partiti in pressing su Berlusconi. Che chiede a tutti buonsenso

Silvio Berlusconi alla Camera | Ansa
Tirato per la giacchetta da tutte le parti, contrariato dalle indiscrezioni dei giornali sugli eccessivi appetiti dei partiti della maggioranza, Silvio Berlusconi chiede a tutti, alleati e giornalisti, un passo indietro per consentirgli di lavorare serenamente alla squadra di governo.
La giornata d’apertura della XVI legislatura non inizia benissimo. Il Cavaliere deve prendere le difese del fido Gianni Letta: “C’è n’è uno solo, facente parte della squadra, che è indispensabile. Voi pensate che si chiami Silvio Berlusconi, invece si chiama Gianni Letta. Tutti gli altri sono fungibili”. Letta, ha assicurato il Cavaliere, sarà sottosegretario a Palazzo Chigi con tutti i poteri. “Non c’è nessuna diminutio, è lui che ha scelto di non fare il vicepresidente del Consiglio perché avrebbe potuto aiutarmi di meno, invece sarà per cinque anni al mio fianco. Letta è un regalo di Dio”. Prosegue la giornata, parlando della composizione dell’esecutivo che verrà. La squadra di Governo non sarà rivista in favore del Carroccio. “Ma siete usciti di testa? Cos’é questa storia di Rosi Mauro? Siete inventori di favole”. E quando un parlamentare azzurro gli si avvicina per ricordargli che Fi tiene molto al dicastero del Welfare, Berlusconi replica secco: “Non ditelo a me, dovete chiederlo ad An”. Ed ecco perchè, quando alcuni minuti dopo i giornalisti tornano alla carica, il Cavaliere perde le staffe: “Ho letto di Rosi Mauro. Altri posti alla Lega? Ma siete fuori? La vittoria di Roma, oltre che ad Alemanno, la dobbiamo a Fi e alle 19 interviste che ho fatto. Che c’entra la Lega?”.
Toni e parole davvero insoliti per Berlusconi. Segno che qualcosa lo ha innervosito. Forse le indiscrezioni sul suo più fidato consigliere: “C’è una sola persona indispensabile a Palazzo: Gianni Letta, che sarà sottosegretario alla presidenza del Consiglio con tutte le deleghe”, ci tiene a precisare infatti il Cavaliere, confermando che non ci saranno vicepremier. Poi, rivolto ai giornalisti, li accusa: “Imparate a fare il vostro lavoro” al posto di “inventare favole”.
Dopo essersi calmato, Berlusconi azzarda una possibile data per il giuramento (fra il 9 e il 10 maggio) e annuncia una colazione di lavoro proprio sul futuro esecutivo, ma senza precisare con chi. Prima di lasciare Montecitorio, però, incontra Roberto Maroni e gli chiede di parlare. Si chiudono in una saletta dove qualche minuto dopo arriva anche Gianfranco Fini. Mezz’ora di colloquio e i tre escono. Berlusconi va a fare una passeggiata. Il malumore sembra un ricordo. Scherza coi cronisti e assicura: “Con gli alleati non ci sono problemi”.
Intanto, però, è Umberto Bossi a parlare. Nonostante l’appello del Cavaliere alla moderazione, il linguaggio è come al solito, colorito. Il primo avviso è per l’opposizione: “Non so cosa vuole la sinistra, noi siamo pronti. I fucili sono sempre caldi. Se vogliono lo scontro, noi abbiamo trecentomila uomini sempre a disposizione. Se vogliono accomodarsi… ma mi auguro che scelgano la via delle riforme”. Ce l’ha con il Pd, però forse anche con qualche alleato. “Siamo qui per il federalismo e per cacciare i clandestini” annuncia “e questa è l’ultima occasione: o si fanno le riforme e scoppia il casino”.
Alleanza Nazionale tace. Ma da via della Scrofa, informalmente, fanno sapere che An non intende lasciare il Welfare, nonostante la vittoria di Gianni Alemanno. E che, anzi, Fini avrebbe già comunicato a Berlusconi il nome di chi dovrà sostituire il neo-sindaco di Roma e in pole position vi sarebbe il suo portavoce, Andrea Ronchi.
Ciò, unito al nervosismo di Berlusconi e ai paletti di Bossi, dimostra come la partita del governo sia tutt’altro che chiusa. Certo, alcune caselle sembrano ormai aggiudicate: Giulio Tremonti all’Economia, Franco Frattini agli Esteri, Calderoli alle Riforme/Attuazione del programma, Bossi al Federalismo, Maroni agli Interni, La Russa alla Difesa, Luca Zaia all’Agricoltura, Altero Matteoli alle Infrastrutture, Mariastella Gelmini all’Istruzione, Sandro Bondi ai Beni Culturali, Raffaele Fitto agli Affari Regionali. Tutte le altre poltrone, però, restano ballerine: Elio Vito, in lizza per la Giustizia, potrebbe ad esempio essere spostato ai Rapporti col Parlamento; ma Claudio Scajola non vorrebbe andare a via Arenula preferendo le Attività produttive e quindi servirebbe un sostituto. Il Welfare potrebbe essere spacchettato, come estrema ratio, in Lavoro e Solidarietà sociale, con quest’ultimo ad An (magari a Giorgia Meloni), ma è solo un’ipotesi. Allo stesso modo, per l’Ambiente circolano i nomi di Stefania Prestigiacomo, ma anche quello di Michela Vittoria Brambilla. Per non parlare dei dicasteri senza portafogli, per i quali i nomi si sprecano.
Insomma, la squadra può “ancora cambiare”; e fra chi conosce bene Berlusconi c’è chi scommette che sarà così fino all’ultimo minuto utile.

