Allarme tra gli agenti: troppi i suicidi nelle carceri italiane

Un secondino con in mano un mazzo di chiavi in carcere di massima sicurezza | Ansa
64 in 10 anni(1997/2007), già 4 nel 2008. Tanti sono agenti di Polizia penitenziaria che si sono tolti la vita. I numeri, allarmanti, sono stati diffusi dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria secondo cui “si tratta di un fenomeno sostanzialmente comune a tutte le Forze di Polizia”. “È certo che l’amministrazione penitenziaria non può restare inerte di fronte al drammatico fenomeno dei suicidi che, negli ultimi mesi, si sono verificati tra gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria”, ha affermato il capo del Dap, Ettore Ferrara, nel corso dell’incontro che si è tenuto con le organizzazioni sindacali, alla presenza del ministro della Giustizia Luigi Scotti, per discutere della particolare situazione di disagio vissuta dagli appartenenti alla Polizia penitenziaria, dopo gli ultimi due casi di Biella e Matera. I suicidi si sono verificati sia al nord che al sud, ma raramente all’interno della sede di servizio: dal 2006 ad oggi solo 1 caso su 13. Le cause, secondo quanto riferito dal Dipartimento, sono legate soprattutto a problemi finanziari, sentimentali, dolore per la perdita di un familiare, preoccupazione per una diagnosi infausta. Insomma personali. Tuttavia, sottolinea il Dap, “sembrerebbe emergere che i recenti episodi di suicidi di appartenenti alla Polizia Penitenziaria, benché verosimilmente indotti dalle ragioni più varie e comunque strettamente personali, sono, in taluni casi, le manifestazioni più drammatiche e dolorose di un disagio derivante da un lavoro difficile e carico di tensioni”.
Leggermente diversa la lettura del drammatico fenomeno che dà Eugenio Sarno, segretario della Uil Penitenziari: “Oggi il sistema penitenziario paga la fase post-indulto perché‚ non sono state attivate quelle misure strutturali che pure erano state annunciate. Noi non intendiamo strumentalizzare le tragedie di queste ultime settimane ma non puó non trovare attenzione l’avvento esponenziale dei suicidi”.
Sindacati e ministero si sono invece trovati d’accordo sulle soluzioni, di medio e lungo termine, per “mettere in campo un programma articolato di interventi” con l’obiettivo di migliorare la qualità dei vita degli agenti, mettere in rete le esperienze maturate in questo ambito all’interno delle Forze di Polizia e coinvolgere le forze politiche perché adottino interventi concreti.
Si parte dalla creazione di un call center per il sostegno in situazioni di disagio; all’istituzione di un osservatorio nazionale per l’analisi dei bisogni e l’individuazione delle soluzioni più adeguate; all’individuazione di “spazi per il rafforzamento di strumenti psicologici atti fronteggiare situazioni di stress e di bourn out”.

Commenti

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Il 10 Aprile 2008 alle 16:33 polpen ha scritto:

La Polizia Penitenziaria fa parte delle ‘Forze di Polizia’. E’ una vergogna continuare a chiamare ’secondini’ gli appartenenti al Corpo.

Il 10 Aprile 2008 alle 17:17 sappe ha scritto:

Dispiace che un prestigioso settimanale come Panorama, pur affrontando un tema così delicato per il quale sarebbe necessario possedere quantomeno un’adeguata informazione, definisca ’secondini’ gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
Permetteteci di rilevare che nelle oltre 200 carceri italiane non lavorano “guardie carcerarie“ o “secondini”, bensì appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.

Secondino e guardia carceraria sono spregevoli appellativi, per altro in disuso da decenni, con cui, fin troppo spesso, la stampa definisce gli agenti che operano nel sistema carcere.

Questi gli esiti della ricerca etimologica di Roberto Bartoloni, storico dell’Enciclopedia italiana. Secondino è diminutivo di secondo, termine che può avere accezione sia di sostantivo sia di aggettivo e deriva dal latino secundus “che segue, che viene immediatamente dopo”. Accompagnato a un sostantivo, il termine da luogo a locuzioni che individuano una persona posta gerarchicamente dopo qualcuno che, in una organizzazione qualsiasi, occupa il posto di comando: pensiamo, per esempio, al famoso secondo pilota che – a bordo di un aeroplano – è colui che affianca il comandante. In certi casi l’aggettivo diventa così significativo da sostantivizzarsi, facendo decadere l’uso del sostantivo vero e proprio: è il caso della locuzione il secondo (di bordo), che nelle navi militari ha sempre designato l’Ufficiale più elevato in grado dopo il Comandante. Lo stesso dovette succedere per il nostro secondino, termine che – rinforzato dal diminutivo –ino aggiunto dai detenuti in senso dispregiativo – originariamente indicava colui che nelle carceri svolgeva la funzione dell’aiutante del carceriere principale. Dell’uso e dell’etimologia di questo termine – successivamente sostituito con agente di custodia – abbiamo una illustre citazione letteraria di Silvio Pellico, che nelle Mie Prigioni dice: “A mezzanotte, due secondini (così chiamansi i carcerieri dipendenti dal custode) erano venuti a visitarmi”.
Le mie prigioni è un testo puramente autobiografico di Silvio Pellico, scritto in un arco di tempo che va dal 13 ottobre 1820, data in cui venne arrestato l’autore, al 17 settembre 1830, giorno del suo ritorno a casa, e in cui descrive la sua esperienza di detenzione nel carcere dello Spielberg in seguito alla sua adesione ai moti carbonari.

