Astensionismo a sinistra: Bertinotti a casa, ma a Veltroni non c’è alternativa

[i](Credits: Ansa)[/i]
Tra proiezioni ormai abbastanza attendibili ed exit pool sui quali è doveroso (come nel 2006) stendere un velo, c’è un dato che non si presta a discussioni: quello dell’affluenza alle urne, che si è attestata poco al di sopra dell’80%, registrando un calo di tre punti e mezzo rispetto a due anni fa. Calo quasi generalizzato, tra regioni bianco-azzurre e regioni rosse; e se queste ultime hanno fatto notizia è perché eravamo abituati ad una loro maggiore disciplina.

L’Italia resta comunque un Paese nel quale, anche in tempi di antipolitica, si vota molto: l’80% è una soglia ben al di sopra della media dei paesi occidentali. Ma è il colore politico di chi si è astenuto che spiega in gran parte due fenomeni. Il primo, e più vistoso, è la sconfitta della Sinistra Arcobaleno. La coalizione tra comunisti, verdi e socialisti che aveva puntato su Fausto Bertinotti ha visto ridurre il proprio consenso da oltre il 12 a poco più del 4%, probabilmente non riuscirà ad eleggere nessun senatore e rischia perfino di non farcela alla Camera. Una débàcle che fa supporre che gran parte degli astenuti venga proprio dalla sinistra radicale. Che dire?

Troppi salotti, televisivi e non, per Bertinotti e compagnia, e poco o zero collegamento con la base sociale che si doveva rappresentare. In realtà non è solo questo. Neppure il Partito Democratico di Walter Veltroni può realmente vantare quella sconfitta “buona” che era in fondo il suo vero obiettivo. La coalizione con Antonio Di Pietro è rimasta ben staccata rispetto a quella di centrodestra: la rimonta miracolosa esisteva più negli auspici degli ultimi giorni che nella realtà. Ed anche il Pd da solo, almeno nei dati di queste ore, si attesta intorno al 35%: cioè quella che era considerata la barriera tra successo e insuccesso. Insomma, si direbbe che Veltroni abbia convinto ma non fino in fondo, che abbia sollevato interesse e speranze, ma non sia riuscito a scaldare i cuori, né a trascinare alle urne scontenti e indecisi.

Se forse c’è stato un po’ di travaso dall’estrema sinistra al Pd, è anche vero che Veltroni non ha conquistato voti moderati e al centro (anzi li ha persi), che il suo messaggio non ha fatto breccia al Nord, perdendo aree cruciali del Sud e perfino a Roma e dintorni, che Veltroni ha governato fino a ieri.

Eppure, se nell’area dell’estrema sinistra gli sconfitti ed i colpevoli sono facili da individuare, ed è giusto che un’intera generazione di dirigenti prenda atto e ceda il passo, sarebbe probabilmente un errore - anzi un suicidio - se qualcuno nella sinistra riformista , in particolare tra gli ex Ds, volesse presentare il conto a Veltroni. Un esame spassionato della situazione è logico, un’autocritica pure, ma il metodo non può essere rimesso in discussione. Per almeno due motivi: gli italiani hanno mostrato di voler scegliere quel bipartitismo e quella semplificazione che era stata l’intuizione di Veltroni; e, secondo e più importante motivo, ora come ora (e probabilmente per un bel po’) all’ex sindaco di Roma non c’è alternativa. Il barile è stato ampiamente raschiato, un’altra guerra fratricida rischia di sfondarlo definitivamente.

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