Alla Camera il giorno di Fini: “Uomo di parte, ma garante di tutti”

Il leader di Alleanza Nazionale, Gianfranco Fini, durante la prima seduta della XVI legislatura | Ansa
Montecitorio torna al voto per l’elezione a presidente di Gianfranco Fini, dopo le tre fumate nere della giornata inaugurale. Oggi è richiesta solo la maggioranza assoluta e il leader di An non avrà problemi a succedere a Fausto Bertinotti, sullo scranno più della Camera, come terza carica dello Stato. Ma nonostante tutto: “È una giornata come un’altra”, provava a minimizzare Fini, nelle ore in cui i deputati della neo convocata sedicesima legislatura votavano per la sua elezione.

Emozione a parte, il presidente di An ha già buttato giù il primo discorso da leggere dopo la sua nomina. Una copia è stata inviata al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che ne ha apprezzato l’obiettivo di creare un “clima di dialogo” e , stando alle anticipazioni, tra le righe di Fini, ci sarebbe infatti un chiaro invito alla collaborazione. Da almeno dieci giorni Fini dedica parte della propria giornata alla stesura del testo.

Il leader di An ricorderà la sua storia, non nasconderà a tutti i costi il proprio “imprinting” di destra, ma assicurerà all’Aula che la sua sarà una presidenza imparziale, non sbilanciata né “di parte”. Fini pronuncerà un discorso che secondo qualcuno potrebbe essere considerato speculare a quello pronunciato da Luciano Violante il giorno del suo insediamento sullo scranno più alto di Montecitorio, quando parlò di guerra civile e riconobbe ragioni e torti di entrambe le parti. Fini, dunque, secondo quanto trapela dovrebbe riconoscere in Aula (implicitamente o esplicitamente) il valore di chi combattè per Salò, ma sottolineare anche il valore e le ragioni storiche della Resistenza, facendo anche un elogio al 25 aprile, con l’obiettivo di favorire il percorso di pacificazione nazionale.
Del resto, il presidente in pectore di Montecitorio ha già detto che intende svolgere il suo ruolo di terza carica dello Stato da “uomo di parte, ma garante di tutti e imparziale”.
Nel giorno d’inizio legislatura, ha incontrato Berlusconi e Bossi, discutendo con loro della squadra di governo. Ha stretto la mano allo sconfitto Walter Veltroni alla buvette di Montecitorio e insieme hanno fissato un colloquio per i prossimi giorni. Tra le varie chiamate fatte e ricevute, quella di congratulazioni a Renato Schifani, eletto oggi presidente del Senato. E dopo aver assistito per diverse ore alle lunghe operazioni di voto, all’ora di pranzo è tornato a via della Scrofa, dove trascorre le sue ultime ore da presidente di An in compagnia di Gianni Alemanno e Andrea Ronchi.

Diventando il primo presidente della Camera di destra della storia repubblicana, dovrà lasciare infatti la presidenza del partito, che ha mantenuto per 21 anni consecutivi (salvo la breve parentesi di un anno della segreteria Rauti) passando dal Msi ad Alleanza Nazionale, che dopo un ultimo congresso (gestito da un comitato politico) è destinata a sciogliersi nel Popolo della Libertà. Ad ascoltarlo pronunciare il suo primo discorso da presidente della Camera potrebbe esserci la figlia più grande, Giuliana, nata dal suo matrimonio con Daniela Di Sotto, dalla quale Fini è separato dalla scorsa estate. Sicuramente invece non ci sarà la piccola Carolina, nata a dicembre dalla sua unione con Elisabetta Tulliani.

Il VIDEO servizio:

Spifferi dal Transatlantico
Ingiustizia, di Maurizio Tortorella
Uno contro tutti, di Carlo Puca
Gattopardi,
Il voltagabbana, di Paolo Guzzanti
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Politicamente (S)corretta, di Annalisa Chirico
Giuseppe Cruciani
 
 
 
 
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Il video del direttore, di Giorgio Mulè
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L'editoriale, di Giorgio Mulè
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