Correva l’anno 1830, dunque…

Vorremmo ricordare che la legge 395 del 15 dicembre 1990 (più di 17 anni fa…) ha sciolto il Corpo degli Agenti di Custodia (improprio, quindi, anche definirli ancora agenti di custodia) e soppresso il ruolo delle vigilatrici penitenziarie ed ha istituito il Corpo di Polizia Penitenziaria.

Posto alle dipendenze del Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha un ordinamento civile e fa parte delle Forze di Polizia della Repubblica Italiana, insieme all’Arma dei Carabinieri, alla Polizia di Stato, al Corpo della Guardia di Finanza e al Corpo Forestale dello Stato.

Oltre agli specifici compiti istituzionali (assicurare l’esecuzione dei provvedimenti restrittivi della libertà personale; garantire l’ordine all’interno degli Istituti di prevenzione e pena e ne tutela la sicurezza; partecipare anche nell’ambito di gruppi di lavoro, alle attività di osservazione e di trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati; espletare il servizio di traduzione e piantonamento dei detenuti ed internati), come Forza di Polizia dello Stato, in base alla Legge 121/1981, la Polizia Penitenziaria espleta compiti di pubblica sicurezza, servizio di pubblico soccorso e, in base agli articoli 55 e 57 del Codice di procedura penale, quelli di polizia giudiziaria.

Non ultimo, l’Amministrazione Penitenziaria ha avviato, dal maggio 2000, un piano di cooperazione con la missione internazionale delle Nazioni Unite in Kosovo. Per questo motivo, un contingente di Polizia Penitenziaria è stato assegnato al Penal Management Division Kosovo Correctional - Missione ONU (UNMIK) ed impiegato presso l’istituto penitenziario di Dubrava, il più grande dei Balcani, in attività particolarmente sensibili, come la sorveglianza dell’intercinta (outside security), servizi di traduzione di detenuti e affiancamento degli operatori penitenziari kosovari nei vari servizi (training in service).

Poliziotti, dunque. Non secondini, guardie carcerarie, agenti di custodia.

Non si tratta solo di una questione di forma, ma di sostanza, dal momento che chi lavora per lo Stato, in un lavoro delicato e pericoloso, é giusto sia trattato da tutti - stampa in primis - com’é nel suo diritto, come lo Stato e la sua stessa dignità di cittadino e di lavoratore s’aspettano.

Gli appartenenti al Corpo vogliono essere chiamati e definiti “agenti” o “poliziotti”, e parlando di cose che accadono all’interno delle carceri, anche senza l’aggettivo “penitenziario”, perché é noto che in carcere operano soltanto poliziotti “penitenziari” e non altre Forze di Polizia.

Rispetto, per favore.

Cordiali saluti
SEGRETERIA GENERALE SAPPE
Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria

Il 10 Aprile 2008 alle 18:33 redazione ha scritto:

La redazione di Panorama.it si scusa con tutti gli agenti del Corpo di Polizia Penitenziaria per il titolo dell’articolo(che provvediamo a correggere). Si è trattato di una svista dovuta soprattutto alla fretta e, credeteci, non certo all’insensibilità nei confronti di un Corpo che svolge un servizio fondamentale al servizio dello Stato e di tutti i cittadini.

Il 26 Giugno 2008 alle 16:32 noirpink _ modello pandemonium ha scritto:

Il primo quest’anno è stato Fabrizio, 26 anni: era il 4 gennaio. Nove giorni dopo è stata la volta di Andrea, 32 anni. Altri cinque giorni, e tocca a Claudio, 31 anni. Passano solo due giorni e muoiono anche Walid, 39 anni, e Dimitri, 37 anni; se i primi tre si sono tutti suicidati, la morte di questi ultimi due è avvenuta per cause non accertate. Nove giorni dopo: Vincenzo, 35 anni, un altro suicidio. Lo stesso giorno muore anche Mija, 40 anni, per malattia…
Suicidi gli agenti, suicidi i detenuti… Servirebbe più attenzione davvero al mondo carcerario italiano.
http://noirpink.blogspot.com/2.....rcere.html

Il 8 Febbraio 2009 alle 9:14 paoloxlix ha scritto:

Non capisco perché ogni volta che si parla di “secondini”, alcuni rappresentanti di organizzazioni sindacali di Polizia Penitenziaria debbano insorgere per puntualizzare che loro non lo sono. La parola “secondino” deriva dall’osservazione che chiunque può fare andando a visitare un carcere; ogni volta che uno o più detenuti vengono accompagnati lungo i percorsi interni dell’istituto, procedono camminando davanti, mentre gli Agenti di Polizia stanno dietro. Fu Manzoni che coniò il termine. I detenuti procedono per “primi”, gli Agenti di Custodia per “secondi” da cui il termine “secondino”, cioè “colui che procede stando dietro al detenuto che avanza per primo”. Indica, pertanto, una funzione e non mi pare sia offensivo. Per quanto riguarda, invece, la questione dei suicidi bisogna riconoscere che il sistema carcerario italiano è un qualcosa di indefinibile sotto il profilo umano, sociale, civile e giuridico; sfugge a qualunque logica ragoinevolezza. Si tratta di strutture in cui le leggi dello stato vanno via via dissolvendosi come nebbia, mille rivoli in cui il buon senso svanisce sotto la cieca burocrazia dal finto zelo che procura altro dolore, altra sofferenza sia ai custodi che ai custoditi. E’ più vicina al “…per me si va nell’eterno dolore… perdete ogni speranza, oh voi ch’entrate…” che non alla pelosa falsa intenzione di luogo deputato alla contenzione del cittadino reo o presunto tale e luogo di lavoro. Il suo costo in vite umane non è giustificato nè giustificabile. Va abolito e basta.

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